Il professor Vincenzo Mastronardi è uno psichiatra e criminologo clinico tra i più noti nel contesto accademico internazionale. «Diciamo che mi piace studiare», glissa lui. E in effetti ha prodotto il più alto indice bibliometrico della sua categoria. Con il sistema-giustizia interagisce come psichiatra forense ed esperto di criminologia. E non è detto che la profilatura dei soggetti delittuosi sia tutta a carico degli imputati, come ci dice lui stesso. Anche i magistrati sbagliano, sono umani. E non vanno ritenuti “superuomini”. «Ho avuto in terapia ogni tipologia di essere umano, dalla massaia all’impiegato di banca, al medico, al magistrato, al politico…».

Che cosa li accomuna?
Sono tutti esseri umani, con le vulnerabilità e le paure di ciascun essere umano.

Alcuni però hanno più responsabilità di altri. I magistrati decidono della vita, e dunque in fondo della morte, delle persone…
Alcuni magistrati illuminati parlano dell’incidenza delle emozioni e del libero convincimento nelle decisioni. Il giudicare giusto ed equilibrato è troppo spesso sottoposto alla pressione soverchiante dell’opinione pubblica che preme sulle decisioni da adottare, inserendo di fatto le decisioni dei magistrati in un clima contestuale incisivo.

Un tema su cui la stessa magistratura è chiamata a riflettere.
Il processo mediatico incide sempre di più sul processo giudiziario. Mi rifaccio in questo al lavoro di Luigi Lanza, un magistrato illuminato, già in Corte di Cassazione, e al lavoro di Imposimato, che invitai a tenere con me una lezione sugli errori giudiziari, su cui ha scritto un bellissimo manuale con la Giuffré. C’è spesso un clima falsato da un’attenzione selettiva della stampa o della politica.

Parliamo del caso Berlusconi. Un linciaggio mediatico-giudiziario preorchestrato, a giudicare dall’ammissione dello stesso giudice Amedeo Franco.
Il linciaggio ha origine da Charles Lynch che era il giudice della Virginia che nel 1782 presiedette una corte irregolare incaricata di punire un gruppo di soldati lealisti (alla Corona britannica, ndr) durante la guerra di indipendenza americana. Il giudice Lynch decise di rimettersi al volere dei presenti in aula, e quelli uccisero seduta stante gli imputati. Se ci si rimette agli umori della piazza, si rischia di fare come Ponzio Pilato quando chiese un parere al popolo. Chi urla Barabba, Barabba a gran voce, vince. L’opinione pubblica viene influenzata, si carica e a sua volta finisce per influenzare la giurisdizione.

Il populismo giudiziario.
Preferisco parlare dell’intelligenza della folla, con le parole di un altro grande giurista, Scipio Sighele, scritte nel 1903: «L’opinione pubblica è nel mondo quello che Dio è in Cielo. Un giudice invisibile, impersonale e temuto; è come la religione, una potenza arcana nel nome della quale si sono compiuti i più sublimi eroismi e le più abbiette iniquità; è, come la legge, invocata e interpretata a torto o a ragione in ogni momento della vita; è come la forza, sostenitrice a volte del diritto, più spesso dell’errore; è, infine, come una bandiera, disposta a volgersi sempre dalla parte donde spira il vento».

Ad arginare questa potenza arcana, calibrandola e dando priorità allo stato di diritto, dovrebbero esserci dei magistrati capaci di giudizio, più che di pregiudizio.
Il giudice convince se stesso, in primis, della bontà della sua decisione. Ma sappiamo bene che certi convincimenti sono “contenitori di emozioni”. Comunque nessuno può essere estraneo al condizionamento subliminale, non per un atteggiamento perverso ma perché siamo tutti uomini e tutti possiamo sbagliare. Il lavoro di magistrati quali Paola Di Nicola, Ferdinando Imposimato e Luigi Lanza è stato encombiale su questi temi.

La mancanza di empatia verso il condannato fa parte dei prerequisiti caratteriali?
Assolutamente sì. Come il medico legale: chi seziona il cadavere in sede di autopsia, non può e non deve avere partecipazione emotiva con la vicenda umana che ha condotto quel corpo in quella sede. Così deve fare il magistrato. Non sto dando loro le attenuanti generiche, ma il distacco emozionale è una delle caratteristiche del giudice. Ed è variabile da caso a caso.

Distacco fino a un certo punto. “Berlusconi è una chiavica”, avrebbe detto secondo alcuni testimoni Antonio Esposito.
Stiamo parlando di uomini: alcuni hanno un distacco assoluto, altri si lasciano andare ad espressioni cruente.

Su Berlusconi c’è stata una campagna che ha coinvolto magistrati e giornalisti?
Guardi, io ho 350 allievi universitari nel corso di investigazione criminalità e sicurezza. Quando avete pubblicato l’audio di Amedeo Franco è capitato di parlarne con i miei studenti. Mi hanno risposto, in un sentire comune, “tutti sanno che c’era un disegno. Lo avevamo capito da subito che sui suoi processi c’erano condizionamenti”.

Esiste una ansia di vendetta che sfocia nella visione ideologica e di parte?
Proposi nell’ambito delle mie lezioni alla Scuola superiore della magistratura il tema dei test psicoattitudinali. Si fanno per chi pilota un aereo, perché ha in mano tante vite umane, perché non si dovrebbero fare per chi decide in tribunale? Lo fanno in Argentina con un buon esito. I giovani magistrati presenti – tutti da stimare, per la loro volontà di tenersi aggiornati – ventilarono la loro risposta: non potrà passare mai, perché va subito sotto il dibattito politico. Si possono però fare i test anonimi. Luigi Lanza li somministrò a un centinaio di magistrati.

Esiste una presunzione di onnipotenza del magistrato?
Leggo soltanto quel che è stato scritto nel libro Psicopatologia della Carriera Universitaria, nell’indice delle voci trattate: la sindrome involutiva, dissociativa, narcisistica. Il delirio scientifico, burocratico, bellico. Nessuno ha mai costruito una tipologia personologica del magistrato.

Ci vuole pensare lei?
Perché no. Ci posso pensare, con l’aiuto di qualche magistrato.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.