Come rendere pienamente politico un tema che si vorrebbe silenziare confinandolo nell’alveo, inappetibile, della tecnicalità istituzionale: la riforma elettorale. Il Riformista ne discute con Claudio Petruccioli. Un riformista doc.

Scrive Stefano Folli in una nota politica: “C’è un interesse convergente da opposte posizioni e riguarda il Pd e Fratelli d’Italia: andare al voto liberi da coalizioni e con un modello maggioritario. Magari forzando le caratteristiche dell’attuale Rosatellum, se non è possibile approvare una nuova legge”. Lei come la pensa?
Forse lei mi fa questa domanda perché ricorda che più o meno un anno fa, durante una chiacchierata come questa, le feci una confessione: chi, come me, alle prossime elezioni volesse esprimere un voto per auspicare continuità con gli orientamenti e le intenzioni del gabinetto Draghi, si sarebbe trovato in seria difficoltà. L’offerta politica sia a destra che a sinistra proponeva coalizioni divise e incoerenti proprio su questo punto essenziale. Oggi lo stato di quelle coalizioni è peggiorato e l’imbarazzo che confessavo un anno fa è cresciuto in proporzione. Penso sia un imbarazzo non solo mio; ripeto, tanto a destra quanto a sinistra.

Ricordo, ma che c’entra con la mia domanda su Folli?
La considerazione di Folli è stimolante innanzitutto per chi non vuole sostenere col voto coalizioni finte, divise su scelte di fondo; coalizioni che farebbero deragliare non una parte o l’altra ma l’Italia intera. La legge elettorale è questa e – purtroppo – non cambierà; cerchiamo di usarla nel modo più virtuoso (o meno dannoso) possibile. Vediamo: il 61% di 600 eletti (tanti saranno dopo la riduzione), deputati e senatori, quindi 366 parlamentari, scaturiranno da una competizione proporzionale, dove ciascun partito si presenta con il proprio simbolo e la propria lista. C’è poi il 37% (222) di eletti in collegi uninominali a un turno (modello inglese). Questi collegi sono stati in passato utilizzati per ammucchiate a bassissima coerenza politica e programmatica volte a strappare un voto in più della ammucchiata concorrente e guadagnare, così, il seggio.

Qualcuno potrebbe obiettare: ma se vuoi il collegio maggioritario a turno unico devi mettere in conto anche l’ammucchiata…
Non sono d’accordo. È possibile, ma non è inevitabile; anche la legge la prevede come possibilità, certo non come obbligo. L’Inghilterra insegna che la scelta dell’ammucchiata non è affatto il portato necessario del collegio maggioritario a turno unico; vince chi prende un voto in più degli altri, qualunque sia il numero dei concorrenti (anche in Inghilterra non sono mai o quasi mai solo due). Se sono in campo due coalizioni la cui coesione riesce a prevalere sulla pur consistente “diversificazione pluralistica” è logico che nei collegi uninominali si presentino candidati concordati all’interno delle coalizioni stesse. Si indicherebbe così che le coalizioni cercano come tali il consenso per vincere e si impegnano a rispettare quel consenso nel corso della successiva legislatura. Ma, fra rosatellum e porcellum, dal 2006 ad oggi non è mai avvenuto: sono sedici anni! E l’anno prossimo se si confermasse lo stesso rituale sarebbe molto peggio.

Perché?
Per quanto si è verificato in Italia a seguito dell’aggressione russa all’Ucraina: la scelta europea e atlantica, con le conseguenze che comporta, ha diviso entrambe le coalizioni: in quella di centrodestra è FdI della Meloni, in quella di centro-sinistra è il Pd di Letta ad avere assunto con chiarezza una posizione in sintonia con quella del governo Draghi. Gli altri partner delle ipotetiche coalizioni in competizione, in particolare i due più consistenti (da una parte la Lega di Salvini, dall’altra il M5S di Conte) hanno esplicite posizioni divergenti. Ne scaturisce una evidentissima difficoltà da parte di ambedue le “coalizioni” a proporre candidati comuni nei collegi uninominali e l’ancor più grande difficoltà degli elettori a votarli.

Che fa, pensa a candidati comuni Pd-FdI?
Non sono così stupido; se c’è una cosa certa nell’attuale panorama politico italiano è che Pd e FdI non faranno mai maggioranza per governare. Potrebbero, al massimo, sostenere, insieme con tutti gli altri un governo di unità nazionale; come sarebbe stato – e in parte, diciamolo, è – con il governo Draghi. I loro orientamenti politici e programmatici sono chiaramente alternativi e anche nella politica internazionale ci sono notevoli differenze: euroatlantica quella del Pd, atlantica ed euroscettica quella di FdI. Ma questi due partiti sono, oggi, il riferimento più preciso e visibile di cui gli italiani possono disporre, sia quelli che guardano a sinistra, sia quelli che guardano a destra: un po’ – se vogliamo prendere a confronto la patria del maggioritario uninominale – come i conservatori e i laburisti in Inghilterra. Questo dato di fatto trova costante conferma dai rilevamenti di opinione che indicano Pd e FdI come i due partiti che si contendono, alla pari, il primato fra le forze politiche italiane; con gli altri che seguono a distanza consistente e – a quanto sembra – tendenzialmente crescente.

