Un recente sondaggio dell’Istituto Euromedia, diretto da Alessandra Ghisleri, ha mostrato come quasi un terzo (29,4%) dell’elettorato del PD alle recenti elezioni politiche del 25 settembre abbia votato questo partito con assai scarso entusiasmo, più “ turandosi il naso” che per effettiva e autentica convinzione o adesione programmatica o fiducia nei leader. Si tratta della percentuale massima di voti “non convinti” registrabile tra i diversi partiti che si sono affrontati nelle consultazioni: nessuna altra forza politica raggiunge questo livello così intenso e diffuso di scetticismo nell’attirare i propri consensi.

Insomma, molto spesso l’adesione al Pd è stata semplicemente una “seconda scelta”, effettuata in mancanza di alternative credibili o apprezzabili. Ancora, l’analisi dei flussi mostra come segmenti consistenti di elettorato abbiano invece abbandonato il Pd che pure era stato scelto in passato, optando invece “a sinistra” per il Movimento 5 Stelle o, sul fronte liberale, per il duo Calenda Renzi (che ha raccolto dal centrosinistra la maggioranza dei suoi consensi). Si tratta di segnali concreti e significativi della vera e propria “crisi esistenziale” che investe il maggior partito della sinistra. Dovuta non solo e non tanto al recente insuccesso elettorale (legato soprattutto all’incapacità o all’impossibilità di fare alleanze – indispensabili con il sistema elettorale vigente – come invece ha saputo realizzare il centro-destra, che ha pure unito forze spesso diverse da loro tra loro dal punto di vista programmatico), quanto a una più profonda assenza di identità (o, ancora più spesso, di ambiguità della medesima) e di proposte convincenti e condivise nel partito.

Tanto che la stessa campagna elettorale è stata condotta più nel solco del “fermiamo la destra” o “contro Meloni” che di una esplicitazione in positivo del modello sociale che si proponeva (e che forse non esiste). La “colpa” di tutto ciò è solo in parte attribuibile al segretario, Enrico Letta. Che ha fatto del suo meglio per tenere in qualche modo insieme una realtà frammentata, composta da una pluralità di “anime” spesso distanti tra loro e da un assembramento di capicorrente sovente in accesa competizione l’uno con l’altro. La verità è che, al di là della campagna elettorale sbagliata (ma che quest’ultima ha evidenziato efficacemente, proprio attraverso i suoi limiti e le sue manchevolezze), il Pd soffre, potremmo dire “strutturalmente”, di una serie di problemi che appaiono in questo momento difficilmente risolvibili.

In primo luogo, come si è detto, il Pd appare dilaniato dalle correnti interne. È questo il motivo, peraltro, per cui Zingaretti lasciò a suo tempo la segreteria. Spesso si suole ricondurre questa frammentazione all’esistenza di due poli: uno per così dire più “liberale” e un altro che potremmo grossolanamente definire più “radicale”, che guarda spesso con simpatia al maggiore competitor del Pd in questo momento, vale a dire il Movimento 5 stelle. Ma si tratta di una rappresentazione semplificata, anche se in parte vera. In realtà il Pd è composto da un numero assai maggiore di correnti e di tendenze, ciascuna riferibile in larga misura ai diversi leader, più o meno “storici”, che lo compongono e che sono riusciti per questo a conquistare e a occupare numerosi posti di governo – e in generale di potere – negli ultimi anni.

Non sempre questa frammentazione corrisponde a visioni ideali o programmatiche realmente differenti: essa porta comunque ad un’accesa conflittualità interna, che finisce spesso però per paralizzare il partito. Sul piano dell’immagine esterna, ciò comporta la percezione di una assenza o, meglio, di una contraddittoria pluralità di visioni, che si tramuta inevitabilmente in una complessiva carenza nel trasmettere un’idea condivisa di società da proporre e realizzare. La priorità alle battaglie per i diritti civili piuttosto che a quelle per riforme strutturali economiche e sociali, evidenziata da molti osservatori negli ultimi mesi, non è che l’effetto indotto di questa situazione. È arduo dire cosa deve fare oggi il Pd e non sta certo a noi, modesti osservatori, il suggerirlo.

Ma ci sembra chiaro che il Pd non dovrebbe in questo momento “tirare in lungo” con l’ambiguità identitaria (“prendendo tempo” come propongono di fatto alcuni capicorrente, desiderosi evidentemente di conservare ancora per un po’ il proprio potere e il proprio posto) e che, viceversa, al maggior partito della sinistra converrebbe oggi scegliere finalmente un’identità chiara e certa, anche sul piano della visione sociale e programmatica. Decidendo da che parte stare. Naturalmente potrebbe non farlo, per evitare possibili spaccature. Ma così, mantenendo l’attuale profilo di ambiguità e di confusa sommatoria di posizioni interne, il Pd rischia la prossima volta di perdere, da una parte o dall’altra, anche quei numerosi elettori che l’hanno votato “turandosi il naso” e, di conseguenza, di fare la fine del Partito Socialista francese: la dissoluzione e l’irrilevanza.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino