«L’idea del segretario del Pd è strutturalmente buona ma non è ancora il momento di alzare le tasse, perché abbiamo bisogno di una stabilità fiscale». Ad affermalo in questa intervista a Il Riformista è uno dei più autorevoli economisti europei: Jean Paul Fitoussi, Professore emerito all`Institut d’Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. È attualmente direttore di ricerca all’Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione. È autore di numerose opere tra cui La misura sbagliata delle nostre vite. Perché il PIL non basta più per valutare benessere e progresso sociale (Etas 2010 e 2013), scritto con Joseph Stiglitz e Amartya Sen; Il teorema del lampione o come mettere fine alla sofferenza sociale (Einaudi 2013) e La neolingua dell’economia. Ovvero come dire a un malato che è in buona salute (Einaudi 2019).

Professor Fitoussi, il segretario del Partito democratico, Enrico Letta, ha proposto una dote di 10mila euro ai 18enni meno abbienti, da finanziare con l’aumento delle tasse di successione dei ricchi, con patrimoni oltre i 5 milioni. C’è chi ha parlato di una proposta velleitaria e altro. Lei come la pensa?
Mi sembra una proposta interessante. Il problema che vedo, però, è che non è venuto ancora il momento di alzare le tasse. Perché quello che stiamo attraversando è un periodo dove abbiamo bisogno di stabilità fiscale, se vogliamo virare sugli investimenti. Dare diecimila euro ai diciottenni va bene, perché no? Preferirei darli a quelli che hanno un progetto. Ma non è questo l’importante. L’importante è di sapere che se avvertiamo, come dovrebbe essere, la necessità di combattere le disuguaglianze, più o meno a lungo termine, le tasse sulle successioni devono aumentare ma non sulle piccole successioni, questo sarebbe sbagliato, ma sulle successioni molto grosse. Cinque milioni mi pare un po’ poco. Quello che penso è che se l’idea avanzata dal segretario del Pd è strutturalmente buona, può valere per il futuro, ma oggi, mi sento di ribadirlo, rischia di rivelarsi controproducente rispetto alle motivazioni, condivisibili, che ne sono alla base, perché in questa fase è necessario raggiungere e mantenere una stabilità fiscale. Tanto più in un momento in cui i Recovery plan sono bilanci ad investimento. Mi lasci aggiungere una cosa riguardo ai giovani. I giovani sono rari, dovrebbero quindi essere cari. Ma non è così. Stiamo distruggendo il capitale umano. E lo distruggiamo nel lungo periodo, poiché è noto che quando i giovani incontrano sempre maggiori difficoltà nell’ingresso nel mercato del lavoro, tale situazione continuerà durante tutta la loro carriera, o per lo meno le conseguenze si faranno sentire per il resto della loro carriera lavorativa. Si distrugge però anche il capitale sociale. Come si può avere fiducia in una società che accetta, per diminuire di un punto percentuale il debito pubblico, di ridurre di 10 punti il capitale umano? Lo spreco di capitale umano è la tragedia sociale del tempo che viviamo. Ed è un problema che investe il futuro stesso delle nostre democrazie.

Sempre il segretario del Pd sostiene, cito testualmente, che «la riduzione delle disuguaglianze è un obiettivo delle classi dirigenti dei Paesi occidentali». Ma se così è, su che cosa, a suo avviso, si dovrebbe fondare questa lotta alle disuguaglianze?
Su due cose. La prima, avere un sistema di protezione sociale più forte. La seconda, è di alzare i salari. Se facciamo questo, è meglio di qualunque altra cosa che potremmo fare. Perché la protezione sociale limita la disuguaglianza e l’aumento dei salari limita lo scivolamento delle classi medie verso il basso.

Al di là dell’Oceano, alla Casa Bianca si è insediato un Presidente che dice che bisogna tassare i super ricchi, investire in sanità pubblica e nelle infrastrutture, con una forte mano pubblica. C’è un socialista alla guida degli Stati Uniti?
No, c’è un uomo normale. Che ha la responsabilità di una popolazione e non di qualche ceto di essa. Biden sente come suo il dovere di proteggere l’insieme della popolazione. Questo porta con sé il ritorno necessario dello Stato nell’economia. Biden era partito senza dirlo.

