Se il virus è “un treno che ci può travolgere”, la rabbia di sindaci e governatori che con il nuovo Dpcm si sono ritrovati città e regioni chiuse o aperte senza capire bene il perché, è un’onda che può indebolire il governo e la maggioranza. I sondaggi del resto lo certificano in queste ore: Conte e i due partiti di maggioranza Pd e 5 Stelle perdono consensi, il premier crolla di dieci punti, i due partiti limano il loro tesoretto tra lo 0,5 e l’un per cento. Ieri mattina se ne è avuta la prova nell’aula della Camera. Le opposizioni hanno chiesto in apertura di seduta di risolvere il giallo dei numeri, cioè di avere i dati e i modelli matematici che hanno diviso l’Italia in tre zone colorate a seconda del livello del contagio. Richiesta legittima visto che alla Camera ieri mattina giravano ricostruzioni forse fantasiose (ma le uniche disponibili) circa la “riunione” e le telefonate con cui in modo abbastanza “perentorio” è stato comunicato ai governatori il destino delle proprie regioni. C’è chi parla di comunicazione «insufficiente», chi la giudica «sbagliata perché fa riferimento alla situazione di contagiosità fotografata dagli indicatori il 30 ottobre e in quasi dieci giorni di sacrifici la situazione può essere cambiata, nel senso migliorata».

C’è chi racconta – anche tra il Pd e non solo dai banchi della Lega, Fratelli e Forza Italia – che «i famosi dati sarebbe stati consegnati su foglietti scritti a mano». La Lega ipotizza addirittura «un doppio binario sull’applicazione delle fasce di rischio che penalizzerebbe quelle a guida centrodestra». A quel punto ha preso la parola la deputata Lia Quartapelle e, sorvolando sul merito delle richieste, ha attaccato a testa bassa «Fontana e Gallera che invece di occuparsi del fatto che la regione da loro amministrata produce un quarto dei contagiati di tutta Italia, fanno distinguo su numeri e percentuali». Si sono viste brutte scene e sentiti insulti. Nervi tesi e tensione a mille. I deputati lombardi, del resto, dalla sera prima sono al telefono con i sindaci di comuni lombardi che non capiscono perché devono far chiudere aziende e attività commerciali. Per calmare un po’ la situazione è dovuto intervenire il capogruppo del Pd Graziano Delrio. «Non c’è alcuna discriminazione in atto – ha detto – le classificazioni sono automatiche, sulla base di dati e indicatori uguali per tutti». Solo che nessuno li ha potuti vedere e analizzare. Né il ministro Speranza né il premier Conte che pure mercoledì sera ha tenuto una conferenza stampa.

Insomma, un gigantesco caos che doveva essere evitato. A cui il governo cercherà di mettere una pezza stamani quando Speranza, convocato dallo stesso Delrio, sarà in aula a spiegare i criteri di valutazione del rischio contagio da cui dipende il livello delle chiusure nelle singole regioni. Se questo Dpcm, pur con un misterioso ritardo di almeno un mese e dopo tre Dpcm inutili, è stato pensato per essere il modello di riferimento per convivere con il virus nei prossimi mesi grazie ad un sistema di valutazione del rischio aggiornato ogni settimana, diciamo che doveva essere spiegato e presentato meglio. In quanto risorsa per tutti. E non punizione politica. Lombardia, Calabria e Valle d’Aosta che sono in fascia rossa. Ma anche Puglia e Sicilia che sono in fascia gialla. Persino la Campania che è rimasta, malgrado De Luca, in fascia gialla. Tutte le regioni si lamentano. Chi voleva di più e chi di meno. I governatori vorrebbero misure nazionali (più facili e magari criticabili) e cavarsi dall’impiccio di dover decidere e mettere la faccia su scelte scomode. Chi più di tutti sembra aver inteso il senso nuovo del Dpcm è stato Luca Zaia, governatore del Veneto. «Occhio che qui oggi siamo gialli ma domani è un attimo diventare arancioni o rossi» ha detto ieri facendo un appello ai cittadini e alle strutture sanitarie per responsabilizzare tutti a rispettare le regole e a combattere insieme il virus.

In attesa del ministro Speranza hanno provato ieri a fare chiarezza il professor Gianni Rezza direttore della Prevenzione al ministero della Salute e Silvio Brusaferro, direttore dell’Istituto superiore della Sanità. Entrambi siedono nella Cabina di regia che si occupa del monitoraggio dei dati (con loro anche rappresentanti della regione Lombardia, Veneto, Umbria e Campania) e che da giugno, da quando è stata insediata, controlla l’andamento del virus in Italia. Sono loro che dalla metà di settembre hanno visto la curva alzarsi e hanno iniziato ad allarmare il governo: «Così andiamo fuori controllo». Come poi è successo. Con matematici e statitici Rezza e Brusaferro hanno elaborato un sistema che incrocia 21 parametri, dalla tenuta delle strutture ospedaliere alla capacità di fare tamponi e di rintracciare e isolare i focolai, con l’indice di trasmissibilità del virus (RT) che, per stare tranquilli, deve stare sotto uno. Hanno mostrato 54 pagine di slide e spiegato che la Campania è gialla «perché l’Rt si sta abbassando».

Certo Napoli e Caserta preoccupano ma i governatori possono decidere misure più stringenti nei loro territori. Hanno spiegato che la Calabria è rossa, nonostante il basso contagio, perché le strutture sanitarie sono carenti. Che alcune regioni sono finite in fascia rossa «perché i dati sono incompleti». La cabina di regia lavora su «trend che devono stabilizzarsi» e servono almeno due settimane per osservare una tendenza. Questo, hanno detto, è un “processo dinamico” per cui le ordinanze di chiusura o apertura possono cambiare anche ogni settimana. «Questo è un sistema – hanno spiegato – che non dà voti ma strumenti per prevenire l’evoluzione del virus e gestirlo in fase di ripresa». Non c’entra la politica. Che però ha perso un’altra occasione per essere affidabile. E rassicurante.