La prima volta in cui Silvia Romano ha cominciato a pregare si trovava da qualche parte in Somalia. Era prigioniera del gruppo terrorista Al Shabaab e stava dormendo quando cominciò un bombardamento. “Iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perché volevo rivedere la mia famiglia; gli chiedevo un’altra possibilità perché avevo davvero paura di morire”, ha raccontato Romano in un’intervista al giornale online La Luce. È con Davide Piccardo, portavoce del coordinamento delle moschee di Milano e della Brianza, esponente di spicco della comunità islamica lombarda, che la 24enne parla per la prima volta del suo sequestro in Africa, della libertà e della conversione.

Silvia Aisha Romano è tornata a casa sua, a Milano, l’11 maggio 2020. Era stata rapita il 20 novembre 2018 a Chakama, in Kenya, a 80 chilometri da Malindi. “Il Corano non è la parola di Al Shabaab!”, ha detto nell’intervista. “Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? È un caso che sia stata presa io e non un’altra ragazza? È un caso o qualcuno lo ha deciso?”, sono state le prime domande della cooperante milanese. Prima di quel momento si dice essere stata “completamente indifferente a Dio”.

Era stato all’ultimo anno di università, poco prima della tesi di laurea, che Romano aveva deciso di fare volontariato. Ed è durante quell’esperienza che supera il suo pregiudizio verso l’islam. Si converte durante la prigionia. Legge il Corano, almeno due volte. E cambia nome: Aisha. “Ho sognato di trovarmi in Italia, passavo ai tornelli della metropolitana e sulla mia tessera dell’ATM c’era scritto Aisha e poi è un nome che significa ‘viva’”. E quindi cambia anche tutto il suo concetto di libertà, ora più relativo, soggettivo. “Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha; nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società e questo si è rivelato nel momento in cui sono apparsa vestita diversamente e sono stata fatta oggetto di attacchi ed offese molto pesanti – ha detto Romano – Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima. Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale”.

Adesso Silvia Aisha Romano, quando va in giro, sente gli occhi della gente addosso. In molti la riconoscono. A lei non dà fastidio. Dice di sentirsi una persona migliore: più paziente, rispettosa, generosa, compassionevole. E si sente bene accolta nella comunità musulmana.

Redazione