«Napoli deve ripartire, se non lo fa lei crollerà anche il Nord e il resto del Paese. La città deve sfruttare l’industria straordinaria che ha: il Porto, creando dei distritpark e diventando un polo di eccellenza della logistica, punto di riferimento del Mediterraneo. Il prossimo sindaco? Illuminato e preparato nelle materie scientifiche, in grado di capire, per esempio, che Bagnoli non può essere nient’altro che un parco e una centrale di energia geotermica»: il presidente della Svimez Adriano Giannola traccia il futuro di Napoli, spiegando il modello economico sul quale dovrà puntare la città.

Presidente, gli ultimi dati disponibili vedono la maggior parte delle imprese campane e napoletane in ginocchio. Qual è la situazione secondo lei?
«Innanzitutto il problema principale è la liquidità per le esigenze correnti. La situazione qui è sicuramente più drammatica che altrove. Le banche hanno coniato il termine di “imprese zombie” per descrivere quelle aziende che non sono più in grado di recuperare, nonostante i possibili interventi di assistenza. Questo è un problema enorme. Pensare che al Sud la situazione possa essere ammortizzata solo con interventi di sostegno, credo che sia abbastanza irrealistico».

Quindi gli interventi di liquidità non basteranno per salvare gran parte delle imprese campane e napoletane?
«Le iniezioni di liquidità serviranno per sopravvivere, ma per quanto? In una realtà come la nostra, che è fatta di economia sommersa e quindi di imprese che non possono chiedere ristori, la situazione è molto grave. A mio avviso occorre certo salvare più imprese possibili, ma nel contempo dobbiamo pensare a salvare i lavoratori che queste aziende lasceranno senza reddito. Serve un programma di stabilità sociale. Non basta l’assistenzialismo, occorre un progetto più ampio e servirebbe soprattutto rivedere il ruolo delle banche».

Come dovrebbe cambiare il rapporto tra banche e imprese?
«Questo è un tema molto complesso, soprattutto se consideriamo che le grandi banche sono assenti nel Mezzogiorno. Le banche fanno il loro mestiere secondo le regole che vengono imposte loro dalla Banca centrale europea: regole severe che penalizzano l’istituto in caso di trasgressione. In questo senso una banca che fa il suo mestiere preferisce un cliente del Nord rispetto a uno, di pari rischio, del Mezzogiorno perché è razionale che faccia così. Dovremmo cambiare il sistema delle banche».

In che modo?
«Adottando per esempio il metodo degli Stati Uniti: il Community reinvestment act impone a ogni banca di investire su quel territorio, favorendo quindi lo sviluppo delle imprese locali e di dichiarare di volta in volta quanto è stato investito per la crescita di quel territorio. In Italia questo non esiste, eppure è il Paese dove dovrebbe esistere di più perché le comunità del Sud sono molto più deboli, fragili e accidentate di quelle del Nord. Si tratta di un correttivo che rende la banca anche operatore sociale e che come tale farebbe parte della progettualità del territorio».

Parlando, appunto, di progettualità, qual è il primo progetto da realizzare per Napoli ora che arriveranno i soldi del Recovery Fund?
«Senz’altro il porto di Napoli. Il retroporto è una zona economica speciale (Zes) e dev’essere bonificata. Bonificare vuol dire investire molto, ma per qualcosa che avrà un grande ritorno. E questo è compito del Recovery Fund. All’interno di questa Zes si concentrerebbero migliaia di lavoratori e questa potrebbe essere una prima risposta alle tante imprese che chiudono. È questo il grande progetto della città: rendere l’economia napoletana più attrezzata per la logistica, essendo Napoli un grande porto del Mezzogiorno. Io partirei da questo piuttosto che dalla manutenzione delle strade che dovrebbero essere normale amministrazione per un Comune. Se non si mettono in moto le Zes – parlo di Napoli, ma anche di Taranto, Gioia Tauro e Bari – tanto vale spegnere la luce e andarsene».

Su cosa dovrebbe puntare l’economia del porto?
«Sul distripark: un posto nel quale si accolgono le imprese per fare le ultime lavorazioni prima di spedire le merci. In Marocco c’è un distritpark della Renault, in quattro anni sono arrivati ad avere 40mila addetti. Per Napoli si potrebbe fare, per esempio, per l’agro-industria o l’alta tecnologia: se solo desse lavoro a 10mila persone, per Napoli sarebbe un traguardo enorme. Il Recovery Plan dev’essere sì un’operazione di salvataggio, ma deve anche dare al Sud una prospettiva. E questa prospettiva non può che partire dal sistema portuale di Napoli».

Napoli, quindi, ha un ruolo fondamentale nel rilancio del Mezzogiorno?
«Assolutamente sì: l’Italia deve ripartire da Napoli. La più grande industria del Mezzogiorno si trova qui ed è il porto di Napoli. Le potenzialità sono enormi. Se non riparte Napoli, non riparte il Sud né tantomeno l’Italia. Il Nord non ha capito che se non riparte la nostra città, crollano anche lui. L’Italia perderebbe così un’opportunità straordinaria».
Napoli adesso ha bisogno anche di un sindaco all’altezza. Che personalità immagina alla guida della città?
«Dovrà essere una persona con due o tre idee, non di più, ma capace di esporle alla cittadinanza e di dire come ha intenzione di realizzarle in cinque anni. Vorrei un sindaco illuminato, con conoscenze scientifiche».

Lei quale idea realizzerebbe per prima?
«Senza dubbio scioglierei la questione Bagnoli. Basta parlare di progetti utopici. Bagnoli è una zona rossa, è tra le più alte zone a rischio del mondo secondo i vulcanologi. E allora facciamo come si fa in tutte le altre parti del mondo: mettiamola in sicurezza e realizziamo un bel parco. Bagnoli ha anche un’enorme potenzialità: è un luogo ricco di energia geotermica. Questo spaventa i napoletani ed è un nervo scoperto. Ma qui abbiamo tutte le tecnologie necessarie a disposizione. Potremmo creare a Napoli la prima città carbon free, obiettivo che tra l’altro ci chiede di centrare anche l’Unione europea. Napoli potrebbe diventare una grande metropoli verde, il che avrebbe un ritorno economico sia per le finanze del Comune che versano in condizioni disastrose, sia per le tasche dei cittadini che pagherebbero molto di meno di luce e gas».

Presidente, che città sarà Napoli tra cinque anni?
«Mi auguro una Napoli che ricominci a correre, che torni a essere ottimista e che torni a ricoprire il suo ruolo di capitale del Mezzogiorno».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.