Non è amato dai colleghi. Anzi. Ma con la lucidità di sempre e l’esperienza maturata in 81 anni dedicati alla virologia, Giulio Tarro va avanti per la sua strada. “Abbiamo fatto la storia. E questo mi basta, perché tutto il resto sono chiacchiere e pettegolezzi provocati probabilmente da invidia nei miei confronti”. Era il 16 aprile quando Giulio Tarro – allievo del professore Sabin e virologo emerito del Cotugno – parlò della sieroterapia utilizzata anche a Wuhan con successo. “Sono stati pubblicati da tempo i dati scientifici delle terapie con plasma iperimmune utilizzate in Cina che confermano – spiegò lo scienziato – l’efficacia della terapia dei convalescenti. La vecchia tecnica della plasmaferesi può mettere fuori gioco il Coronavirus.

L’abbiamo usata tanti anni fa intervenendo sulle gammaglobuline del tetano, è una cura antica che non richiede alcun intervento delle aziende farmaceutiche”. Un attimo di pausa. Poi, riprendendo la conversazione telefonica, il professore Tarro chiarì: “Non sono esperimenti, questa è una terapia. Voglio dire che non si guadagna”. Nel Cotugno, ma anche in altre strutture sanitarie italiane, continua a dare risultati positivi quella che in Italia viene individuata come “cura Ascierto”, sperimentazione autorizzata dall’Aifa e realizzata somministrando ai pazienti il tocilizumab, farmaco per il trattamento dell’artrite reumatoide. Aspettando che sulla plasmaferesi si pronunci il comitato etico dell’Azienda dei Colli, anche il Cotugno ritiene utile il ricorso alla sieroterapia che intanto alimenta polemiche fra addetti ai lavori. Dagli Stati Uniti Ilaria Capua e da Milano Roberto Burioni commentano con scetticismo i risultati ottenuti in quattro strutture sanitarie del Nord.

Negli ospedali di Pavia, Padova, Bolzano e Mantova i decessi dei pazienti contagiati dal Coronavirus sono stati rallentati e bloccati con la sieroterapia, cioè con trasfusioni di sangue iperimmune donato da altri pazienti contagiati e guariti dal Covid-19. Ma perché l’azienda dei Colli si avvicina alla sieroterapia con un “ni”? Non è una sperimentazione ma una cura antica per la quale l’azienda ha dato un’ampia ma inutile delega al comitato etico che si dovrà pronunciare. Nel frattempo quattro ospedali del Nord hanno bloccato i decessi somministrando ai pazienti contagiati dal Coronavirus il plasma iperimmune. Roberto Burioni – dopo aver toppato ogni previsione sull’arrivo del Covid in Italia – si dimostra molto critico sulla sieroterapia. La considera costosa e “suggerisce” di usare siero artificiale (lavorato quindi da un’azienda farmaceutica) al posto del sangue iperimmune di pazienti contagiati e guariti. Ilaria Capua concorda con Burioni. Quella che quest’ultimo considera una “sperimentazione” col plasma viene smentita da un medico italiano che vive in Africa.

“È una cura che i colleghi hanno appreso a Padova decine di anni fa nella clinica pneumologica – spiega Mauro Rango – Non tutti i guariti hanno nel proprio plasma la quantità di anticorpi necessaria a curare un malato: esiste per questo un protocollo di selezione del plasma che viene utilizzato molto bene anche in Italia”. La sieroterapia, dunque, è già utilizzata in diverse strutture del Nord e ora è caldeggiata per la Campania anche da Flora Beneduce, medico e componente della commissione regionale sanità, secondo la quale quella cura deve accompagnarsi con antinfiammatori, anticoagulanti e azitromicina per sei giorni. Si tratta di medicinali già esistenti da usare contro il Coronavirus che nel corpo umano presenta due aspetti: il primo simile alla polmonite interstiziale da microplasma, il secondo simile a una vasculite la cui natura è ancora da definire. Dopo la lunga quarantena, si spera che il ritorno a un’antica terapia sia oggettivamente efficace contro il Covid.