I dati del Rapporto Svimez 2001, presentato martedì a Roma, rivelano luci e ombre della fase di ripresa Post-Covid dell’economia del Mezzogiorno sostenuta dal Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza (Pnrr). Per la prima volta dal 1992, anno che segna la fine dell’intervento straordinario, il Mezzogiorno può contare su ingenti risorse che rappresentano una grande opportunità di sviluppo: le stime del Rapporto rivelano che il Prodotto Interno Lordo delle regioni meridionali crescerà del 5% rispetto al 2020, e segnerà un ulteriore incremento del 4% nel 2022, allineandosi alla media nazionale. Ovviamente si tratta di stime che presuppongono una integrale utilizzazione dei fondi messi a disposizione dal PNRR (fino al 2024 gli investimenti totali dovrebbero ammontare a 90,4 miliardi di euro) e la prima ombra che smorza l’entusiasmo è proprio data dalla capacità degli enti locali di predisporre progetti in grado di spendere integralmente le somme stanziate.

Come è noto, i fondi verranno allocati attraverso procedure competitive tra amministrazioni beneficiarie e secondo l’approccio performance based (conseguimento di risultati), una procedura di assegnazione che non certo sarà favorevole al Mezzogiorno, per la cronica incapacità progettuale delle amministrazioni locali, dovuta in gran parte alla scarsa dotazione di personale qualificato. Il risultato finale potrebbe essere paradossale con una assegnazione effettiva di risorse nettamente inferiore al fabbisogno. Un altro elemento critico, a cui il Rapporto dedica particolare attenzione, è l’esistenza di una “questione salariale” nel Mezzogiorno, causata da un basso tasso di occupazione ereditato dalle perdite dei posti di lavoro nelle precedenti crisi (a cui si è aggiunta la pandemia che ha distrutto 10.000 posti di lavoro, di cui il 46% concentrato nelle regioni meridionali), e a un’eccessiva precarizzazione del mercato del lavoro per il maggiore ricorso a forme contrattuali quali il tempo determinato (quasi 920 mila lavoratori meridionali, il 22,3% al Sud rispetto al 15,1% al Centro-Nord), il part time involontario (79,9% al Sud contro 59,3% al Centro-Nord) e altre simili figure contrattuali.

Questa caratteristica strutturale del mercato del lavoro meridionale si riflette sulle retribuzioni, con il 15,3% di dipendenti con bassa paga nelle regioni meridionali rispetto all’8,4% in quelle centro settentrionali (i salari sono inferiori di circa 20 punti rispetto a quelli del Nord Ovest, e di circa 15 punti rispetto a quelli del Nord Est), e quindi sulla conseguente minor domanda per consumi di beni e servizi che rappresenterà certamente un freno per la ripresa. Il ristagno salariale è l’effetto della struttura produttiva meridionale caratterizzata da settori a basso contenuto tecnologico e a bassa produttività, e quindi difficilmente potrà essere rimosso nel breve periodo senza una riforma del mercato del lavoro che tenda ad incentivare i contratti a tempo indeterminato e l’introduzione di un salario minimo legale. I due ostacoli che il Rapporto intravede nel percorso di ripresa, e cioè la sottodotazione di competenze nella pubblica amministrazione locale e il ristagno salariale, sono già operanti a Napoli da tempo.

Da giorni l’amministrazione comunale attende una sorta di miracolo per evitare il dissesto, da giorni si susseguono affermazioni e smentite, accompagnate da una continua e crescente pressione lobbistica sui parlamentari che per il momento non ha trovato alcun riscontro reale in emendamenti alla finanziaria o in provvedimenti di legge, da giorni si denuncia lo stato di crisi della macchina comunale e il possibile flop napoletano nell’attuazione del PNRR. Una legge speciale per Napoli pare per il momento solo l’effimera promessa di una campagna elettorale. La dura realtà è invece quella descritta dall’assessore Pier Paolo Baretta, assessore-viaggiatore tra Napoli, Roma e Venezia, che promette aumenti di tasse per i cittadini napoletani come una sorta di contropartita, un pegno sacrificale, per evitare il dissesto. Evidentemente il monito della Svimez di aumentare il potere d’acquisto per sostenere la ripresa non sarà recepito a Napoli la cui amministrazione sembra muoversi nella direzione opposta. La farsa del patto per Napoli rischia così di finire in tragedia.