«Finalmente ci sarà un processo che spero porterà alla luce la verità. A molti scomoda». L’espressione del volto e gli occhi lucidi non riescono a nascondere l’emozione. Vincenzo Agostino, padre del poliziotto Nino Agostino ucciso a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989 in circostanze tutte da chiarire insieme alla moglie incinta Ida Castelluccio, “dopo tanti anni di sofferenza” vede “una luce in fondo al tunnel”. Settimana scorsa la procura generale di Palermo ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini – preludio alla richiesta di rinvio a giudizio – ai boss Gaetano Scotto e Nino Madonia, considerati gli esecutori materiali dell’omicidio. E all’amico di Nino Agostino, Francesco Paolo Rizzuto, indagato per favoreggiamento aggravato. Dopo quasi trentuno anni di buchi neri e depistaggi e un intricato iter giudiziario fatto di archiviazioni, rigetti di richieste d’arresto e riaperture dei fascicoli d’indagine, “qualcosa – dice Agostino – sembra muoversi”.

Cos’ha pensato quando ha ricevuto la notizia dell’avviso di conclusione delle indagini
Non ho potuto leggere i documenti perché bisogna aspettare i tempi tecnici, ma sicuramente questa notifica mi fa ben sperare. Ci sarà un processo, mi auguro che il giudice trovi i dovuti riscontri per poter dare giustizia alla mia famiglia, ma anche ai tanti uomini caduti per lo Stato. Spero solo di avere la forza di vedere concluso questo eventuale processo. L’età avanza.

 

La procura generale è arrivata a questo punto dopo una richiesta d’archiviazione della procura, un provvedimento del gip che ha rigettato due richieste d’arresto e dopo due avocazioni di cui una è stata annullata dalla Cassazione
Rimasi molto deluso quando i pm chiesero l’archiviazione dopo tanti anni d’indagini. Spesso io e mia moglie (Augusta Schiera, morta un anno fa, ndr) andavamo al tribunale, ci venivano date notizie. Alla fine non hanno saputo mettere i tasselli al posto giusto. La procura generale ha avocato a sé le indagini e ora vedremo cosa accadrà.

Secondo lei perché è stato ucciso suo figlio?
Non saprei. So soltanto che ogni tanto mio figlio mi chiedeva la cortesia di contattare qualcuno per provare a fargli cambiare sede. Non amava il commissariato San Lorenzo, diceva, “perché altrimenti finiremo nel calderone”. Ma nel calderone finì soltanto lui. Cosa c’era in quel commissariato? Chi erano gli infedeli? Perché voleva andare via? Una settimana prima dell’omicidio mi diceva che con la sua macchina non poteva più circolare, gli chiedevo il perché ma lui glissava. E poi c’è quella frase che mi tormenta, pronunciata da mia nuora poco prima che le sparassero: “So chi siete”. Chi aveva riconosciuto la moglie di mio figlio?

 

La procura ha individuato un nome nuovo: Francesco Paolo Rizzuto. Chi era?
Non me l’aspettavo. Era amico di Nino, a volte andavano a pescare insieme. Quando lo conobbi era ragazzino. Secondo i procuratori generali avrebbe assistito all’agguato e conoscerebbe elementi utili per risalire agli esecutori. Dato che non avrebbe raccontato tutto è indagato per favoreggiamento aggravato. Spero dirà qualcosa di utile.

 

Un altro nome è quello di Giovanni Aiello, detto “faccia da mostro”, al centro di tante vicende italiane ancora oscure.
Nell’aula bunker dell’Ucciardone ho fatto un riconoscimento all’americana. Lui venne a casa mia a cercare mio figlio pochi giorni prima del suo omicidio. Perché? La procura non lo ha interrogato per 19 mesi. Credo che sarebbe stato convocato nel settembre 2017, ma il 21 agosto è morto d’infarto. È stato giusto non chiamare a deporre subito quest’uomo?

 

Non sono mancati i depistaggi. Quelli che avrebbe compiuto Guido Paolilli, collega e amico di Nino Agostino, distruggendo i documenti trovati nell’armadio di suo figlio durante la perquisizione dopo l’omicidio. Indagato nel 2008 per favoreggiamento aggravato, le accuse sono cadute in prescrizione. In sede civile, però, ha chiesto un risarcimento danni di 50 mila euro: come mai?
È stato commesso un furto di verità. Mi diceva sempre che mi avrebbe fatto vedere sei fogli che aveva trovato tra le carte di Nino. Fogli che secondo lui non mi avrebbero fatto piacere. Ma io gli ripetevo che dovevo vederli. Lui tergiversava. Poi è spuntata l’intercettazione in cui Paolilli, parlando al figlio, dice di aver preso dall’armadio di Nino “una freca di cose che ho poi stracciato”.

 

Perché è importante continuare a cercare la verità?
Facendo luce sull’uccisione di mio figlio si scopriranno tanti legami indicibili che c’erano in quegli anni. La gente onesta ha bisogno di giustizia.