«L’Europa ha solo un modo per cercare di riscattare il vergognoso abbandono dell’Afghanistan: dare protezione e rifugio alle tante e i tanti afghani che rischiano la vita sotto la scura dei Talebani. Una fuga militare può starci ma una fuga dalle proprie responsabilità umanitarie, questo è inaccettabile». Se c’è un uomo simbolo di una Italia solidale, generosa, impegnata in una solidarietà fattiva, quotidiana, nei confronti di migranti e rifugiati che in questi anni sono sbarcati sulle coste siciliane, quest’uomo è Pietro Bartolo, 65 anni, il “medico dei migranti”, una vita a salvare vite umane a Lampedusa, reso famoso dal film Fuocoammare di Gianfranco Rosi, vincitore nel 2016 dell’Orso d’oro a Berlino. Eletto con una marea di voti, Bartolo è dal 2019 parlamentare europeo.

I Talebani hanno messo in moto la loro macchina repressiva. Le notizie che giungono dall’Afghanistan raccontano di rastrellamenti, di violenze e di una brutale imposizione della sharia. L’Europa a parole si dice colpita…
Appunto, a parole. Quelle che escono da Bruxelles sono dichiarazioni fotocopia, ma tali rimangono. Parole come unione, solidarietà, condivisione di responsabilità si sprecano, ma la realtà è quella esternata dal primo ministro austriaco che, brutalmente, senza pudore, afferma che non solo il suo Paese ma l’Europa non accoglierà profughi afghani. E tutto questo a fronte di una tragedia che noi stessi abbiamo contribuito a determinare. Non possiamo scaricare le responsabilità sugli altri, perché noi abbiamo seguito gli Stati Uniti, siamo andati là come parte della Nato, per vent’anni abbiamo sprecato un mare di denaro, abbiamo perso tante vite umane, e a un certo punto si decide di andare via. E in questa formulazione è racchiusa tanta ipocrisia…

Perché ipocrita?
Perché si ha paura, o vergogna, di chiamare le cose con il loro vero nome. Noi dall’Afghanistan siamo scappati, perché di questo si tratta, non facendosi scrupolo di abbandonare tutti dopo averli ingannati. Sì, ingannati. Gente che si è affidata totalmente a noi, cercando di raggiungere una condizione diversa, soprattutto le donne. E noi li abbiamo lasciati in mano a chi si sta vendicando, soprattutto ai danni delle persone che avevano collaborato con le forze atlantiche, e che oggi sono in grave pericolo. Certo, abbiamo fatto bene a portare via un po’ di persone, era il minimo che potevamo fare, ma restano tantissime persone che sono in pericolo di vita. Sappiamo cosa sta accadendo. E di fronte a questa tragedia che acquista sempre più i caratteri di un crimine contro l’umanità, l’Europa non sa far altro, nei fatti, che chiudere le porte, come si è visto dall’ultimo Consiglio europeo. E quando si parla di aiuti, di promesse di risorse, lo si fa in un’ottica di esternalizzazione, che si traduce in un “aiutiamoli a casa degli altri”, cioè i Paesi confinanti. Non ce la si può cavare così. Noi Europa, noi Italia dobbiamo preoccuparci di aiutarli a “casa nostra”, assumendoci tutte le responsabilità che ci competono, tanto più che la frittata l’abbiamo fatta. I danni fatti vanno oltre l’Afghanistan.

Vale a dire?
Abbiamo perso credibilità. L’abbiamo persa completamente agli occhi del mondo. Perché siamo stati quelli che sono andati là, a fare cosa poi? Dicono: a esportare la democrazia. Ma la democrazia non può essere imposta dall’esterno, con la forza. E poi li abbiamo abbandonati. Per recuperare un po’ di credibilità, il minimo che dovremmo fare è non abbandonare quelle persone, portarle qua, prima possibile, toglierle da quelle sofferenze, da quella miseria, da quelle violenze, e non delegare altri Paesi vicini, l’Iran piuttosto che il Pakistan, dicendo noi vi paghiamo per tenerveli voi. Non è solo questione di umanitarismo. È che questo modo non ha mai pagato, perché le sofferenze delle persone, perché tali sono e non “migranti”, “profughi”, “rifugiati”, che fuggono da guerre, pulizie etniche, regimi sanguinari, si fanno sempre più grandi, così come la disperazione dei tanti che pur di fuggire da quell’inferno attraversano il deserto, si ammassano su carrette del mare, pur sapendo di rischiare la vita. L’Europa pensa davvero di salvarsi la coscienza e risolvere questa catastrofe, applicando per l’Afghanistan il “modello turco”? Noi dobbiamo parlare con questi Paesi, coordinare una iniziativa comune, permettere alle Ong di operare, e per far questo dobbiamo mettere in conto anche di parlare con i Talebani, per far sì che si possa portare aiuto senza rischiare la vita. Penso soprattutto alle donne che operano in queste Ong. Dobbiamo tentare tutte le strade per provare a recuperare un minimo di quella credibilità che abbiamo perso. Immagini situazioni simili a quella dell’Afghanistan, in cui c’è bisogno di un pronto intervento: oggi chi si fida più di noi, dopo quello che abbiamo combinato? L’unico modo per provare a risalire la china, almeno un po’, sarebbe quello di salvare quelle persone, portare in Europa quelli che vogliono venire. L’unico modo per dire: noi non vi abbiamo abbandonati. Anche se, lo ripeto, la frittata l’abbiamo comunque fatta.

