Lager è una parola tedesca, vuol dire campo, alla lettera. I lager, nel linguaggio comune, sono quelli nazisti, dove furono sterminati gli ebrei e i rom. Oggi se scegli la parola lager ti riferisci a quelli. Cioè all’infamia dell’umanità. Papa Bergoglio ieri ha scelto la parola lager per parlare dei campi di concentramento della Libia, quelli nei quali vengono raccolti i profughi e i migranti in fuga. E poi ha scelto la parola ”inferno”, che per un credente è il luogo del male assoluto e insuperabile. Ora noi abbiamo solo due possibilità: la prima è quella di credere al Papa; la seconda è quella di dichiarare che il papa ha perso la testa, che non capisce niente, o che è un propagandista, un comunista, un anarchico o qualcosa del genere, e che va neutralizzato.

C’è una parte del mondo cattolico reazionario che pensa più o meno così. E così pensa anche una parte del mondo laico, qui in Italia, in particolare quello che fa riferimento diretto al “capitano”, cioè a Salvini, che vede proprio Salvini che mostra il rosario come possibile icona cristiana alternativa a Bergoglio. Io non ho mai pensato che sia proibito avere idee estreme e anche considerare il Vangelo un libro che insegna la selezione e la migliorecrazia, la supremazia dei più forti e dei propri compatrioti sugli altri. Mi limito a non condividere queste idee e, per quel che posso, a combatterle.

Quello che a me pare fuori da ogni schema politico accettabile è la finzione, l’ipocrisia, l’uso dell’ignoranza come strumento di amministrazione politica. Chiedo, ad esempio, ai capi dei partiti moderati, e in particolare dei partiti di sinistra: voi pensate che il papa sia fuori di senno? Perché se invece non si giudica il papa come uno stravagante propagandista di utopie, allora bisogna prendere sul serio le sue parole. Magari per contrastarle, discuterle, ma non si possono ignorare. Se il papa ha ragione, se i luoghi di raccolta dei profughi e dei migranti organizzati dalle autorità libiche sono lager, questo vuol dire una cosa semplicissima: che le autorità occidentali che dichiarano la Libia un porto sicuro o che organizzano il ritorno in Libia dei naufraghi o dei migranti fermati vicino alla coste europee, compiono un gesto criminale. Non sto esagerando con le parole, mi limito a esercitare la pura logica. Se sono lager e se consapevolmente li rimandiamo nei lager, noi stiamo macchiandoci di un crimine contro l’umanità. Sarebbe come se le autorità svizzere o svedesi, durante l’ultima guerra, avessero rispedito ai tedeschi e ai lager nazisti gli ebrei o i rom o i dissidenti politici in fuga. Un orrore inimmaginabile.

Ieri il papa è stato molto molto chiaro. Ha parlato come fa sempre lui, con la voce flebile, calma, suadente, con l’accento argentino che la intenerisce ulteriormente, e ha raccontato di quando all’inizio del suo pontificato si recò a Lampedusa e parlò coi migranti in fuga. Uno di loro parlava nella lingua degli etiopi, e un interprete traduceva al papa in italiano, e riferiva di torture e violenze e prepotenze insopportabili. Bergoglio però si stupì perché il giovane etiope parlava a lungo e il traduttore molto più brevemente. Poi, più tardi, incontrò una signora italiana, figlia di etiopi, che aveva seguito in televisione l’incontro tra il papa e il fuggiasco.

La signora conosceva la lingua degli etiopi e gli disse: «Santità, hanno tradotto male: il racconto di quel giovane era quattro volte più drammatico di come ve lo hanno riferito». Il papa ha detto che succede spesso così. Si “distillano” le testimonianze e le descrizioni. Ha usato questa parola un po’ curiosa: distillano, per dire che si edulcora, si rendono meno inaccettabili. Fanno così i traduttori e fanno così i leader politici. Penso proprio a loro, a Minniti, a Zingaretti, a Lamorgese, a Speranza, e a tantissimi altri, non voglio neppure citare i 5 Stelle che, su questo terreno, da sempre seguono la Lega. Distillare, si sa, è uno dei mestieri dei politici. Sopire, troncare, diceva Manzoni.

Il problema è che qui non stiamo parlando di una riforma delle pensioni o di una aliquota di tasse, stiamo parlando di gente che viene torturata e uccisa, e stiamo parlando della possibilità che i paesi occidentali, l’Italia per prima, respingano e inviino ai lager e alla tortura decine di migliaia di persone umane, tra le quali anche bambini, vecchi, donne incinte, che erano venuti da noi a chiedere un aiuto e a proporre la realizzazione della carta dei diritti universali dell’umanità, approvata un po’ più di 70 anni fa, dopo la guerra. Il papa mente? È malinformato? Se è così, diteglielo. Spiegategli che voi i campi profughi della Libia li avete ispezionati e lì regna il diritto. Fatelo. Fatelo guardandolo negli occhi.

Il papa non mente. Lo sapete tutti benissimo. Il problema che pone è gigantesco. Si riassume in una domanda semplice: vogliamo restare nella civiltà, e spingerla avanti, o vogliamo metterci fuori, tornare a prima del 1945? L’alternativa è quella: civiltà o barbarie. Quando mi capita di porre così la discussione, in genere mi si risponde con una esortazione e una domanda. L’esortazione è quella di portare i profughi e i clandestini a casa mia. La domanda è: vogliamo prenderci qui da noi tutta l’Africa?

L’esortazione è una pura maledizione di chi non ha argomenti. Non rispondo, evidentemente. La domanda potrebbe anche essere seria, ma invece è giocata come puro espediente polemico. Chiaro che l’Italia non può ospitare 80 milioni di profughi. Però può porsi il problema di come il mondo occidentale debba organizzarsi per far fronte a questa emergenza, che probabilmente durerà molti decenni perché è il risultato di decenni di ingiustizie, di guerre, di sopraffazioni, di rapine compiute dall’occidente ai danni del mondo più povero. Lo slogan “aiutiamoli a casa loro” è anche bello, è civile – non discuto – ma rischia di essere vuoto. Cosa vuol dire aiutiamoli a casa loro? Quale piano di aiuti è pronto per essere varato?

Quale percentuale del Pil europeo può essere investita (il 2 per cento, il 3, il 4?). Se qualcuno ha delle idee su questo discutiamone. Io non ne ho mai sentite. Ma anche le idee migliori non servono a risolvere il problema dell’emergenza. Oggi ci sono delle barcacce cadenti che solcano i mari con centinaia di profughi. È un dovere salvarli e dargli un luogo dove rifugiarsi e un po’ di pane. Non lasciarli affogare, né abbandonarli alla deriva, né rispedirli dai torturatori. E compiere questi semplici gesti non mette in nessun modo in questione la stabilità politica o economica dell’Europa né dell’Italia. Mette in discussione qualcos’altro? Sì: il consenso ai partiti. Gridare contro gli immigrati fa guadagnare voti, tacere ne fa perdere pochi, gridare a loro favore ne fa perdere tanti. Lo capisco benissimo. Se i partiti sono solo quello, macchine per i voti, la civiltà non è più un valore che conta. Come si chiama questa pratica: voto di scambio. Non c’è nessun’altra definizione. Quasi quasi preferisco il voto di scambio con la mafia.