Il valore dell’utopia, del sogno, per scardinare un cinico realismo che sottende e alimenta ingiustizie, disuguaglianze, respingimenti e baratta i diritti inalienabili di persone e popoli come è avvenuto per i curdi. La sfida dell’utopia, un’utopia “pragmatica”, il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati, la porta avanti, quotidianamente, fin dal suo nascere, 41 anni fa. . Del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, è il presidente.

Commentando le conclusioni del recente vertice di Madrid della Nato, questo giornale ha titolato: “La Nato si è venduta a Erdogan gli eroi di Kobane”. Padre Ripamonti, vi sono popoli sacrificabili, da consegnare ai loro carnefici?
No, non dovrebbe mai essere così. Nessuna persona è sacrificabile per l’interesse di un paese o dell’Unione europea o, come nel caso da lei citato, della Nato. Tutte le persone hanno eguale diritto di essere difese, di essere protette, quando si verificano le condizioni per far questo. Ma l’uso del condizionale è dovuto. Perché la realtà troppo spesso va in direzione opposta. Purtroppo negli anni abbiamo visto che molte volte alle politiche degli Stati si sono sacrificate molte persone. Pensiamo, solo per fare un esempio, alla rotta del Mediterraneo, che ci chiama direttamente in causa come Europa e come Italia. Riteniamo sacrificabili molte persone per garantire flussi molto bassi nel nostro paese e in Europa. Questa è una politica che non garantisce i diritti delle persone e quindi non è accettabile. Le migrazioni spariscono dai media ma non cessano gli abusi in Libia, le morti in mare e i respingimenti indiscriminati alle frontiere.

Che Europa è quella che per esternalizzare le frontiere, per fronteggiare una inesistente “invasione” di migranti, finanzia e spesso arma dittatori e autocrati perché facciano il lavoro sporco al posto nostro? Questa Europa ha ancora una coscienza?
È una Europa che manca di visione politica. Una visione dell’Europa e del mondo che manca alla classe politica. Quello che si sta facendo negli ultimi anni è un contenimento del fenomeno migratorio, ognuno in ordine sparso. E anche quando l’Europa riesce, a fatica, a prendere decisioni comuni, esse vanno sempre nella stessa direzione, quella del contenimento, dell’isolamento a fortezza, piuttosto che avere delle politiche lungimiranti di regolamentazione dei flussi migratori e una visione sulla migrazione che affronti questa problematica non in termini emergenziali e di sicurezza, ma per quello che è già da tempo e che sarà sempre più nel futuro: un fenomeno strutturale, che va affrontato non soltanto come regolamentazione ma soprattutto come politiche d’integrazione, d’inclusione nei territori, perché altrimenti si creano quelle divisioni sociali che di volta in volta compaiono nei vari paesi.

La pandemia doveva, quante volte è stato detto, unire l’umanità, perché di fronte al Covid “siamo tutti sulla stessa barca”. Così non è stato. In un recente rapporto, Oxfam ed Emergency hanno denunciato, documentandolo, l’apartheid vaccinale messo in atto nei confronti dei paesi poveri del mondo, in particolare in Africa. Le più importanti Agenzie delle Nazioni Unite hanno evidenziato le ricadute devastanti del “nazionalismo vaccinale” sui rifugiati…
Questa è una pagina che negli anni abbiamo visto più volte. Investimenti sulla salute nei paesi del sud del mondo che non è assolutamente all’altezza di una uguaglianza nella gestione della salute delle persone. Pensiamo, per esempio, negli anni passati, pre-Covid, al problema dell’aids in Africa e quindi l’accesso alle cure che ha richiesto diversi anni, troppi, per poter essere un po’ più libero e ancora adesso ci sono delle difficoltà. Io credo che il fenomeno della disparità, della diseguaglianza, soprattutto nelle vaccinazioni, faccia parte di questa gestione del mondo che privilegia i territori più ricchi a scapito di quelli più poveri. Una disparità che abbiamo verificato anche all’interno dei singoli Stati. Guardiamo all’Italia. La vaccinazione per le persone più ai margini, più in difficoltà, è cominciata con un grande ritardo rispetto a quello della popolazione generale. Poi grazie all’interessamento e all’opera del Terzo Settore, di vari organismi attivi e solidali della società civile, è ripresa con più forza. Resta il fatto, grave, che all’interno dei singoli paesi si assiste ancora oggi a quello che a livello globale si manifesta con la sempre più crescente diversità tra nord e sud del mondo.

