La foga paternalistica dei nostri governanti, in cui riecheggia ormai chiaramente il dogmatismo dello Stato etico, rischia di farci perdere l’unica grande possibilità di fronteggiare realisticamente la grande pandemia. Un patto tra cittadini e stato. Un episodio paradigmatico è quello del divieto, imposto dalla Regione Lazio (che dello Stato è una componente e, con il suo Presidente, partner del governo nazionale, è al centro delle decisioni pubbliche) ai laboratori privati di eseguire tamponi molecolari. Tanto che nemmeno una sentenza del Tar Lazio, la n. 10933 del 26 ottobre, pur riconoscendo questo diritto in modo chiaro e netto, è riuscita a determinare ancora il risultato sperato. A quindici giorni di distanza nel Lazio, a quanto sembra, non è possibile per un cittadino effettuare il tampone nemmeno presso quegli stessi laboratori (peraltro in regime di accreditamento) che hanno vinto il ricorso al Tar.

La retorica paternalistica ha buon gioco a minimizzare questo fatto. Gli argomenti sono noti. Il pubblico dà più garanzie del privato, il privato punta al profitto, i dati acquisiti dal privato non sono (ancora?) inseriti nel sistema centralizzato di raccolta, trattamento e utilizzo dei dati a fini di tracciamento, di elaborazione statistica, di ricerca e soprattutto di valutazione della situazione anche al fine di predisporre la risposta (pubblica) all’epidemia. Dunque i tamponi dei privati non servono per le politiche (pubbliche) di contrasto all’epidemia. E poco importa che i privati possano aver esercitato il proprio diritto costituzionale all’iniziativa economia (art. 41 Cost) facendo ingenti investimenti per mettersi in condizione di effettuare quei tamponi nel rispetto delle regole tecnico-sanitarie che, giustamente, si impongono anche a loro. Di fronte a tutto ciò l’interesse “pubblico” alla salute “pubblica” mediante intervento “pubblico” deve prevalere. Whatever it takes.

Peccato che, al di là dell’interesse delle aziende, che com’è noto da taluno sono considerate, a prescindere, il male assoluto… peccato si diceva che, in questo caso, sono in gioco due fondamentali esigenze che con le “avide” imprese nulla hanno a che fare. La prima esigenza è quella di assicurare il diritto alla libera scelta di come curare la propria salute iscritto dall’art. 32 della Costituzione quale fondamentale diritto di ogni cittadino. Il che comporta com’è spiegano montagne di giurisprudenza costituzionale il diritto di scegliere se, come e da chi farsi curare e quindi anche diagnosticare le patologie. La seconda esigenza è quella di alleggerire il carico che grava proprio su quel sistema pubblico che si vuole mantenere come stella polare della retorica paternalistica. Ma che è al limite del collasso. Qual è l’effetto? L’effetto è che, accecati dal disprezzo verso coloro che potrebbero accedere alla diagnostica privata, si colpiscono anche coloro che non lo possono fare.

Perché si ingolfano le strutture pubbliche e si danneggiano tutti, indiscriminatamente, ricchi e poveri.  È la logica dello Stato etico bellezza! Mal comune mezzo gaudio. La livella deve colpire tutti, indiscriminatamente. Ma la cosa più grave, come insegna anche questo caso, è che la foga paternalistica è quella che rischia di rendere l’epidemia veramente invincibile. Perché lo Stato (e ancor meno una Regione) da solo non ce la farà mai. Oggi, l’Italia, ha bisogno non solo che i cittadini si adeguino disciplinatamente alle regole delle istituzioni pubbliche. Ha bisogno soprattutto che i cittadini, al di là delle regole, si sentano corresponsabili di questa battaglia e adottino comportamenti conseguenti anche dove le regole non arrivano e non possono arrivare. Ed è esattamente ciò che, fortunatamente, in parte è già successo e potrebbe e dovrebbe ancora succedere. E’ ciò che è alla base del rallentamento della crescita dei contagi ben prima che si implementassero le misure del governo. E questo non perché lo Stato-badante lo chiede, ma perché moltissimi cittadini lo ritengono giusto, con un comportamento adulto, di persone consapevoli.

Ma se ciò è vero, per quale motivo dobbiamo continuare a violare le regole della Costituzione per imporre il dogma dello Stato etico?
Per quale motivo se io voglio sapere se sono positivo non posso farlo anche ricorrendo, a mie spese, a un laboratorio privato, solo perché lo Stato fa ostruzionismo e non si è messo ancora in condizione di trarre da questa informazione anche l’aggiuntiva utilità di riempire le proprie banche dati? Perché il mio Stato, la mia patria, non riconosce il mio diritto di sapere subito e sicuramente prima di quanto non sia in grado di assicurarmi (perché le sue strutture stanno scoppiando) se sono malato e spontaneamente assumere quelle decisioni precauzionali, come l’autoquarantena, alle quali, paternalisticamente, mi invita dalla mattina alla sera?

Lo Stato non può vincere questa guerra da solo. Ha bisogno dei cittadini. E non può continuare a trattarli come pedoni da indirizzare a piacimento (e talvolta a caso) con l’ultimo Dpcm di turno.  Non sono i cittadini che non si fidano dello Stato, è esattamente il contrario. Come avviene, da che mondo è mondo, in ogni contesto in cui impera il paternalismo dello Stato etico o dello Stato-badante.