Chissà se può essere catalogato come un caso di eterogenesi dei fini. Quando cioè si ottiene l’opposto di quello che si voleva. Certo è che il giorno in cui Giuseppe Conte doveva fare il grande passo e formulare nella solennità del Parlamento l’appello all’unità nazionale, si trasforma nel giorno in cui il Pd chiede a Conte la verifica di governo e apre una semi-crisi. Tutto merito, o colpa dipende dai punti di vista, del capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci.  Diciamo subito che a fine giornata tutto questo si risolve con la dicitura “spiacevole equivoco”. E l’unità nazionale per combattere il nemico Covid dovrebbe nelle prossime ore trovare una forma e un modo.

Hanno provato a chiamarla in tutti i modi: cabina di regia, tavolo di crisi, tavolo di programma, Commissione parlamentare Covid, Comitato di salvezza nazionale. Insomma, un luogo dove tutti i partiti presenti in Parlamento collaborano nella gestione della crisi più grande dal dopoguerra. Un luogo finalmente liberato dalla speculazione politica che da due anni e mezzo impedisce un’azione di governo reale ed efficace. Da dieci giorni gli appelli all’unità nazionale si ripetono in ogni dove, da Veltroni a Casini, da Zingaretti a Berlusconi. Il più toccante è stato come sempre il Capo dello Stato quando ha sottolineato come in momenti di crisi profonda – e una pandemia lo è certamente – «tutte le articolazioni dell’ordinamento democratico sanno di dover operare con spirito di unità e coesione». Mancava il premier, appunto.

E ieri mattina, il giorno dell’informativa – quindi senza voto dell’aula – sull’ultimo Dpcm prodotto, doveva essere il grande giorno in cui Conte, magari spargendosi un po’ di cenere sul capo per gli evidenti ritardi e buchi nella gestione dell’epidemia, avrebbe ammesso le difficoltà e chiesto a tutti, da Salvini a Meloni, di dare un mano. Non è andata proprio cosi. Però alla fine dell’intervento durato 24 minuti, il premier ha fatto l’atteso appello. Un po’ monocorde, senza particolare enfasi, ma l’ha fatto. Partendo proprio da Mattarella. «Tutti i governi Ue con i loro meriti e demeriti, e ciò riguarda anche il nostro governo, sono stati costretti a fare un passo indietro – ha detto Conte – Siamo di fronte a un nemico che ci costringe a fare un passo indietro. Questo, se mi permettete, è davvero il momento di restare uniti, tanto più per le sofferenze economiche, i disagi psicologici la rabbia e l’angoscia di tantissimi concittadini». È scattato l’unico vero applauso di giornata. Dai banchi dell’opposizione timidi cenni di assenso. Non sarà facile.

Renato Brunetta (Fi) ha chiesto subito una prova, «riscriviamo insieme legge di bilancio visto che quella approvata dieci giorni fa è da buttare». La sua parigrado al Senato, Anna Maria Bernini ha messo in fila tutto quello che non ha funzionato e ha concluso con un’immagine: «I banchi con le ruote sono in consegna adesso che le scuole sono chiuse». Maria Elena Boschi, capogruppo di Iv, ha ricordato al premier che «fare critiche e argomentarle non è lesa maestà». Persino Salvini, e prima di lui Molinari alla Camera, ha offerto collaborazione. «Siamo pronti, ma non vogliamo poltrone nè Commissioni» ha detto mandando un siluro a Brunetta che invece sarebbe già stato indicato presidente della Bicamerale Covid. Non facile ma necessario. Finché poi a metà giornata appare il “cigno nero” Marcucci. Il suo intervento è una raffica di sorprese. In un crescendo che quasi incrina la voce del senatore lucchese. Prima “attacca” Conte. «Abbiamo chiesto al Governo di non venire più a comunicarci i decreti, riducendo il potere di modifica del Parlamento. Oggi dobbiamo chiedere a lei, Presidente di cambiare il metodo, e di andare verso un contesto di maggiore collaborazione con le opposizioni. Trovi lei il modo ma lo faccia». A questo punto, seguendo logica e coerenza dell’intervento, Marcucci ha chiesto a Conte di «valutare, lei e non altri, se i singoli ministri sono adeguati all’emergenza che stiamo vivendo» perché «questo governo deve avere i migliori uomini e donne» e promuovere la «verifica della tenuta della maggioranza».

Ancora un po’ e in aula scatta la ola in favore di Marcucci. Il toscanaccio ha colpito nel segno: molti nel Pd pensano questo ma non hanno il coraggio di dirlo per questioni di tenuta istituzionale. Le opposizioni non credono a cotanto regalo. Conte esce dal suo aplomb e osserva stupito Marcucci. Le sue parole sono un fuor d’opera inatteso. Il Nazareno va in subbuglio. Partono all’attacco i Franceschini boys, i fedelissimi del capodelegazione che tiene le chiavi di casa del governo. Franco Mirabelli e Roberta Pinotti parlano di «affermazioni fuori dal mondo, di tutto abbiamo bisogno tranne che di un rimpasto». Scende in campo direttamente Zingaretti: «Sostegno pieno all’esecutivo». Dopo circa tre ore di panico, Marcucci fa un’inversione a U: «Non ho chiesto alcun rimpasto, basta col chiacchiericcio». Ma nel monolite Pd si aprono crepe. «Il capogruppo ha avuto il torto di dire quello che tanti pensano» ammette il senatore Nannicini.

Per cercare di mettere una toppa allo strappo, ad alcuni senatori Pd non viene altro di meglio che tirare in ballo Matteo Renzi, ieri assente in aula ma “presente” con un’intervista in cui ha rimesso in fila i fatti di questi giorni, le critiche nel merito e nel metodo al Dpcm, le accuse di Conte e Zingaretti. I franceschiniani sono arrivati a pensare che dietro le parole di Marcucci ci sia Renzi «che al Senato ha due capigruppo». Fu Renzi a nominare l’amico capogruppo a palazzo Madama. Doveva essere il giorno in cui prendeva forma il Tavolo di unità nazionale. Qualcosa si muove in questo senso. Ma la giornata si conclude con “fonti di maggioranza” che parlano di “Conte ter o Draghi. Questione di giorni”. E anche il Tavolo famoso, c’è chi nel centrosinistra lo vede come l’arma perfetta per “estromettere Conte e i grillini”.