Per mesi abbiamo assistito alla politica “fai-da-te”, quella delle mille ordinanze regionali varate per arginare la diffusione del Covid. Poi è arrivato il classico scaricabarile, con i diversi livelli istituzionali impegnati a demandare ad altri le più impopolari scelte antivirus. Questa fase vive oggi il suo punto più alto: la dittatura dell’algoritmo, cioè quella dei numeri sulla base dei quali i provvedimenti restrittivi scattano in modo pressoché automatico. Eccolo, dunque, l’escamotage che la politica di casa nostra ha trovato per mettersi al riparo dall’esasperazione della gente. Durante la prima fase della pandemia, quando non c’era altro da fare che distribuire aiuti a pioggia e resistere fino all’arrivo dell’estate, i leader politici si sono dati al protagonismo più spinto. C’è chi l’ha interpretato in modo paternalistico, come il premier Giuseppe Conte, e chi con piglio ducesco, come il governatore campano Vincenzo De Luca. Di sicuro, in occasione dell’ultima tornata elettorale, quasi tutti i sindaci e i presidenti di Regione hanno capitalizzato il consenso costruito in questo modo.

Adesso, però, lo scenario è mutato ed è diventato enormemente più complesso: il Covid dilaga, gli ospedali sono in affanno, l’economia soffre e le proteste sono all’ordine del giorno. In queste condizioni, una classe politica palesemente inadeguata abbandona la strada del protagonismo e si rifugia nei numeri, cioè nei dati sull’andamento della pandemia che dovrebbero giustificare i provvedimenti restrittivi in modo oggettivo proteggendo i pubblici amministratori da più o meno violente manifestazioni di dissenso. A questo punto, però, a che serve la politica? Se chi governa si nasconde dietro i numeri, che ne è di quella delicatissima opera di interpretazione della realtà, mediazione tra diversi interessi e conseguente decisione che è sostanza dell’agire politico? Sfruttando lo “scudo” delle statistiche, i pubblici amministratori si deresponsabilizzano con conseguenze che diventano più gravi e paradossali a mano a mano che si scalano i vari livelli di governo. Già, perché l’attendibilità dei numeri che dovrebbero giustificare i provvedimenti restrittivi è tutta da verificare. Nemmeno l’algoritmo offre certezze perché legato al modo in cui i dati che lo compongono vengono trattati.

Emblematico è il caso della Campania. Secondo De Luca la regione è «a un passo dalla tragedia» e il principale motivo di preoccupazione è la maggior densità abitativa dell’area metropolitana di Napoli, la più alta in Europa. In base ai dati elaborati dall’Istituto superiore di sanità, invece, la Campania è «a rischio intermedio» e l’area più esposta al pericolo di contagio è il Casertano. E la Calabria? Quattro giorni fa il Robert Koch Institut ha dichiarato tutta Italia «zona a rischio» con la sola eccezione della Calabria che, invece, è ora considerata tra quelle più esposte al Covid insieme con Lombardia e Piemonte. Ciò delegittima tutti i protagonisti dell’emergenza: premier e ministri terrorizzati dal dissenso, governatori e sindaci che procedono in ordine sparso, medici che trascorrono più tempo in tv che in ospedale, giornaloni schierati a favore di questa o quella strategia. La confusione è totale, anche numeri alla mano. E senza la capacità di leggere correttamente e univocamente i dati, per poi adottare soluzione proporzionate e tempestive, la luce in fondo al tunnel resta flebile e lontana.