È difficile prendere la parola in queste ore d’angoscia per tanti. Ma chi dedica la propria esistenza al diritto e alle sue regole avverte pesante il dovere di alcune verità. L’epidemia impone regole di comportamento. Parlare di stili di vita è solo un eufemismo per addolcire la pillola. Lo Stato pretende dai consociati comportamenti ben precisi e dettagliati, il decreto legge sulla zona rossa in Lombardia e altrove è chiaro: si deve «evitare ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori… nonché all’interno dei medesimi territori»; poi ai «soggetti con sintomatologia da infezione respiratoria e febbre (maggiore di 37,5° C) è fortemente raccomandato di rimanere presso il proprio domicilio e limitare al massimo i contatti sociali»; c’è il «divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora per i soggetti sottoposti alla misura della quarantena ovvero risultati positivi al virus». Per citare solo alcuni passi del decalogo premoderno approntato per fronteggiare la peste del terzo millennio.

In un Paese che soffre una profonda crisi di legalità, malgrado che per molti reati siano previste pene esemplari e un nugolo di sanzioni, c’è chi ironizza sull’applicazione dell’articolo 650 Cp a carico di coloro che trasgrediscano questi obblighi. Non sarà l’arresto sino a tre mesi o qualche centinaio di euro di ammenda a convincere tanti italiani al rispetto di queste regole essenziali, pensano in molti. Quindi i pessimisti agitano lo spettro della pandemia o dell’anarchia o della rivolta sociale come quella nelle carceri, con cittadini riottosi a ogni imposizione e incapaci di obbedire alle norme dell’emergenza. Messa in questi termini la situazione sembrerebbe difficile dar loro torto. Ma a guardarla, se fosse possibile, con un qualche distacco questa è una condizione straordinaria per il diritto e per la sua immane aspirazione a trovare applicazione. Mai in epoca moderna la tutela di valori e beni così importanti, come la vita o la salute o l’economia, si sta disvelando così debole e disarmata rispetto a chi se ne infischia e non vuole conformarsi. Certo in Cina o in altri regimi un coprifuoco o uno stato d’assedio darebbero una mano e faciliterebbero la missione. Certo dobbiamo ancora una volta constatare che la democrazia è l’organizzazione politica più esposta all’insubordinazione dei consociati e la più fragile rispetto a comportamenti devianti di massa; come essa semplicemente non regga all’urto dell’indifferenza e dell’egoismo o della mera stupidità.

Nulla di nuovo sia chiaro. I Costituenti lo sapevano perfettamente, quando, all’articolo 2 ebbero a prevedere che la Repubblica «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Non impone la Repubblica, né minaccia, né brandisce manette o agita chiavistelli da serrare. Lo «richiede» e basta, così nel modo più mite, sereno, democratico, orizzontale che esista. Sarebbe giusto cancellarlo quel richiamo all’articolo 650 Cp nella legislazione di queste settimane, perché suona così debole, fragile, inconsistente e piuttosto sarebbe serio mettere in esergo a ogni decreto il richiamo all’articolo 2 della Carta perché tintinni come un monito e una preghiera che la Repubblica rivolge a tutti i cittadini in questa ora di tribolazioni affinché ciascuno compia il proprio dovere. Una legge imperfetta diranno i puristi della pena, perché norma priva di sanzione, ma così luminosa nell’indicare la via da percorrere e le ragioni dell’obbedienza.