Fabio Mini è generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano ed è stato Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. Ha comandato tutti i livelli di unità meccanizzate ed ha prestato servizio negli Stati Uniti, in Cina e nei Balcani. Ha diretto la Comunicazione della Difesa e l’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze. È autore di numerosi saggi, da poco è nelle librerie, il libro scritto assieme allo storico Franco Cardini Ucraina. La guerra e la storia (Feltrinelli). Il Riformista l’ha intervistato. Sulle armi fornite dall’Italia all’Ucraina, Mini non usa mezzi termini nel manifestare la sua contrarietà.

E a Il Riformista ribadisce: «Non si sa a chi vanno le armi ma anche i soldi, tutti gli aiuti che confluiscono in Ucraina. Non si sa neanche dove vanno gli uomini». E aggiunge: «Tecnicamente siamo in guerra». Guardando alla storia, Mini torna sull’errore strategico commesso 30 anni fa: «Dovevamo smantellare la Nato alla fine della Guerra fredda». Un discorso che oggi incrocia il futuro stesso, politico e militare, dell’Europa. E anche su questo il pensiero del generale Mini è secco, tagliente, come un comando: «Esercito europeo sì ma senza Nato».

Generale Mini, il suo ultimo libro, scritto assieme a Franco Cardini, ha come titolo Ucraina. La guerra e la storia. Le chiedo, come può aiutare la storia ha comprendere la guerra di oggi?
La storia è fondamentale. Una storia che non parte certo dal 24 febbraio 2022 ma almeno dall’ultima guerra mondiale e dalla Guerra fredda. E dalla storia della fine della Guerra fredda. È lì che l’Ucraina finalmente viene fuori nella sua dimensione nazionale. Un passaggio chiave in tal senso è il trattato del ’94, col quale Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia s’impegnavano a farsi garanti della sicurezza dell’Ucraina, in conseguenza dell’impegno di quest’ultima a cedere alla Russia tutte le testate atomiche in suo possesso, che peraltro non poteva né mantenere né gestire. La storia che prende le mosse agli inizi degli anni’90 dà conto dell’ingresso dell’Ucraina nel consesso internazionale come un attore fondamentale, non come una comparsa o un Paese qualsiasi di quelli dell’Est europeo.

E la Russia come entra in questa storia?
Entra nel momento in cui l’Ucraina diventa il Paese più vicino all’Occidente e alla costituita e ricostituita e cambiata e moltiplicata Nato. Per la Russia diventa importante sia l’assetto politico interno sia la collocazione internazionale dell’Ucraina. Ecco perché la guerra del 24 febbraio non nasce quel giorno.

Lei ha fatto riferimento alla Nato. Svezia e Finlandia hanno fatto richiesta formale di entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica. Per la premier finlandese si tratta, cito testualmente, di “un atto di pace”. È proprio così?
Non mi permetto di interpretare il pensiero della Prima ministra finlandese. Ciò che so benissimo, per esperienza diretta, è che la Finlandia e la Svezia non sono Paesi “addomesticabili”…

Nel senso?
Sono Paesi che hanno un forte senso della politica internazionale e dello status internazionale. Entrare nella Nato è per loro un modo per cercare sicurezza in un ambito che non sia soltanto quello della neutralità. Sia Finlandia che Svezia si sono resi conto che quella russa è una minaccia anche a loro, perché anch’essi potrebbero essere invasi. Svezia e Finlandia, anche se hanno contenziosi storici con la Russia, non costituiscono una minaccia per la Russia. Non è una minaccia esistenziale. E questo per il fatto che si tratta di Paesi che hanno una consolidata cultura di carattere internazionale. Se di provocazione si può parlare essa va riferita alla Nato, che ha premuto molto. E in particolare la Gran Bretagna che sta facendo carte false pur di avere un suo ruolo. Non gliene importa niente né della Russia né della libertà dell’Ucraina. Ciò che le importa davvero è il ruolo fondamentale nell’ambito del Nord Atlantico, del Mare del Nord, del Baltico e dell’Artico. Anche con il supporto imbecille che sta dando ai Paesi che non c’entrano niente con la Nato, come la Moldavia e altri, la Gran Bretagna sta facendo il giochetto di riprendersi una parte di potere che durante la prima fase della Guerra fredda aveva anche in ambito Nato. Dopo la caduta del muro di Berlino, e dal ’92 in poi, non ha avuto più questo ruolo. Ha dovuto ritirare le truppe dalla Germania. E non solo. La Gran Bretagna non ha avuto più un comando del Nord Europa, che prima aveva. Adesso sta cercando di recuperare il potere perduto, facendo più danni che Carlo in Francia… Finlandia e Svezia non sono una minaccia esistenziale per come la considera la Russia. Però se questi cedono alle pressioni della Nato di avere sul proprio territorio anche basi militari, soprattutto missilistiche, sia pure spacciandole per “difensive”, allora sì che diventa un problema, perché si trasforma in una minaccia. Sarebbero i Paesi Nato più vicini alla Russia. Mi lasci aggiungere che conoscendo bene i finlandesi e gli svedesi, e sapendo come siano non solo concreti ma anche ideologicamente portati verso un senso di libertà, per nulla inclini a stare sotto nessuno, beh il primo giorno che saranno dentro la Nato si renderanno conto che non possono fare come gli pare. E non sarà un bel giorno per loro.

