Delitto Falcone, due premesse, un racconto, poche osservazioni sui fatti che conosco, fra cui l’assenza totale di attenzione da parte degli inquirenti. Premesse. Prima: Cosa Nostra o anche qualsiasi organizzazione imprenditoriale criminale mafiosa non uccide mai per dare un Oscar alla carriera. Mai. Non è mai accaduto e non avrebbe senso.
Quando arrivai a Palermo dopo la strage di Capaci fui impressionato da una constatazione: nessuno parlava o inquisiva sul movente. Perché era stato ucciso Giovanni Falcone? Al contrario, era fortemente raccomandato dire: è ovvio perché è stato ucciso: è stato ammazzato soltanto perché era il più grande eroe della guerra alla mafia e così oggi la mafia l’ha ucciso.

Da un punto di vista investigativo e anche giornalistico, questo delitto non ha alcun senso. Eppure, allora come oggi nessuno cercava il movente. È un atto di fede: Giovanni Falcone non può che essere stato ucciso per la sua storica attività antimafia, specialmente come autore del maxiprocesso. Questo non è contro i fatti, la storia e la logica, perché Cosa Nostra usa l’omicidio, specialmente se “eccellente” se e soltanto se deve evitare un pericolo gravissimo immediato. Un omicidio per la mafia è sempre un grave danno e rischio perché comporta il blocco delle attività, arresti, inchieste e distruzione del business. Ma nessuno sembrava andare alla ricerca di un movente proporzionato al delitto.

Secondo. Quando fu assassinato Giovanni Falcone non era più un magistrato attivo ma un dirigente della pubblica amministrazione: non aveva più i poteri di un procuratore da quando il Pci l’aveva segato dalla direzione dell’antimafia e Claudio Martelli, ministro della Giustizia, l’aveva portato al ministero di via Arenula dove andava a piedi o in motorino, talvolta anche in tram. Per ucciderlo sarebbe stato bastato un killer in motorino. Soltanto quando tornava a Palermo, aveva a disposizione una super scorta d’onore.

Dunque, nessuno finora ha cercato di spiegare per quale immediato motivo la mafia dovesse uccidere Falcone e perché, abbia fatto ricorso a un attentato di tipo militare mai usato da Cosa Nostra, del tutto estraneo alla tradizione, che ha i suoi significati: quando la mafia uccideva e metteva i genitali in bocca, significava corna. Un pesce fra i denti del morto voleva dire che puzza come una spia. L’uccisione di Falcone – che sarebbe potuta avvenire a Roma senza azioni da commando – doveva non solo rispondere ad una necessità urgentissima ma anche costituire un messaggio. Per chi?

Un’avvertenza: tutto ciò che scrivo in questo articolo è già noto, ma curiosamente oscurato. I protagonisti della storia che sto per riassumere erano quattro. Di questi, due – Cossiga e Andreotti – sono morti ma nessuno li ha interrogati. Gli altri due sono vivi e russi. Uno è l’ex ambasciatore dell’Unione Sovietica e poi della Federazione Russa in Italia e che ha oggi 85 anni, Your Adamishin e l’altro è Valentin Stepankov che quando fu ucciso Falcone era il Procuratore generale russo e guidava un’inchiesta sulla sparizione del tesoro sovietico spedito all’estero per essere riciclato.  Valentin Stepankov, non appena ebbe la notizia dell’uccisione di Falcone, disse che voleva cambiare mestiere e si dimise. Ha pubblicato in Italia un libro da Mondadori con il giornalista Francesco Bigazzi “Il viaggio di Falcone a Mosca”.

Che ci faceva a Mosca Giovanni Falcone? Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga durante un caffè nel suo studio mi disse quel che segue e che scrisse in versione succinta nelle sue memorie. Mi disse Cossiga: “L’ambasciatore sovietico e poi russo Adamishin un giorno venne da me e mi fece una scenata. Disse che noi italiani, stavamo compiendo un delitto alle spalle del popolo russo perché non facevamo nulla per impedire che il tesoro dell’Unione Sovietica fosse spedito in Italia per essere riciclato, pagando una gigantesca tangente, affinché tornasse poi in Russia nelle mani di bande di predoni e oligarchi”. Cossiga disse ad Adamishin di non saperne nulla ma che se ne sarebbe occupato. Chiamò infatti Giulio Andreotti, Presidente del Consiglio, il quale gli disse: “Io non posso promuovere un’inchiesta che irriterebbe i comunisti ma ho un’idea migliore: perché non chiamiamo Giovanni Falcone che se ne sta tristissimo a via Arenula e non gli proponi un incarico diplomatico come figura di altissimo profilo che aiuti i magistrati russi nella loro inchiesta?

