Un Enrico Letta “morettiano”. Un Pd che ripone al centro del suo agire la questione sociale. Il Riformista ne discute con Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd.

Il segretario del Partito democratico, Enrico Letta, ha proposto una dote di 10mila euro ai 18enni meno abbienti, da finanziare con l’aumento delle tasse di successione dei ricchi, con patrimoni oltre i 5 milioni. C’è chi ha parlato di una proposta velleitaria, chi ha gridato “Ecco smascherato il partito delle tasse”, chi, invece, citando Nanni Moretti, ha gioito: finalmente “Ha detto una cosa di sinistra”. Lei come la pensa?
Come Nanni Moretti. Ma soprattutto ho trovato assurda la reazione di chi pare ignorare la condizione di un paese dove il patto fiscale che regge una democrazia è saltato da tempo. L’ultima riforma organica risale a un quarto di secolo fa, abbiamo 120 miliardi di evasione, il principio di progressività è stato scardinato a favore dei ceti più agiati e con la penalizzazione del lavoro dipendente. Dinanzi a questo ci si inalbera se un leader progressista avanza una proposta che tende a ridistribuire una quota di ricchezza, parliamo di eredità sopra i 5 milioni, a vantaggio di quella generazione sulla quale si versano quintali di lacrime senza che si muova foglia per restituirle una speranza di uscire dal fondo della fila.

La critica di alcuni è stata sul metodo, l’aver lanciato la proposta fuori da un disegno d’insieme e in fondo lo stesso Draghi ha risposto che se ne può discutere solo dentro una cornice complessiva.
Anche su questo capiamoci. Che serva un intervento su più tasti – Iva, Irpef, la giungla di deduzioni e detrazioni, una web tax sulle big tech, una fiscalità europea sul fronte ambientale, lotta impietosa all’evasione – è sotto gli occhi e in un documento elaborato un anno fa come sinistra del Pd e titolato “Radicalità per Ricostruire” quelle proposte le abbiamo messe in fila nel dettaglio. Ma molte delle critiche piovute su Letta non sono figlie di un giudizio di merito, nascono da un pregiudizio di altra natura. Quello per cui le tasse sono un tabù e la sola via percorribile è in una loro riduzione “a prescindere” come avrebbe detto Totò. Anch’io sono per ridurre la pressione fiscale sul costo del lavoro o quella dell’Iva sui beni primari estendendo il paniere a cui applicare un’aliquota agevolata, ma sono anche dell’idea che una vera riforma deve fondarsi sul principio di progressività in una stagione segnata dalla peggiore crisi degli ultimi decenni e nel pieno di una emergenza sociale che ci impone un’altra politica fiscale anche perché quella monetaria è neutralizzata da tassi di interesse quasi azzerati. Ma poi c’è un’altra cosa che lascia perplessi.

Quale?
Un provincialismo che abbassa gli occhi su quanto accade altrove. Negli Stati Uniti il moderato Biden ha licenziato un piano di sostegno al welfare per 1.900 miliardi di dollari e lo finanzia con un incremento delle tasse sugli americani più ricchi per 1.500 miliardi. Ora se i Democratici imboccano quella via è perché si sono convinti che la ricetta indicata a suo tempo da Obama – forti iniezioni di liquidità conteggiate in deficit con una protezione da concentrare sulle fasce marginali – non è bastata a fermare la penetrazione di Trump nel cuore della middle class. E siccome Trump le ultime elezioni le ha perse, ma raccogliendo 75 milioni di voti, cioè sette in più di quanti servirono a Obama per entrare alla Casa Bianca, la nuova Amministrazione sceglie altre categorie nella gestione dell’economia, dei beni pubblici e nel ruolo dello Stato. La politica fiscale, compresa l’ipotesi di un’imposta minima globale sulle multinazionali, è parte di questo modo di approcciare le novità. Il punto è che se lo fanno oltre Atlantico è un conto, se qualcuno prova a discutere rendite di posizione in casa nostra si grida allo scandalo, magari mascherando interessi corposi dietro questioni di forma.

Però questa volta anche l’Europa col Recovery Plan ha imboccato un sentiero nuovo.
Per fortuna e del resto non avrebbe potuto fare una scelta diversa. Ma ha ragione Jean Paul Fitoussi quando spiega che le risorse messe in campo non bastano. Sommando piano di rilancio europeo e piani nazionali siamo a circa duemila miliardi: gli Stati Uniti hanno stanziato seimila miliardi partendo da indicatori macroeconomici migliori dei nostri. Senza dire che qualcuno in Europa si interroga già su come rientrare nei vecchi parametri del debito considerando la via della sua mutualizzazione una deviazione dalla “Legge”.

«Ripartire dal lavoro: questa dovrebbe essere la parola d’ordine della sinistra di oggi» Così Mario Tronti in una intervista a questo giornale. Condivide questa asserzione e come andrebbe declinata?
Ma certo, poi conta come la si declina. Diamo per scontato che una frammentazione del mercato dei lavori ha creato sacche di sfruttamento e se guardiamo alle campagne del Sud nuove forme di schiavismo. Diamo anche per conosciuta la condizione di categorie, riders in prima fila, che maturano una coscienza di classe lungo sentieri di nuova sindacalizzazione con risultati non scontati come nella sentenza del Tribunale di Milano sui diritti di quei lavoratori. Resta da capire cosa determinerà l’ultima crisi e l’impatto dei lockdown. Sono convinto che creare lavoro buono e mettere in sicurezza quello che c’è sia la bussola per la sinistra, detto ciò credo che lo si debba fare muovendo da qualche verità sulla natura di questo modello sociale e di profitto.

