Ci sono in questo momento in Italia numerosi procedimenti penali in corso per il reato di tortura, introdotto nel codice penale italiano nel 2017, dopo anni di iniziative politiche e di campagne che hanno visto spesso Antigone tra i protagonisti. Molti di questi procedimenti riguardano il carcere. Tra questi vale la pena segnalare il caso di San Gimignano, per fatti che risalgono al 2018, quello di Monza, per fatti del 2019, o quello di Torino, dove recentemente, e per altro titolo di reato, si è saputo che sono indagati anche il direttore della Casa Circondariale, il Comandante di reparto e un leader sindacale. I fatti, in questo caso decine di episodi di violenza brutale denunciati dalla Garante comunale, risalgono al 2017.

Abbiamo dunque finalmente un reato, e abbiamo anche cominciato ad usarlo, ma è chiaro che tutto questo non basta. Quando si parla di tortura ancor più che la repressione conta la prevenzione. Se questo è infatti vero per ogni reato, in questo caso lo è ancora di più per due ragioni: da un canto la tortura è una condotta difficile da accertare e da punire, le indagini incontrano molti ostacoli ed il rischio di impunità è purtroppo altissimo. Dall’altro la tortura, quando commessa da un appartenente alle forze dell’ordine, è un reato che più di altri genera un profondo senso di insicurezza: i casi in cui chi deve garantire il rispetto delle leggi e l’effettività dei diritti fa l’esatto contrario danneggiano enormemente la relazione di fiducia e di collaborazione che ci deve essere tra società e forze dell’ordine in un paese democratico.
In questo contesto abbiamo preso sul serio la sollecitazione lanciata dall’Amministrazione penitenziaria nella sua circolare del luglio di quest’anno. Il documento, pur auspicando in apertura un “approccio integrato” alla regolazione della vita interna, che tenga conto anche del profilo della prevenzione per contenere le possibili cause di tensione nella vita in carcere, appare in effetti orientato verso un modello di gestione del conflitto interno alle carceri schiacciato sulla repressione. Anche per questo motivo Antigone ha pubblicato in questi giorni un documento mirato a promuovere un modello di detenzione costituzionalmente orientato.

Negli ultimi anni in Italia questo modello si è tradotto tra l’altro nell’adozione della cosiddetta sorveglianza dinamica e del sistema a celle aperte, che di fatto è ormai in uso nella maggior parte dei nostri istituti. È un modello che tende a minimizzare la presenza oziosa in cella dei detenuti e dunque a promuovere l’organizzazione e la partecipazione ad attività strutturate durante il giorno. Da alcune parti si accusa questo modello di rappresentare una minaccia alla sicurezza degli istituti. Dall’esperienza delle nostre visite appare il contrario: gli operatori e i detenuti si dicono favorevoli, gli atti di autolesionismo e le infrazioni disciplinari più gravi sono di meno dove vige il sistema delle celle aperte e, forse non a caso, le rivolte scoppiate nelle carceri italiane durante l’emergenza coronavirus sono state meno frequenti negli istituti dove vigeva questo sistema, e dunque dove si è probabilmente più abituati a gestire conflitti ed emergenze con un approccio integrato, centrato anche sul dialogo.

Ma la sola apertura delle celle chiaramente non basta. La giornata detentiva va riempita di relazioni e attività significative. Il mondo del lavoro dovrebbe assomigliare il più possibile a quello della comunità libera e preparare alla vita professionale futura (Regola 26 delle Regole penitenziarie europee) ma da noi ciò non accade: tra i detenuti che lavorano la gran parte svolge attività discontinue e poco professionalizzanti e la formazione professionale è ormai molto poco diffusa. Anche l’accesso alle attività fisiche è limitato, spesso a causa della indisponibilità di spazi adeguati, mentre la scuola spesso si svolge nella stessa fascia oraria di altre attività, costringendo i detenuti a sacrificare altre cose o a rinunciarvi del tutto.

Nel nostro documento auspichiamo anche la massima residualizzazione dell’uso della forza, nella cui direzione il nostro sistema si è mosso da tempo ma che oggi sembra tornare indietro nel dibattito sull’uso in carcere del Taser. L’idea che la presenza in carcere di armi, anche se ad impulsi elettrici, possa essere un elemento di contenimento della tensione è della violenza è chiaramente risibile e surreale. Le nostre carceri oggi sono assai meno violente di come non fossero fino a pochi decenni fa, o di come tutt’oggi sono quelle di altri paesi. E questo certamente non è accaduto grazie all’uso della forza o del pugno di ferro. Non dimentichiamolo.