Sarà un’Italia divisa in tre e con tante “zone rosse” locali e selezionate dove la vita di ciascuno di noi cambierà “con misure conseguenti” a seconda dei “coefficienti di rischio”. Per fortuna è stato subito cassato – ha campato un paio d’ore – l’obbrobrio che prevedeva divieti in base all’età. Occorrerà stare ogni settimana, e magari anche più volte a settimana, con un occhio ai dati delle curve epidemiologiche elaborate a livello nazionale dall’Istituto superiore della Sanità e con l’altro ai siti e ai notiziari delle rispettive regioni dove saranno decise di volta in volta chiusure e aperture. In poche parole, otto mesi dopo la dichiarazione dello stato di emergenza causa pandemia, siamo più o meno al punto di partenza: una situazione che il premier ha descritto come «diffusamente grave e particolarmente critica in alcune zone», a un passo dalla «scenario di tipo 4», il più grave, con il caos delle norme, dei divieti e delle rinunce. Con il numero dei morti che cresce a botte di 200 decessi al giorno e il sistema sanitario a un passo dal collasso. Certo, abbiamo le mascherine e, forse, i banchi a rotelle. Ma non quei posti di terapia intensiva e quei posti letto in ospedale e l’assistenza medica che era stata promessa. Un pessimo gioco dell’oca con l’aggravante che il Paese è furioso. Meglio dire disperato.

È questo il succo dell’ennesimo fine settimana passato a sfogliare la triste margherita – Dpcm sì, Dpcm no. E di una giornata passata in Parlamento ad ascoltare l’informativa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a cui è seguito un dibattito già sentito mille volte, che ha avuto, da destra e da sinistra, la cifra comune del senso del fallimento. Ci sarà, oggi, un Dpcm – il dodicesimo da febbraio 2020 – che darà le linee generali con l’indicazione delle tre zone di rischio – basso, medio, alto – in base a criteri oggettivi e non più sindacabili (ben 21). Si parla di chiudere tutta Italia dalle 21 in poi, di una serrata nei fine settimana per i centri commerciali, di limitare il passaggio tra regioni e di obbligare il trasporto pubblico locale al 50% (sperando anche di capire chi sorveglierà sui mezzi il rispetto del limite di capienza). Vedremo, nella notte e nelle varie interlocuzioni tra governo e regioni, tra il premier e i ministri Boccia e Speranza e i governatori e i sindaci, quale sarà la sintesi finale che può cambiare fino ad un secondo prima della firma di Conte. Non lo vogliono chiamare lockdown. Conte ripete ogni volta che può che «non sarà come a marzo, che sarà diverso perché la situazione generale è diversa», la conoscenza del virus, le terapie, le norme base più o meno introiettate – distanza, mascherine e igiene personale – i tamponi e i test. Il fatto è che settimana dopo settimana perdiamo progressivamente un pezzo delle nostre libertà e dei nostri diritti. Però «non sarà un nuovo lockdown nazionale». Questa volta, infatti, sarà un sindaco o un presidente di regione a doverlo dichiarare nel proprio territorio. E a dover sopportare le rivolte di piazza conseguenti.

L’unica novità, infatti, otto mesi dopo, riguarda la politica. Con due sfumature diverse: nel modus operandi e nella più volte invocata collaborazione delle opposizioni dove si intravedono segnali di una timida collaborazione. Sul modo di procedere, è chiaro che il governo non vuole più essere l’unico e solo a metterci la faccia. D’ora in poi darà le linee guida, la cornice, o la gabbia dipende di punti di vista, entro la quale tutte le regioni dovranno muoversi. Al resto, che poi è quello che tocca il quotidiano delle vite, dovranno provvedere i governatori. E metterci anche loro la faccia. Imporre anche loro notizie sgradevoli. Spesso impopolari. A seconda di come andrà il contagio. Sarà questo, nella notte appena passata e ancora oggi, il punto più difficile su cui chiudere l’accordo. Ieri è sceso in campo anche il Presidente della Repubblica che ha voluto parlare con il presidente della conferenza Stato-Regioni e governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini e Giovanni Toti, presidente della Liguria.

Il colloquio è stato definito “interessante e proficuo”; è stato ribadito “il ruolo decisivo delle regioni nell’affrontare la pandemia”, è stato cioè ricordato ai governatori che hanno autonomia sulla sanità; Mattarella ha “auspicato” – nel lessico quirinalizio “auspicare” significa chiedere con insistenza – «la più stretta collaborazione tra tutte le istituzioni dello Stato». In pratica il Capo dello Stato ha fatto capire che i governatori non possono chiedere e pretendere autonomia a giorni alterni quando conviene. E rifiutarla, scaricando sul centro, quando l’autonomia diventa scomoda e impopolare. Responsabilità e coesione, costi quel che costi. Anche sulla collaborazione con le opposizioni il ruolo del Capo dello Stato è stato importante nelle ultime ore. Decisivo anche nel convincere Conte a fare questo passo. Il premier l’ha richiesta ieri, sia alla Camera che al Senato. Sabato sera i tre leader del centrodestra avevano detto “no grazie” alla cabina di regia offerta da Conte (una commissione parlamentare presieduta da Speranza).

Adesso, avevano scritto Berlusconi, Meloni e Salvini, “è troppo tardi”. Ieri qualcosa però si è mosso. Il centrodestra ha messo in votazione una risoluzione con una premessa che sa di condanna («avete agito finora da stato autocratico e ora, che avete fallito e siete in difficoltà, chiedete la nostra collaborazione») e a seguire 21 punti. Bene, quattro di questi (12-13-14-17) sono stati accolti dal governo e approvati a larga maggioranza: le proroghe di versamenti e tasse a carico di partite Iva e lavoratori autonomi; misure speciali e tutele dei lavori più fragili; garanzie di cura per tutti i malati, pari opportunità per tutti per la didattica a distanza. Quattro osservazioni a cui era impossibile dire di no. Al punto 11 della risoluzione del centrosinistra è comparso il Mes. Ancora una volta manca una parola chiara e definitiva sui 36 miliardi del Mes.