A cosa si riferisce in particolare?
Al fatto che la pandemia non è stata una “livella”. In termini finanziari ha regalato a una manciata di Paperoni, ma meno simpatici, profitti stratosferici. Le 500 persone più ricche sulla terra hanno aumentato in pochi mesi il loro patrimonio di 1.800 miliardi di dollari mentre la crisi ha creato 150 milioni di nuovi poveri. E allora ha ragione Alessandro Volpi quando spiega perché questo capitalismo non può identificarsi col mercato inteso come lo strumento più efficace per allocare le risorse, ma dirlo significa che una crisi come l’attuale non la superi solo aggiustando qualche meccanismo che ha mal funzionato in passato, che sia la pessima distribuzione dei redditi o quella egemonia finanziaria che non si è certo vestita a lutto. Questa crisi riapre a sinistra la riflessione su un diverso capitalismo fondato su una convenzione o patto sociale che ristabilisca un ordine nel modo di funzionare e agire degli Stati, nelle politiche fiscali su scala sovranazionale, nella gerarchia dei beni collettivi a cominciare dalla salute, dalla formazione continua nell’arco della vita e da quel diritto a un reddito che consenta a ciascuno di condurre una esistenza libera e dignitosa come recita l’articolo 36 della Costituzione. Penso che il tema del lavoro vada iscritto dentro questa dimensione, concreta negli obiettivi e più ambiziosa nella visione del dopo.

La Cgil ha evocato la possibilità di uno sciopero generale. Uno scenario che di questi tempi sembra essere diventato eccezionale, quasi “eversivo”. Eppure in una società democratica il conflitto sociale non dovrebbe incutere paura. O a prevalere è il “non disturbare il manovratore”, in questo caso Mario Draghi?
Il conflitto è l’anima di una democrazia. Tocca al governo trovare mediazioni sagge su temi che toccano la vita delle persone. In questo senso avere stralciato la norma sul massimo ribasso è stata una scelta giusta, così come aveva ragione il ministro Orlando a proporre un tempo cuscinetto tra la scadenza del blocco dei licenziamenti per l’industria e le costruzioni e il nuovo sistema di ammortizzatori. Ci ripetiamo da mesi che sull’uso tempestivo dei fondi in arrivo dall’Europa l’Italia si gioca il suo destino, ma è una ragione in più per chiedere a un governo di scopo sorretto da una maggioranza ibrida di ricercare il massimo coinvolgimento delle forze sociali pena ritrovarsi orfani di quel consenso che non può mancare se ti proponi riforme ambiziose.

Dalla questione sociale alla tragedia migranti. Lo strazio per le foto dei corpi dei tre bambini su una spiaggia libica è durato un attimo. Il tempo dell’ennesimo Consiglio Europeo conclusosi con parole di circostanza ma senza impegni concreti. Siamo alle solite?
È imbarazzante ripetere per anni gli stessi concetti. Sui migranti l’Europa ha sacrificato la sua dignità e se vuole sanare la ferita deve ribaltare l’ottica. Ha ragione Stefano Allevi quando scrive: «non capisco la barca nel Mediterraneo se guardo solo la barca». Quel cimitero in fondo al mare è figlio di un continente, quello sotto al nostro, seduto su una bomba demografica mentre l’Europa continua a invecchiare. Chi fugge dalla miseria e rischia stupri e torture nei campi di detenzione in Libia lo fa perché non vede un’altra chance di salvezza. Affrontare questo dramma pagando regimi autoritari perché si tengano il “problema” in casa loro è miope oltre che inumano. Serve quella strategia integrata dell’Europa che finora si è evocata solo a parole e senza la quale ci troveremo alle prese con nuove tragedie.

Il processo sulla gestione dell’ex Ilva di Taranto si è chiuso in primo grado con la condanna, oltre ai Riva, dell’ex presidente della Regione, Nichi Vendola. Vale sempre la regola che le sentenze non si discutono…
Quella di Taranto è una sentenza storica perché sancisce il primato della salute sulle logiche del profitto. Quanto a Vendola, sono certo che i successivi gradi di giudizio annulleranno una condanna che non solamente lui giudica una ferita alla sua storia personale. Ogni critica politica è legittima, ma una critica politica non può mai tradursi in una sentenza penale tanto più in assenza di qualunque prova a supporto.

Sul Foglio Goffredo Bettini ha sostenuto che il Pd deve fare una svolta garantista…
Ne abbiamo parlato mesi fa qui sopra e lo ripeto: quel principio è la giusta difesa delle garanzie per ogni individuo che, se accusato, vive la sproporzione di forza tra un giudice che ha dietro a sé la potenza dello Stato e un imputato che, per quanto potente sia stato, dinanzi a quel giudizio è solo, a meno di non poggiarsi sul contrappeso di un’organizzazione criminale. Del resto sono i magistrati più illuminati a rammentare la formula di Montesquieu sulla consapevolezza del potere giudiziario come un “potere terribile” perché a differenza di ogni altro potere pubblico decide della libertà e dunque della vita delle persone. Ecco perché il garantismo non può ridursi a scontro politico, perché è l’essenza del diritto, ma anche per questo credo nel compito riformatore del Parlamento e non nelle scorciatoie referendarie, soprattutto se benedette da chi sino a ieri esibiva il cappio o il gesto delle manette.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.