Guerra, fame, siccità, una salute negata…Il mondo, e in esso l’Italia, è di fronte a queste piaghe che si incancreniscono sempre più. Eppure, per restare a casa nostra, non si sfugge all’impressione che la politica sembra rinchiudersi, quasi barricarsi, nei suoi palazzi. Padre Ripamonti, la distanza tra il paese reale e quelli che dovrebbero essere i suoi rappresentati nelle istituzioni, stia sempre più aumentando?
Purtroppo sì. Purtroppo questa distanza sta aumentando. E questo va anche a scapito della democrazia. Perché poi l’impressione è che siccome i problemi reali non vengono risolti, allora la democrazia non è qualcosa che funziona. Il Parlamento, con i partiti, non è qualcosa che funziona e allora occorre affidarsi ai tecnici, al leader personalista. E questo va tutto a svantaggio di una democrazia che è per sua natura fragile, e va curata nel suo processo di realizzazione, essendo l’ambito in cui si può costruire, insieme, il futuro. Se guardiamo tutte le emergenze che stiamo vivendo, esse sono frutto di quelle diseguaglianze che escludono il mondo reale dalle decisioni, perché queste persone non hanno voce in capitolo. Diventano “invisibili”. Pensiamo ai cambiamenti climatici. Essi sono conseguenza di quello sfruttamento della Terra che non tiene conto del rispetto della Terra stessa. E questa devastazione ambientale finisce poi per ripercuotersi sulle fasce più deboli, sulle persone più fragili, più ai margini, sui poveri e sulle popolazioni che pagano più delle altre questa devastazione ambientale, che produce fame, siccità e altro. Questa gestione del mondo e delle crisi che non tiene conto delle persone ma è a scapito loro per gli interessi di alcuni, a lungo andare si ripercuote su tutti. La pace si costruisce ogni giorno, forse ci è mancato il coraggio della quotidiana convivenza con i migranti che costruisce un futuro di pace, perché questo futuro sarà necessariamente un futuro plurale che ascolta le ragioni dell’altro e dialoga senza armi. La speranza è che il sangue della barbarie della guerra che ha bagnato ancora una volta la terra dell’Europa possa far rinascere con più forza quei principi di giustizia, uguaglianza, democrazia, in una parola di umanità che sono alla base dell’Unione.

In un mondo che non progetta il futuro ma semmai lo mette a rischio, qual è il valore dell’utopia? In fondo anche Papa Francesco viene considerato un “utopista”, termine che da alcune parti viene usato in una accezione negativa.
Io credo che l’utopia, ma parliamo anche di sogno sul futuro, sia centrale. Perché nel momento in cui noi non sogniamo più un futuro diverso, un futuro in cui le persone possano vivere in pace e felici, rischiamo di piegarci alla realtà del presente. Un presente che noi abbiamo costruito con quei nostri criteri d’interesse che rispondono soltanto ad alcuni e non a tutti. Invece io credo che il sogno, l’utopia, ci permettano di guardare al futuro in modo inclusivo, mettendo dentro tutti, in un mondo che deve essere diverso. Io lavoro con i rifugiati. I rifugiati sperano sempre. Scappano dai loro paesi nella speranza di trovarne uno migliore da quello dal quale fuggono, per un futuro che sia un futuro migliore. Papa Francesco li ha definiti “lottatori di speranza”. Loro hanno dei sogni, hanno delle utopie sul loro futuro, sul futuro di tutto. Credo che dovremmo imparare anche da questo. I migranti forzati fuggono e lottano per i loro diritti, certamente, ma in definitiva fuggono per i diritti di tutti. Dovremmo ripartire con un orizzonte culturale diverso invertendo la tendenza di un paese, il nostro, di un’Europa, la nostra, che hanno dimenticato per anni le persone più fragili e che hanno posto sempre più ostacoli all’ingresso dei migranti.

Abbiamo parlato della distanza sempre più grande tra la società civile, con i suoi tormenti e le sue speranze, e una politica rinchiusa in se stessa, sempre più autoreferenziale. In questo distacco che peso e responsabilità ha avuto il mondo della comunicazione?
Il mondo della comunicazione non può sfuggire dalle proprie responsabilità. Comunicare soltanto alcuni aspetti, quelli più deteriori, della società civile non lasciando spazio, per tornare all’utopia, ai sogni, a quello che le persone desiderano, al positivo che c’è nella società civile, nel paese, rischia di delineare un futuro non è costruibile insieme. I mezzi di comunicazione dovrebbero fare leva sul racconto del bene che c’è nel mondo, per aprire delle prospettive sul futuro. La comunicazione si piega spesso sull’immediato, sulla cronaca, su quello che fa audience, e dunque sul proprio interesse e non sul servizio che invece l’informazione dovrebbe fare alla comunità civile. Recuperando questa dimensione del servizio che i mezzi di comunicazione dovrebbero offrire per informare veramente i cittadini, forse recupereremmo anche una visione più ampia sul nostro futuro.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.