Così, Cossiga chiamò Falcone che accettò letteralmente pazzo di gioia, diceva Cossiga: “Giovanni non aveva bisogno dei poteri di un procuratore perché c’era Paolo Borsellino, suo amico fraterno, che avrebbe compiuto le operazioni giudiziarie che Falcone avrebbe suggerito. Fu così che Andreotti chiese alla Farnesina una serie di autorizzazioni che avrebbero abilitato Falcone a muoversi, andare a Mosca o in qualsiasi altro posto e ricevere con discrezione i magistrati russi, sapendo di poter contare per gli aspetti giudiziari su Paolo Borsellino. L’indagine di Falcone con i russi andò avanti alacremente: si trattava di rimettere insieme i flussi di denaro che provenivano dalla Russia, si fermavano in una banca italiana e di lì ripartivano per andare a finire in Sicilia in una serie di scatole o matrioske, dallle quali spillava – pagate le transazioni miliardarie – denaro pulito che tornava in Russia. La quantità di denaro è ignota. Cossiga mi disse di aver convocato un alto dirigente comunista cui chiese se avesse saputo di questa storia e che il dirigente – sempre nelle parole di Cossiga – rispose: “L’hanno offerto anche a me, ma ho rifiutato. Ma se ti dicessi chi dell’alto mondo della finanza non si è rifiutato, cadresti dalla sedia”. Cossiga non mi disse quel nome e l’alto dirigente da lui citato, negò dopo la sua morte che ci fosse alcunché di vero su un tale colloquio.

Come sappiamo, a Capaci non seguì solo via D’Amelio con mostruosa eliminazione di Paolo Borsellino, ma erano poi avvenuti fatti mai accaduti nella storia della mafia siciliana: le bombe in giro per l’Italia, da via dei Georgofili al teatro di Maurizio Costanzo, botti, alcuni morti non previsti. La mafia non ha mai cercato di dare spettacolo, e poi per far che? Per mettere in scena una guerra allo Stato, attaccando opere d’arte e altri bersagli incomprensibili. Eppure, se è stato fatto, ci deve essere una ragione. Si è detto con gli omicidi Falcone e Borsellino, la mafia aveva dichiarato guerra allo Stato. E adesso, si dev’essere detto qualcuno, questa guerra bisogna farla. Il resto dell’indecifrabile spettacolo è nota. Una manovalanza di piccoli personaggi è stata coinvolta in questa messinscena che aveva -ed ha – come unica prova, se stessa.

Un ulteriore elemento curioso: c’è mai stata una procura che abbia aperto l’inchiesta sul movente della strage di Capaci ponendola in relazione con l’inchiesta russa cui Falcone partecipava su mandato personale e copertura diplomatica del presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei ministri che mi hanno entrambi confermato i fatti, ma che sono morti (peccato qualcuno poteva anche sentirli)? Dulcis in fundo: il giornalista ed ex parlamentare Giancarlo Lehner integra i fatti: avendo una moglie e una parte della sua vita vissuta in Russia, ebbe l’idea di scrivere un libro sulle vere cause della morte di Falcone. Anche l’amico Lehner è vivo e vegeto e potrà confermare. Lehner dette una intervista ad “Oggi” in cui annunciava l’intenzione scrivere questo libro, e Andreotti allora lo invitò nel suo studio in piazza in Lucina dove gli disse: “Sono stato io a far preparare i documenti che servivano a Falcone per la sua inchiesta. Io potrei chiederne copia alla Farnesina (il ministro degli Esteri) per contribuire alla sua ricostruzione. Lehner ringraziò ma fu richiamato qualche giorno dopo: “Senta Lehner, disse Andreotti, lasci perdere.

Vede: alla Farnesina non si perde neanche una cartolina illustrata e quando ho chiesto il dossier su Falcone, mi hanno risposto che l’hanno perso. Poiché questo è impossibile, disse ancora Andreotti, questo è un messaggio: c’è qualcuno che non vuole questa sua inchiesta e per la mia esperienza con gente di questo calibro è meglio lasciar perdere”. La circostanza mi fu confermata da Andreotti che però è morto, ma sono vive un sacco di altre persone e forse -in questa fase di celebrazioni che tutti vedono piene di buchi, di trappole, di totali illogicità – potrebbero dire qualcosa d’interessante.

Ultima annotazione, quando Falcone morì, tutti i giornali russi ne dettero la notizia con titoli clamorosi perché a Mosca la questione del Tesoro trafugato era di enorme impatto. Un giornale fece un titolo più malizioso: “Chi ha ucciso il povero Ivàn”, orecchiando una canzoncina simile alla nostra “Maramao perché sei morto” e che voleva ovviamente dire: sappiamo perfettamente chi ha ucciso il povero Ivan e purtroppo da adesso tutti copriranno quel che è stato fatto a noi, a Falcone, a Borsellino, all’Italia, alla verità e – aggiungo io – anche al giornalismo.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.