In che modo?
Con un ritiro caotico, che si è rivelato per quello che è: una fuga. Siamo scappati da un giorno all’altro. È vero che si sapeva, ma quello era un discorso degli americani, di chi a Doha aveva fatto accordi con i Talebani, pensando, mi riferisco a Trump, al proprio tornaconto elettorale e non certo al futuro del popolo afghano. D’altro canto, dopo vent’anni non siamo riusciti a creare quello che si voleva, vale a dire uno Stato in grado di affrontare queste situazioni. In una settimana è sparito tutto, come un castello di sabbia. Non solo non abbiamo saputo “esportare” la democrazia, anche perché la democrazia non si realizza in questo modo, ma non abbiamo saputo neanche preparare quel Paese, sia dal punto di vista militare che nella formazione di istituzioni minimamente strutturate e credibili. A distanza di vent’anni, non abbiamo ancora capito bene il vero motivo per cui ci siamo imbarcati in una fallimentare avventura. La fuga mostra anche un’altra amara verità, che ci riguarda come europei…

Quale sarebbe questa verità?
L’Europa non ha una politica estera forte, in grado di definire alleanze internazionali credibili, che abbia voce in capitolo. Non abbiamo una politica estera comune e neanche una politica di difesa, che ci permetta di dire “qui ci siamo anche noi”. Su questo, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha detto cose impegnative nel suo discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento europeo: «Dobbiamo fare di più da soli». Staremo a vedere se ai buoni propositi seguiranno atti conseguenti: le resistenze da superare sono tante e non attengono solo ai Paesi del fronte sovranista. Resta il fatto che ad oggi siamo sempre quelli che arrivano in ritardo. L’abbiamo visto non solo in Afghanistan. L’abbiamo visto in Libia, dove siamo stati scalzati, come Ue e come Italia, dalla Turchia, dalla Russia. A casa nostra, si può dire, perché la Libia è a “casa nostra”. Eppure ci ha visto perdenti. Tutto questo dipende dal fatto che l’Europa non è unita. Qualcosa di positivo c’è stato, nella vicenda della pandemia dove è uscita fuori l’anima dell’Unione europea. Ma solo in quel caso.

E per il resto?
Ognuno opera per conto suo. E soprattutto per quanto riguarda il fenomeno delle migrazioni, a prevalere è un atteggiamento ostile anche di fronte a una situazione legittima. Si tratta di profughi, noi abbiamo degli accordi internazionali, c’è la Convenzione di Ginevra che ci obbliga ad accogliere queste persone. E invece noi le respingiamo e siamo disposti anche a pagare chi fa il lavoro sporco a posto nostro. Lavandoci le mani, ci sporchiamo la coscienza. L’Europa non può essere quella dei muri, dei fili spinati, di una fortezza che si blinda contro gli “invasori”. L’Europa è solidarietà, accoglienza, è rispetto dei diritti umani. Un impegno a cui stiamo venendo meno. Questo non è tempo di chiacchiere. In gioco c’è la vita di migliaia di persone, che chiedano aiuto. E noi siamo sordi a queste grida disperate. Continuiamo a parlare, perdiamo tempo nel limare anche le virgole di documenti che restano tali, mentre la realtà è quella respingente sbattutaci in faccia dal primo ministro austriaco. E questo perché l’Europa deve sottostare a quello che è il volere di alcuni Stati membri, che noi sappiamo essere sovranisti e totalmente ostili all’accoglienza, senza rendersi conto, o forse fregandosene altamente, che stiamo parlando di persone, di esseri umani e non di altro. Donne, bambini, persone completamente indifese. L’Europa non sta mostrando il suo volto umano, quello dei suoi padri fondatori. Sta invece esibendo il suo volto più ostile, cattivo. L’Europa sta tradendo se stessa, tradendo la gente afghana. Avremmo bisogno di una rivolta morale, di un movimento d’opinione che andasse oltre i confini nazionali. Avremmo bisogno di un “internazionalismo” umanitario capace di condizionare e orientare l’agenda dei “Grandi” della Terra. È un’utopia? Forse. Un sogno? Forse. Ma sono le utopie a smuovere il mondo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.