Il 29 luglio la Società della Ragione ricorderà Sandro Margara a quattro anni dalla sua scomparsa e mi auguro che sia l’occasione per ripartire dalla Costituzione e fissare i punti di una grande e ambiziosa riforma, venti anni dopo l’approvazione del nuovo Regolamento del 2000. Sono passati dieci anni dal Convegno su quali spazi per la pena secondo la Costituzione, che poi si è tradotto nel volume Il corpo e lo spazio della pena (curato da Stefano Anastasia, Franco Corleone, Luca Zevi, edito da Ediesse) che rimane il punto di partenza per una riflessione su architettura vs edilizia, sulla città e sul welfare. Voglio concentrarmi su un intervento, quello di Sebastiano Ardita, magistrato, allora direttore generale Detenuti e trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e oggi componente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Il suo contributo aveva come titolo “La vergogna dei non luoghi di pena”. Sarebbe da pubblicare integralmente, mi limito per ragioni di spazio ad alcune frasi che aiutano un confronto importante. Diceva Ardita che «una delle grandi ambiguità della moderna gestione penitenziaria è quella di tener dietro alla emergenza e alle scelte emozionali di carcerazione». Sottolineava che la scelta di carcerare obbedisce sempre meno a quella di extrema ratio.  Aggiungeva che occorreva una grande opzione di architettura penitenziaria ripensando all’architettura del sistema penale, conferendo stabilità detentiva alle personalità devianti e ricorrendo a misure alternative per gli altri casi. Mostrava sincero sdegno per quelli che devono essere considerati dei non luoghi: «La recente esperienza della visita ispettiva conseguente al decesso di Stefano Cucchi mi ha portato a considerare come i “non luoghi” della giustizia siano estesi anche a situazioni diverse dal carcere.

Ho visto – nelle celle del palazzo di giustizia – dei non luoghi, degli spazi assolutamente anonimi dove c’erano le tracce biologiche delle persone che vi passavano attraverso. In questi “non luoghi” si può iscrivere, ahimè, anche una larga parte del sistema “circuito giustizia” che è divenuto anche un non luogo culturale cioè uno spazio nel quale l’esperienza umana trascorsa senza libertà perde il suo senso e diviene sottrazione pura e semplice della vita». La questione, diceva Ardita, rimbalza su chi decide la qualità della vita dei reclusi e in particolare sui magistrati che operano all’interno dell’Amministrazione penitenziaria e sono chiamati a svolgere un ruolo di garanzia costituzionale. «Non possiamo rassegnarci al governo dell’esistente, alla ineluttabilità del sovraffollamento, alla carenza di risorse». Proponeva un modello di natura modulare sull’esempio spagnolo ove possa immaginarsi una permanenza stabile dei reclusi per l’intera giornata all’esterno della camera di pernottamento.

«Un modello che riconosca alle famiglie ed alle entità affettivamente stabili tutte le opportunità per vivere in modo costruttivo il rapporto affettivo/familiare». Infine affermava che «la questione penitenziaria non può ritenersi estranea ai magistrati che svolgono l’ordinaria funzione giurisdizionale, i quali per primi hanno interesse a che la pena che chiedono, la pena che irrogano, sia quella prevista dalla Costituzione e non altro. I procuratori della Repubblica devono conoscere la realtà dei loro penitenziari, i giudici farsi carico di conoscere lo stato delle condizioni di vita dei condannati».  Sebastiano Ardita appartiene ora al partito degli ultrà ma spero che sia ancora fedele a quelle idee. Allora bisogna tirare delle conclusioni e per quanto mi riguarda la soluzione passa attraverso l’abolizione delle leggi criminogene, per prima la legge sulle droghe che prevede pene severissime per un reato senza vittima. Sono anni che presentiamo i dati che testimoniano che la questione della legislazione proibizionista e punitiva pesa per il 50% sugli ingressi e sulle presenze in carcere (21.000 pari al 35% per violazione del Dpr 309/90 e oltre 16.000 pari al 28%, tossicodipendenti).

Un carcere ridotto a una dimensione limitata ai reati gravi contro la persona, l’ambiente, i reati finanziari ed economici e di criminalità organizzata permetterebbe di giocare la sfida dell’art. 27 della Costituzione seriamente, non verso coloro che o non devono entrare in carcere o non ci devono stare (inutile ripetere la litania sui tossicodipendenti). Certo bisogna fare i conti con teste come quella della ministra Lamorgese che poco prima del Covid-19 minacciava un decreto per l’arresto automatico per i responsabili dei fatti di lieve entità. Invece che avere corpi ammassati avremmo persone a cui offrire le condizioni per ripensare il passato e ricostruire il futuro. Messa alla prova, alternative alla detenzione, luoghi di integrazione sociale nel tessuto urbano rappresentano una tastiera utile.

I Garanti regionali hanno elaborato una proposta sul diritto alla sessualità che è stata approvata dal Consiglio regionale della Toscana e depositata in Parlamento come previsto dall’art. 121 della Costituzione. Il carcere dei diritti comincia da qui. Abbiamo chiuso i manicomi giudiziari, si può avere l’intelligenza di eliminare la detenzione delle donne e dei minori con soluzioni di responsabilità sociale. La scommessa va giocata oggi con intransigenza.