E a quel punto?
Vede, noi stiamo parlando di due Paesi che hanno accumulato un grande patrimonio di credibilità negli anni di non allineamento, di neutralità pressoché assoluta. Un patrimonio che si è accresciuto nell’ambito delle Nazioni Unite. Dove vai vai, nel comando delle Nazioni Unite ci trovi finlandesi e svedesi. La Svezia si è auto-dichiarata una grande potenza umanitaria, nel senso che manda in giro i suoi soldati, ma lo fa per questioni umanitarie. Ora, la Nato non è più un’alleanza difensiva. È un’alleanza chiaramente offensiva perché ha come suo obiettivo quello di espandersi e dare una mano agli Stati Uniti per far fuori la Russia. Ecco perché si renderanno presto conto che, primo, avranno perso tutta la credibilità e il patrimonio che avevano accumulato nel passato, e poi si troveranno costretti a fare delle scelte che non vorranno fare. Se io fossi oggi ancora nell’ambito del comando Nato, al mio Segretario generale, Stoltenberg o chi per lui, gli direi: signori state bene attenti che questi due saranno i Paesi che metteranno i granelli di sabbia che faranno inceppare il “motore” della Nato.

Generale Mini come si sente ad essere etichettato, per le cose che dice, come uno che, sia pure in buona fede, fa il gioco di Putin?
Senta, questa storia di mettere etichette è una manovra da imbecilli. Nel senso etimologico della parola: in baculum, gente che non ha cervello e allora si deve appoggiare a un bastone. Questi imbecilli non hanno né senso del dialogo né senso del ragionamento. Per costoro pure il Papa e addirittura Kissinger sono filo-Putin.
Poveracci.

Al di là dell’evocazione generica della necessità di una soluzione politica della guerra in corso, quale può essere un punto di caduta sostenibile?
Ho scritto la mia idea su Limes nel numero, che ebbe un successo straordinario, di marzo. La guerra era appena cominciata. La mia valutazione era incardinata su questi punti: innanzitutto, in questa guerra nessuno ne uscirà vincitore. L’unica cosa da perseguire è il negoziato.

Su quali basi?
È inutile parlare di negoziato quando tutti vanno lì con la lista della spesa di quello che vogliono. Bisogna tirar fuori la lista di quello che ambedue le parti sono disposti a cedere e non a volere. Se tutti vanno lì a pretendere, non è un negoziato…

I contenuti…
In primis ammettere l’Ucraina nell’Unione Europea. In secondo luogo, riformare l’Unione Europea, nel senso di fare in modo che la UE abbia una propria politica estera e di sicurezza.

Anche con un esercito proprio?
Certo che sì. Un esercito europeo, ma senza la Nato. Allora ci siamo. Perché se invece l’Unione Europea continua ad andare appresso alla Nato è inutile ammettere l’Ucraina nell’Unione. In cambio dell’ammissione nella UE, Kiev non deve concedere niente, in termini territoriali e statuali, ma riconoscere un’autonomia amministrativa, regionale, alla Repubblica di Crimea nell’ambito della Federazione ucraina. E così per la Repubblica di Donetsk e di Lugansk. E la Costituzione ucraina si dovrebbe riformare e in alcuni suoi punti realizzare. Il che significa, ad esempio, togliere di mezzo quei decreti che sanciscono la soppressione della lingua russa, peraltro in uno Stato che per tre quarti parla russo. La sovranità territoriale la puoi esercitare, ma in quale forma? Se vuoi fare una dittatura sul Donetsk allora non si va da nessuna parte. Quello con il Donetsk e il Lugansk, che peraltro avevano già un loro parlamento, sarebbe un riconoscimento mutuo. La Crimea era già una specie di provincia a statuto speciale. Istituzionalizzare l’autonomia in una Ucraina federale. E in questo ambito, tutte le realtà federali e federate, dovrebbero dichiararsi neutrali. E la Nato non dovrebbe andare a rompere i maroni all’Ucraina.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.