Brindare per il buon risultato va bene, ma guai ad ubriacarsi. È il consiglio che Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione Pd, dà al suo partito. E nell’intervista a Il Riformista ne spiega le ragioni.

Un italiano su due ha disertato le urne. Una seria riflessione sullo stato reale della nostra democrazia non dovrebbe partire da qui?
Credo di sì per motivi che vanno oltre il dato dell’astensione di queste amministrative. Mi è capitato di ricordare una chiacchierata con Federico Fornaro, il capogruppo di LeU alla Camera. Lui è uno studioso delle dinamiche elettorali, ha scritto saggi preziosi e il voto di domenica mi ha fatto ripensare alla spiegazione che del non-voto mi ha dato in quel nostro scambio. In sintesi diciamo che il corpo elettorale da tempo oramai si articola in tre categorie. Circa il 40 per cento degli elettori ogni volta che può, vale a dire a ogni elezione, esce di casa, si reca al seggio e vota: possono compiere scelte diverse a seconda del tipo di elezione e dell’offerta che giudicano più credibile, ma l’idea di astenersi da quel loro diritto non li sfiora nemmeno. Poi c’è un 20 per cento composto da persone distanti dalle urne da anni, talvolta da sempre; a questi non interessa il tipo di elezione, non si curano dell’offerta politica né dei candidati, semplicemente hanno smesso di votare, a volte non l’hanno mai fatto, e nulla e nessuno potrà convincerli a rivedere quella loro convinzione. Infine, ed è l’aspetto che più conta in questa fotografia, esiste un altro 40 per cento che sceglie se uscire di casa e andare a votare a seconda del tipo di elezione, del tipo di offerta che trovano, della qualità dei candidati. Definiamoli “astensionisti intermittenti”: non sono cittadini sedotti per forza dall’antipolitica o dal populismo, categorie in sé generiche, sono persone dotate di senno, senso critico, che non concedono più “a gratis” la propria fiducia a questa o quella componente, schieramento, forza politica. Dovessi trovare una definizione che ne restituisce il profilo, potrei battezzarli “elettori adulti”. Allora, se analizziamo i dati della partecipazione di domenica e lunedì e soprattutto se ci poniamo da subito il tema di come battere la destra nelle urne del voto politico quando ci sarà, recuperare una quota significativa di questi elettori motivandoli a una scelta di campo, diventa un elemento decisivo. Però con la stessa onestà, dobbiamo sapere che questo recupero non passerà da slogan o appelli, soprattutto se rivolti all’ultimo miglio della prossima campagna: serviranno coerenza, concretezza, e quel tratto di radicalità nelle proposte e nell’identità di un centro sinistra alternativo a ogni suggestione sovranista che poi è il grande lavoro, la semina, da iniziare adesso dopo il risultato straordinario di questi giorni. Insomma, si tratta di prendere atto che una democrazia senza partiti fatica a funzionare. Ma una democrazia senza elettori semplicemente non può vivere.

Il Partito democratico ha ottenuto risultati importanti. Come far fruttare questo “tesoretto” elettorale?
Brindando, ma senza ubriacarsi. Il voto ha trasmesso alcuni messaggi che devono incoraggiare a camminare sul sentiero imboccato in questi mesi. Un sostegno leale e autonomo al governo Draghi sapendo che mai come adesso, con l’uscita di scena della Merkel e le presidenziali francesi alle porte, il prestigio e il peso politico del nostro premier è una garanzia di affidabilità dell’Italia in Europa e questo aspetto è decisivo sia nella gestione corretta dei fondi del Pnrr sia nella discussione sull’indirizzo che l’Europa seguirà una volta scemata l’emergenza della pandemia. Il secondo messaggio che esce dalle urne riguarda più direttamente noi, il Pd, e la scelta di costruire alleanze larghe con il civismo migliore e le forze che si riconoscono in un campo progressista da estendere e consolidare. I successi al primo turno di Milano, Bologna e Napoli suonano come conferme di questa strategia e sarà bene trarne insegnamento anche per il dopo. Terzo messaggio, la conferma che la destra – quella descritta per mesi in rampa di lancio, oramai accreditata di una vittoria sicura alle elezioni politiche quando ci saranno – è in realtà un cantiere confuso e carico di conflitti e contraddizioni. La linea dell’estremismo condita di ambiguità come sulla vicenda vaccini e green pass ha messo in evidenza tutta la pochezza e la fragilità delle due leadership emergenti, mentre avere candidato nelle principali città profili quanto meno improvvisati è stato letto dagli stessi elettori moderati, penso al caso milanese, come un’offesa a quelle comunità. Allora, tornando alla battuta iniziale, motivi per brindare lunedì sera ce n’erano e ogni vittoria serve anche a creare un clima positivo fuori e dentro il Pd.

