Il Real Albergo dei poveri di Napoli è tra i 14 progetti strategici, per un valore di quasi un miliardo e mezzo di euro, inseriti dal governo Draghi nel Piano dei grandi attrattori culturali: per la sua riqualificazione sono in arrivo 100 milioni tratti dal Recovery Fund. «Il progetto del Real Albergo dei Poveri prevede il completamento del restauro, la rifunzionalizzazione degli spazi e un’attenta attività di valorizzazione del bene aperta alla partecipazione collettiva, anche con l’obiettivo di rigenerare lo spazio urbano connesso» ha dichiarato il ministro Dario Franceschini. L’edificio voluto da Carlo III di Borbone e realizzato da Ferdinando Fuga nel 1751 con lo scopo di accogliere i poveri del regno sarà rimesso a nuovo seguendo un progetto, già approvato dal Governo, presentato dal Comune di Napoli.

«Palazzo San Giacomo ha presentato otto lotti, ho sentito dire, mettendo insieme non sappiamo quali propensioni progettuali per la fabbrica settecentesca – afferma Paolo Giordano, professore ordinario di Restauro dell’università della Campania Luigi Vanvitelli e tra i massimi conoscitori dell’edificio settecentesco – Non sono a conoscenza di chi abbia predisposto il programma di una fabbrica così complessa anche per chi, come me, la studia approfonditamente da più di 30 anni. Probabilmente si saranno individuate competenze appropriate con le quali, però, in un contesto democratico, sarebbe stato o potrebbe essere interessante confrontarsi».

Giordano suggerisce anche un’altra mossa al Governo: «Sono fermamente convinto che se si riuscisse a offrire il 5% della somma stanziata dall’Esecutivo per l’Albergo dei Poveri al suo alter ego architettonico, ovvero il cimitero delle 366 fosse, casa dei morti progettata da Ferdinando Fuga sulla vicina collina di Poggioreale, si riuscirebbe a impegnare i contributi europei in una operazione urbana di respiro sicuramente europeo». Per ora, però, bisognerà accontentarsi dei 100 milioni di euro. «La somma messa a disposizione dal ministro Franceschini potrebbe riattribuire innanzitutto solidità costruttiva all’Albergo dei Poveri – spiega Giordano – completando il mio progetto interrotto sul prospetto occidentale, ovvero quello che si affaccia sull’orto botanico, ricostruendo i solai crollati sul corpo di fabbrica orientale che dà su Piazza Carlo III, e soprattutto, realizzando il progetto di pavimentazione della stupenda corte centrale, sempre elaborato dal sottoscritto per conto dell’allora Soprintendenza ai Beni ambientali e architettonici di Napoli».

Oggi l’edificio presenta solo tre delle cinque corti previste nel progetto originario, ma ciò non impedisce di leggere l’Albergo dei Poveri come una micro-città costituita da cinque diversi edifici riuniti insieme nelle forme di una potente architettura collettiva alla quale ora bisognerà dare una funzione. «Ho sempre affermato che, in mancanza di fondi, l’Albergo dei Poveri potesse diventare una sorta di Pompei settecentesca – osserva Giordano – Meglio un rudere visitabile in sicurezza che un edificio storico stravolto da restauri incapaci di coglierne la sua intima natura e sostanza architettonica. Se dovessero arrivare i fondi europei, però, il progetto di una “Casa per l’uomo del terzo millennio” potrebbe unire, finalmente, cultura e produttività sostenibile».

Sposa l’idea di Giordano anche Mauro Felicori, attualmente assessore alla Cultura e al paesaggio dell’Emilia-Romagna ma direttore della Reggia di Caserta dal 2015 al 2018: «Non bisogna essere ossessionati dal tema del “cosa ci mettiamo dentro”. Bisogna fare dell’Albergo dei Poveri il museo di se stesso. È un palazzo talmente bello che non ha bisogno di elementi aggiuntivi che rischiano di sortire l’effetto contrario, cioè di sottrarre bellezza». Secondo l’ex direttore della Reggia di Caserta, l’Albergo dovrà essere aperto alle mostre e agli eventi culturali ma «serve attenzione a non farsi prendere dall’horror vacui: c’è il palazzo e c’è la storia, bisogna realizzare una narrazione altrettanto bella e tanto basterà».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.