«Scusate io devo sapere – e sono le quattro del pomeriggio ed è già tardi – se deve fare la spesa per domani oppure no, vorrei fare la polenta…». La signora proprietaria di trattoria a due passi dalla Camera è la fotografia perfetta di quello che sta accadendo nel paese. Il Dpcm numero 23 dell’era Covid è entrato in vigore ieri mattina con la pubblicazione in Gazzetta, prevede tre fasce di rischio e relativi livelli del lockdown tra cui la serrata totale di bar e ristoranti e però nessuno sa quale sarà il suo destino. Gli occhi sono puntati alla “cabina di regia” ministero-regioni convocata ieri nel primo pomeriggio al ministero della Salute. Spifferi raccontano che il tavolo è una “trincea” perché nessun governatore accetta a cuor leggero di finire nella lista delle zone rosse e di comunicare ai suoi cittadini, che magari lo hanno appena eletto o rieletto, che devono stare chiusi in casa e sospendere tutte le attività almeno per due settimane. Altri spifferi raccontano che la lista rossa, al momento 3/4 regioni, potrebbe diventare un «groviera di tante zone rosse all’interno di una singola regione».

E che la contesa verte soprattutto «sui criteri dei 21 parametri». Giallo poi sulla temporalità dei dati: la valutazione sarà sui dati dei contagi ad oggi – che registrano una stabilizzazione della curva un po’ ovunque – o su quelli settimanali (elaborati nelle varie medie) del giovedì di ogni settimana e quindi della settimana passata? Verso le 18 il governatore della Lombardia Attilio Fontana, una delle quattro regioni a rischio zona rossa, ha detto: «L’ultima valutazione della Cabina di Monitoraggio del Cts (che trasferisce i dati alla cabina di regia governo-regioni, ndr) con l’analisi dei 21 parametri risale a circa 10 giorni fa. Ciò è inaccettabile. Le valutazioni devono essere fatte sulla base di dati aggiornati ad oggi, tenendo conto delle restrizioni già adottate in Lombardia».

Come previsto, il promesso automatismo di ingresso o uscita da una fascia all’altra non è affatto automatico. Del resto i governatori sono stati chiari quando, la notte tra martedì e mercoledì, hanno presentato le osservazioni al Dpcm. «Così ci esautorate, non possiamo prendere ordini da voi» hanno scritto al governo centrale, ai ministri Boccia e Speranza. «Allora è meglio chiudere tutto e ovunque» hanno aggiunto. Che però è l’unica cosa che Conte non vuole fare. E su questo non intende retrocedere. In attesa della definizione della lista si scoprono alcuni dettagli degni di nota. Uno su tutti: i criteri di chiusura in caso di ripresa del contagio, della più che prevista seconda ondata, sono noti dal 30 aprile scorso. Però non sono stati comunicati. E le autorità locali, ma anche i cittadini, non hanno potuto o voluto condividere un percorso di regole, attenzioni e conseguenze che, se noto, avrebbe potuto cambiare, forse evitare, le serrate di questi giorni, la disperazione di chi ha dovuto chiudere, le proteste nelle piazze di tutte le città italiane.

Il 30 aprile scorso il ministro Speranza firma un decreto con cui – si legge – «sono adottati i criteri relativi alle attività di monitoraggio del rischio sanitario». Con quel documento il governo ha inteso preparare un percorso con regole chiare «nei casi in cui dal monitoraggio emerga un aggravamento del rischio sanitario» misurato secondo determinati parametri. In quel caso, si legge ancora, «il Presidente della Regione propone tempestivamente al ministro della Salute le misure restrittive necessarie e urgenti per le aree interessate all’aggravamento». In sostanza il 30 aprile viene deciso chi-deve-fare-cosa se i contagi riprendono a crescere e quali conseguenze se non si fermano. Ed è chiaro, già dal 30 aprile, che il premier Conte ha deciso di lasciare ai governatori – dopo mesi di accentramento totale – l’autonomia, da loro stessi più volte reclamata, nella gestione della pandemia.

Il decreto del 30 aprile, più allegati, in sostanza è il libretto di istruzioni per l’uso per i cittadini e per chi li governa per fronteggiare “una rapida ripresa” del virus più che probabile considerato il basso livello di immunità. Tutto questo – si legge nel documento – «presuppone l’implementazione e il rafforzamento di un solido sistema diagnostico, monitoraggio e sorveglianza della circolazione del virus». In quattordici pagine, poi, il decreto stabilisce gli ormai famosi 21 parametri che incrociati con l’indice Rt (indice di trasmissibilità) «ogni settimana devono produrre una classificazione aggiornata del rischio per ciascuna regione». In base al monitoraggio sono previsti i quattro scenari di cui ora si parla – da 1, normale, a 4, il più grave – e le conseguenze in termini di lockdown più o meno estesi. Questo illuminante documento è stato comunicato male, per non dire affatto. Ed è rimasto lettera morta fino al 16 ottobre quando è stato approvato dalla conferenza Stato-Regioni. Solo allora – e i buoi, cioè il virus, erano già scappati – i governatori hanno avuto contezza di quello che avrebbero dovuto fare nei mesi estivi quando il contagio era basso.

Due osservazioni. La prima: dal 30 aprile al 16 ottobre, il decreto è rimasto lettera morta. Molto probabilmente, spiega una fonte vicino al ministero della Salute, perché «era in corso la campagna elettorale in ben sette regioni». La seconda: dal 16 ottobre Conte ha firmato tre diversi Dpcm. Perché non è stato subito elaborato questo con le regole già previste il 30 aprile? Come minimo ci saremmo risparmiati due settimane di caos. Solo alle otto di sera il premier svela la lista delle regioni rosse, arancioni e gialle. L’entrata in vigore del Dpcm infatti slitta a venerdì. Calabria, Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta rientrano nell’area rossa. Nella fascia a criticità medio alta, chiusura totale di bar e ristoranti, Puglia e Sicilia. Nelle altre regioni sono valide le restrizioni generali: serrata dalle 22, bar e ristoranti chiusi dalle 18. La signora della trattoria forse è ancora in tempo a fare la polenta.