Il Ministro Alfonso Bonafede, prima di varare il pacchetto giustizia contenuto del dl ristori, si è trovato sul tavolo un insieme di proposte stilato congiuntamente dall’Unione delle Camere Penali Italiane e dalle dieci Procure della Repubblica più importanti d’Italia: Milano, Roma, Napoli, Torino, Firenze, Perugia, Salerno, Reggio Calabria, Catanzaro, Palermo. «Un documento dal grande significato politico», ci dice in questa intervista il Presidente dell’Ucpi Gian Domenico Caiazza che precisa anche: «l’emergenza sanitaria non può diventare un pretesto per rendere clandestini i processi», commentando l’esclusione della stampa dalle udienze.

Avvocato Caiazza, come nasce questo documento condiviso tra l’UCPI e alcune Procure?
Siamo stati invitati ad un confronto dai Procuratori della Repubblica di Roma, Milano e Napoli. Ci hanno chiesto di incontrarci per capire se ci fossero stati spazi di condivisione per una richiesta comune al Ministro Bonafede in questa situazione di emergenza sanitaria. Ci siamo resi conto che era possibile convergere su una proposta congiunta che è stata poi estesa ad altre Procure e che ha un grande significato politico.

Quale?
Concordiamo, per esempio, sull’idea della remotizzazione della fase delle indagini; per noi non è naturalmente un fatto nuovo perché anche durante il primo lockdown avevamo manifestato una non opposizione a tale ipotesi. La condizione per la quale si senta una persona informata sui fatti o si interroghi un indagato da remoto non mette in discussione i principi che invece verrebbero messi in discussione nel dibattimento. Per di più è una modalità subordinata al consenso del difensore per quanto concerne l’interrogatorio dell’indagato.

Dal testo che abbiamo potuto visionare sembrerebbe che il Ministro Bonafede abbia accolto quasi totalmente le vostre proposte.
Sostanzialmente mi pare che il Ministro le abbia recepite. Ha fatto, tuttavia, delle eccezioni che noi non condividiamo: mentre nel nostro documento congiunto era esclusa in tutte le fasi del dibattimento la possibilità di una trattazione da remoto, invece nel pacchetto giustizia di Bonafede è prevista l’udienza da remoto per i testimoni qualificati – consulenti e periti -. Siamo radicalmente contrari perché sono esami delicatissimi. Questa eccezione è stemperata comunque dalla subordinazione del consenso del difensore. Vorrei sottolineare però un aspetto.

Prego
Se il decreto è confermato rispetto alla bozza che abbiamo potuto visionare, esso fa un passo in più rispetto alla fase del lockdown: per tutte le altre istruttorie dibattimentali viene esclusa la possibilità della trattazione da remoto, anche qualora ci fosse il consenso del difensore.

Quindi possiamo dire che è salvaguardato il diritto alla difesa?
Complessivamente è salvaguardato, naturalmente in considerazione della eccezionalità della situazione.

Pertanto queste modifiche non si trasformeranno in una prassi?
Sicuramente la questione dei consulenti su citata non potrà mai essere consuetudine, ci mancherebbe. Tuttavia ci sono alcuni elementi, oggetto del documento condiviso con le Procure, che auspichiamo vadano a regime, come l’accesso da remoto, anche dei difensori, al sistema che consente la conoscenza e il rilascio di copia degli atti depositati unitamente a provvedimenti cautelari o in vista del giudizio. Ciò impatterà notevolmente sul numero delle presenze degli avvocati negli uffici giudiziari.

Le udienze saranno a porte chiuse: questo impedirà la pubblicità del processo alla collettività e l’accesso alla stampa. Non le sembra una grossa criticità per noi giornalisti?
Lo capisco, si tratta di un profilo delicatissimo. Questo è un prezzo molto alto che dobbiamo pagare ma può avere un senso: una delle ragioni di celebrazione delle udienze a porte chiuse è esattamente quella dell’ordine pubblico legato anche alla salvaguardia della salute. Io ho partecipato ad alcune udienze in aule di dimensione media con finestre chiuse con cinquanta persone all’interno.

Però forse si poteva fare uno sforzo per la stampa: prevedere ad esempio un’aula per soli giornalisti che avrebbero potuto seguire in differita il processo.
Questo è un altro discorso. Non è affatto escluso che per determinati processi si possa chiedere. Così come si può chiedere la registrazione di Radio Radicale.

Il Tribunale di Avezzano ha rigettato la richiesta di Radio radicale di registrare il processo a carico del nostro Direttore e del collega del Dubbio Damiano Aliprandi adducendo l’emergenza sanitaria.
L’emergenza sanitaria non può diventare un pretesto per rendere clandestini i processi. Se ci saranno richieste di registrazione o di introduzione di una telecamerina per seguire da remoto il dibattimento spero che i giudici abbiano la sensibilità e l’attenzione per accoglierle. Questa può essere, insieme ai giornalisti, in particolare ai cronisti giudiziari, una battaglia comune.