C’è chi ha definito il discorso dei cento giorni pronunciato al Congresso da Biden come una sorta di manifesto di un “New Deal” del Terzo Millennio. Ora, al di là della definizione e dei riferimenti storici “rooseveltiani”, lei non pensa che questo riscoprire uno Stato imprenditore sia una “ricetta” valida anche per l’Europa?
Su questo lato, gli Stati Uniti hanno sempre avuto una visione pragmatica. Ad esempio, Obama aveva nazionalizzato l’industria automobilistica. Loro non hanno paura del debito né del disavanzo. Dopo la crisi, il disavanzo pubblico è arrivato fino al 12% del Pil negli Stati Uniti. Quelli che sono terrorizzati di fronte a questo, sono gli europei. Che hanno paura di un punto di disavanzo in più. Si è messo a punto un Recovery plan che ha il merito di esistere ma che non è dimensionato rispetto al problema che dobbiamo affrontare.

Qual è il limite più grande, strategico, del Recovery europeo?
Le dimensioni dell’intervento. Se facciamo un paragone con gli Stati Uniti, meno di un terzo. È poco, troppo poco. Noi parliamo di Biden, ma forse abbiamo dimenticato che Trump aveva già messo tre miliardi di dollari a cui si aggiungono i due miliardi di Biden. L’Europa appare molto debole in questo confronto.

Questa debolezza è anche un problema di leadership europea?
No, questo è prima di tutto, un problema di dottrina europea. Che è stata al cuore della Costituzione europea. È una cosa importante. Per vedere le cose con chiarezza bisogna capire che dobbiamo cambiare di dottrina. Non da oggi, sono persuaso che la tesi della solidarietà sia quella vincente, quella che trova la sua migliore giustificazione nella Storia. Ricordiamoci il cosiddetto “Trentennio glorioso”. Sono stati i trent’anni di costruzione, e non di decostruzione del nostro sistema sociale, e furono anche gli anni in cui la produttività globale e la produttività del lavoro nell’economia hanno conosciuto il maggiore aumento. La produttività implica tuttavia degli investimenti e attualmente, ci viene detto, gli Stati versano in difficili situazioni finanziarie e non sono in grado di investire. Ma perché non potrebbero investire? Perché non sono in grado di ottenere prestiti. E perché non possono ottenere prestiti, quanto i tassi di interesse sono uguali a zero, o perfino negativi? E questo, nessuno ha saputo dirmelo, nessuno ha saputo rispondere a questa domanda. Io sono convinto, ancor più alla luce di una crisi, quella pandemica, che non ha eguali quanto a gravità dal secondo dopoguerra ad oggi, che i diritti sociali sono elementi fondamentali del welfare, del benessere dei cittadini, delle popolazioni. Esistono determinanti oggettive del benessere, come abbiamo dimostrato con Stiglitz e Sen in vari nostri lavori, ossia, evidentemente, un posto di lavoro, ma che sia decente, e non precario, la sicurezza economica, la sicurezza tout court, come pure l’ambiente e la salute. Collego l’ambiente alla salute, poiché al momento, a prescindere dalla questione della sostenibilità del nostro sviluppo, l’ambiente e la salute sono intimamente collegati. Oggi più che mai abbiamo il bisogno di costruire nuovi diritti sociali, non di decostruire quelli già esistenti. Abbiamo bisogno di costruire dei diritti sociali che garantiscano un futuro di uguaglianza di genere, per gli uomini e le donne, che consentano effettivamente di fare aumentare la speranza di vita delle popolazioni, che permettano agli Stati di rivolgere maggiore attenzione all’istruzione dei loro giovani. Non è quello che sta succedendo oggi, poiché si stanno invece riducendo i bilanci destinati all’istruzione. Abbiamo bisogno di accordare la massima attenzione alle preoccupazioni in materia di salute pubblica, cosa che la diffusione del Covid ha reso centrale ma è ben lungi dall’essere una realtà al giorno d’oggi.

Puntare sulla crescita, si ripete da più parti…
Sono anch’io di questo avviso, a patto, però, che si chiarisca che la “crescita” non è qualcosa di neutro, di oggettivo. Una crescita che favorisce unicamente un piccolissimo numero non ci interessa affatto come obiettivo sociale, come obiettivo da perseguire nei nostri Paesi. Cerchiamo al contrario una crescita che garantisca l’uguaglianza dei cittadini di fronte al futuro. Una delle aspirazioni profonde delle famiglie è che il futuro dei loro figli possa essere migliore di quello che hanno avuto i genitori. È persino banale sottolinearlo. Oggi, la decostruzione dei diritti sociali non assicura nemmeno il futuro delle famiglie, poiché non si sa di quale pensione di vecchiaia potranno godere i lavoratori odierni quando non eserciteranno più un’attività lucrativa. Si è in tal modo creata una duplice incertezza: un’incertezza sulla sorte di questa nostra generazione e un’incertezza sulla sorte delle generazioni future. Incertezze che la crisi pandemica ha ulteriormente, drammaticamente acuito.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.