Dunque?
Cosa impedisce, allora, che questi due partiti decidano – e concordino – di rendere esplicita e decisiva la loro competizione per la leadership del governo e del Paese presentandosi non confusi in coalizioni prive di ogni coerenza e credibilità, frutto di defatiganti e degradanti trattative per l’assegnazione dei singoli collegi a questo o a quello, bensì ciascuno con il proprio simbolo? Così gli italiani, che hanno ampiamente soddisfatto le loro preferenze partitico-proporzionaliste nella scelta del 61% dei parlamentari, potrebbero usare il voto maggioritario per l’obiettivo per cui è stato inventato: per dire cioè chi deve governare o, almeno, per indicare la spina dorsale della maggioranza che esprimerà il governo.

Non si finisce, così, per stravolgere la legge?
Al contrario! Riempiendo i collegi uninominali di figuri concordati a tavolino fra grandi piccoli e piccolissimi partner delle coalizioni si finisce per proporzionalizzare anche la parte che la legge affida alla logica maggioritaria; e si prendono in giro gli elettori che dovrebbero, per fedeltà di partito, sostenere un candidato che ha posizioni lontanissime, perfino opposte alle loro. Con la scelta di presentare anche lì i partiti con i loro simboli e i loro candidati si rispetta invece la logica della legge: introdurre sulla prevalente parte proporzionale della rappresentanza una curvatura maggioritaria che aiuta la formazione di maggioranze e governi e può agevolare anche la scelta della leadership.

Insomma, lei pretende che gli italiani si mettano a fare gli inglesi…
Io non pretendo niente; è la legge in vigore a prescrivere che più di un terzo dei parlamentari sia eletto in collegi uninominali a turno unico. Piuttosto, lei ricorda come si vota? L’elettore dà un voto solo, mette la croce sul simbolo del partito e basta, neppure la preferenza. Quella croce vale sia per il proporzionale che per l’uninominale; si trasferisce automaticamente a favore del candidato accanto al cui nome compare – da solo o associato ad altri – il simbolo di quel partito. La legge non consente il “voto diviso”, non è possibile votare per un partito e per un candidato nell’uninominale che non sia sostenuto dallo stesso partito. Se un “accordo di coalizione” fra Pd e Cinquestelle assegnasse il collegio uninominale in cui voto io a un esponente dei grillini, con la croce sul Pd finirei per dover dare il mio voto a un Di Battista, per esempio: un assurdo! Un uso limpido dei collegi uninominali a turno unico offrirebbe invece molti vantaggi.

Quali, per esempio?
Il collegio uninominale valorizza al massimo la figura dei candidati; e nulla impedisce – anzi tutto suggerisce e consiglia – che i partiti che aspirano alla formazione e alla guida del governo, candidino sotto il loro simbolo anche personalità indipendenti che per le loro competenze ed esperienze possano far parte di una squadra di governo, comprese quelle di notevole valore e con responsabilità cruciali presenti nel governo attuale. Draghi – non ci sono dubbi – non ha nessuna intenzione di cimentarsi nell’arena elettorale, ma fra i ministri da lui scelti qualcuno potrebbe avere altre intenzioni; il che avrebbe un rilevante significato. Oggi nessun partito più del Pd garantisce il sostegno al governo. E tutti i candidati sotto il simbolo del PD si riconoscerebbero in un chiaro programma per l’Italia, fondato su una solida collocazione euroatlantica volta alla definizione di un sistema di sicurezza globale e sul Pnrr aggiornato al post Ucraina (energia, difesa e cooperazione; cioè gestione dei flussi migratori, garanzia dei rifornimenti alimentari e sanitari, e simili).

Da zero a dieci, quante probabilità affida alla realizzazione del suo auspicio?
Ammetto: c’è molto ottimismo della volontà. Ma ci sono anche motivi razionali che spingono a una scelta del genere. Uno l’ho già indicato: evitare agli elettori alternative laceranti fra voto di partito e voto al candidato uninominale.

Poi, cos’altro?
Mettere con i piedi per terra, e sul terreno della democrazia, la competizione per la leadership. Mi rendo ben conto che imboccare la strada che io auspico richiede coraggio e lungimiranza, la assunzione di responsabilità che comportano anche dei rischi; ma la leadership e il consenso che la legittima si costruiscono proprio così, tanto in un partito, quanto in una nazione. E tutti sappiamo quanto, nel dopo Draghi, l’Italia avrà disperato bisogno anche di leadership.

E se nulla di quanto lei auspica si verificherà?
Sarà l’ennesima occasione perduta. Già troppe volte abbiamo girato la testa dall’altra parte; continuando a comportarci così non so quanto lo stellone d’Italia potrà reggere ancora.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.