In un articolo di oggi (ieri per chi legge, ndr.) sul Riformista Franco Corleone ricorda la mia posizione sul carcere, che ho sempre ritenuto l’”extrema ratio”, con i suoi “non luoghi” che impediscono spesso il recupero della personalità. Ricorda il mio rammarico per una carcerazione che ha spesso obbedito a scelte emozionali facendo finire dietro le sbarre tossicodipendenti ed extracomunitari insieme a una grande parte che viene definita della “sottoprotezione sociale”. Sono le mie idee di sempre, quelle che ribadisco in ogni convegno e in ogni pubblicazione ricordando come questo sistema abbia spesso favorito mafiosi, capi e favoreggiatori di Cosa Nostra col colletto bianco che l’hanno fatta franca. Quindi è un argomento di stragrande attualità.

Quando ero direttore dell’ufficio detenuti mi sono battuto per la civiltà della pena e come ricorderà Franco Corleone, ho diramato le circolari – tuttora vigenti – che hanno istituito e regolato per la prima volta l’area educativa. Nel 2007 avviai una indagine statistica da cui emergeva che in quell’anno erano entrate in carcere circa 97.000 persone e ne erano uscite 90.000. Una gran parte erano disperati. Ho stimolato la legislazione per limitare il fenomeno delle cosiddette porte girevoli – gli arresti per pochi giorni per gli autori di piccoli reati, che diventano occasione di reclutamento criminale – mi sono battuto perché il carcere riguardasse la criminalità organizzata e i personaggi pericolosi. Ed anche per questi ultimi ho preteso che si applicassero tutte le regole dell’ordinamento penitenziario senza abusi e senza sconti: non ricordo un mafioso o un personaggio di spicco uscito dal carcere solo perché l’amministrazione penitenziaria non fosse riuscita ad assicurare assistenza sanitaria, ovvero non avesse compiuto ogni sforzo per assicurarla.

Perché so bene che nel sistema di democrazia ogni mancanza o abuso nei confronti di un detenuto provoca un contraccolpo che va dalla sua scarcerazione fino alla messa in stato di accusa, per inciviltà, dell’intero sistema penitenziario. Perché sicurezza e civiltà della pena si tengono insieme in un perfetto equilibrio. Ed è la rottura di questo equilibrio che ha prodotto quello che è accaduto in questi giorni. Franco Corleone sa bene che chi beneficia del caos e dell’assenza delle regole sono i vertici delle associazioni mafiose, come si può capire bene leggendo la sua pregevole indagine sulla mafia di Catania negli anni 80, quando era componente della commissione antimafia.
Si tratta di un bel documento di cui lui certamente avrà memoria.

La cultura della prevenzione della mafia, caro Franco, è amore per la libertà, solidarietà, condanna di ogni prevaricazione, difesa dei deboli che sono le vere vittime della mafia, dentro e fuori dal carcere. Se escono i capi mafia perde lo Stato, perde la solidarietà, perdono gli ultimi, non perde solo l’antimafia. Questo riguarda anche gli spazi. Aprire gli spazi interni al carcere dentro le regole è una battaglia di civiltà. Aprire nel caos consegnando le carceri ai detenuti e alle loro gerarchie criminali, significa amplificare il dominio dei forti sui deboli, dei capi della criminalità sui detenuti alla prima esperienza, della dannazione sulla speranza di tornare alla vita normale. Significa condannare alla frustrazione il personale penitenziario che crede nella rieducazione e nella questione penitenziaria.

Ed è quello che ha portato al cedimento del sistema carcerario con le conseguenze che tutti possono notare. Le rivolte in cui sono stati esposti i più emarginati, hanno portato con un effetto domino alla liberazione di 400 mafiosi. Adesso chi è salito sui tetti ne pagherà le conseguenze; i mafiosi hanno incassato la deficienza del sistema: le rivolte sono cessate. Il sistema ha ceduto ma la responsabilità non può essere addossata tutta alla ultima gestione. Sarebbe il caso che una commissione d’inchiesta si impegnasse per capire quanto siano complesse, radicate e antiche le responsabilità di quanto è accaduto. Il carcere si governa con la civiltà e col rispetto, avendo cura dei deboli che vogliono essere recuperati, ma senza fare sconti ai mafiosi, perché ciò significa solo mandare in fumo la vera ragione per cui esiste: proteggere la società dalla devastante azione della criminalità organizzata.

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La risposta di Sebastiano Ardita è in controtendenza rispetto al tempo tetro di insulti e di mancanza di confronto. Ho grande interesse per il dialogo e mi aspetto che Ardita acconsenta sulla proposta di rivedere la legge sulle droghe che è la causa dell’affollamento delle carceri. Mi aspetto anche un pensiero per 13 detenuti morti. La giustizia senza pietà non è umana.

Franco Corleone