Ma attenti a ubriacarsi, ha avvertito. Che cosa intende di preciso?
Evitare di ubriacarsi significa sapere che adesso la strada non è solo in discesa, prima di tutto per i ballottaggi tra meno di due settimane e anche perché quella destra mantiene un consenso robusto in parti del paese che hanno sofferto la crisi e la pandemia. In questo senso il capitolo del lavoro e del reddito, del diritto alle cure e alla salute, del ritorno a una normalità nella fruizione di beni essenziali, la scuola in primis, saranno il banco di prova dei prossimi mesi anche per noi.

Il crollo dei 5Stelle. Candidati sconfitti praticamente ovunque. A Roma, Virginia Raggi ha registrato il risultato peggiore nella storia per un sindaco uscente. Per i grillini è suonata la campana, e se sì ha ancora senso rilanciare, come ha fatto Enrico Letta, un’alleanza con i 5Stelle in prospettiva delle elezioni politiche del 2023?
Anche qui starei ai fatti. Con quella forza abbiamo condiviso la responsabilità del governo nei quindici mesi della pandemia, i più tragici della storia recente. Abbiamo costruito una coalizione larga a Bologna e Napoli e oggi condividiamo il sostegno a Draghi. Giuseppe Conte ha preso le redini di un movimento in piena transizione e dalle mosse di questi mesi pare determinato nel condurlo a una collocazione compiuta dentro il nuovo centrosinistra. La sconfitta severa della Raggi è figlia del giudizio che una maggioranza di romani ha espresso sull’operato di quella giunta. Non so dire quale sarà l’evoluzione dei 5 Stelle da qui in avanti, penso che debbano accelerare il ripensamento avviato perché la stagione che li ha visti premiati nel segno di una politica anti sistema è definitivamente tramontata. Potrei dire che anche nel loro caso vale il vecchio ammonimento di Bobbio: discutono del loro destino senza capire che dipende dalla loro natura, decidano la loro natura e avranno chiaro il loro destino.

Il voto dà conto di un centrodestra, se non ridimensionato, certamente “ammaccato” e diviso. È solo un problema di candidature improbabili?
L’ho detto, quelle certamene hanno avuto un peso, ma non spiegano tutto. La realtà è che è cambiato il mondo attorno a loro e sembra non se ne siano accorti. La pandemia ha ribaltato intere categorie nel modo di pensare di milioni di persone e d’altra parte quando cambia, spesso in peggio, la condizione materiale di vita – pensiamo solo all’effetto di due anni di didattica sospesa – mutano anche le priorità, le gerarchie dei problemi. Le campagne ossessive sul pericolo dei migranti, le bestialità sui porti chiusi, hanno lasciato posto all’angoscia per le terapie intensive sature, per la ripresa di un lavoro in quei settori che il Covid-19 ha piegato. La destra, non solo qui da noi, è parsa inchiodata alla pochezza delle sue ragioni sino alla scelta irresponsabile di flirtare coi no vax e le piazze della protesta contro il green pass. Diciamo che hanno preso la storia contromano e le persone semplici nel modo più diretto, bocciandoli nelle urne, un po’ glielo hanno fatto capire.

Mario Draghi può essere soddisfatto dell’esito di questa tornata elettorale?
Non lo so, penso che il suo governo esca rafforzato in un senso duplice. Da una parte perché quasi nessuno dopo questo test può immaginare di spingere il paese verso un voto anticipato convinto di trarne con certezza un beneficio per sé. Quella che esce dalle urne è una domanda non tanto di stabilità, ma di rassicurazione, di una garanzia di ritorno alla vita e a una normalità e in questo senso pare difficile che il profilo dei capi di Lega e Fratelli d’Italia ispirino oggi a una maggioranza degli italiani più fiducia di quanta non comunichi il capo del governo. Dall’altro lato la stessa recente giornata che ha visto i leghisti disertare il Consiglio dei ministri impegnato a varare la delega fiscale denota un nervosismo che è frutto della sconfitta e di una leadership, quella di Salvini, meno salda di prima anche all’interno del suo partito. Ma come si è visto l’alzata di toni non ha sortito particolari ricadute e il governo può contare su una maggioranza determinata al di là delle scelte che farà la Lega. Il punto non è annullare il confronto sulle scelte – e anche sulla riforma fiscale sarà naturale e giusto entrare nel merito – quello che non è accettabile è la logica della minaccia o della destabilizzazione costante del governo perché c’è un’Italia che ci chiede altro e noi, almeno noi, con quella domanda oggi siamo in sintonia.

 

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.