Un caso di sifilide al padiglione Roma di Poggioreale, quello che ospita i cosiddetti “sex offender”, detenuti cioè accusati di reati sessuali. Si tratta di un detenuto arrivato di recente dal carcere di Rebibbia. Il caso è unico e isolato, visto che tra gli altri detenuti del padiglione nessuno risulta aver contratto la malattia venerea, ma basta, tuttavia, a far tornare alta l’attenzione sulle condizioni di salute e di igiene nell’istituto di pena della città, anche alla luce dei tre episodi di scabbia rilevati nei giorni scorsi nel padiglione Milano, quello che ospita persone accusate di reati cosiddetti comuni: i tre detenuti in questione si trovano ora isolati e curati nella sezione specializzata del carcere che fornisce assistenza intensiva nel padiglione San Paolo di Poggioreale.

Sebbene tempestivamente affrontati e circoscritti, questi episodi riscontrati nel carcere di Poggioreale, il più grande e affollato d’Italia, riaccendono il dibattito sulla tutela della salute all’interno degli istituti di pena. Un tema complesso e delicato, che induce a fare i conti con la gestione delle risorse, con l’organizzazione del settore, con il degrado del mondo fuori, con le difficoltà di igiene e pulizia dentro le celle, con il sovraffollamento e con le criticità strutturali, con le condizioni di vita dei detenuti, con i problemi legati alla gestione di situazioni tanto vaste e varie come quelle che caratterizzano il mondo dietro le sbarre. Da quest’anno ci si è messo anche il Covid a pesare sulla gestione sanitaria delle carceri campane, e nazionali.

Sebbene nelle carceri cittadine la situazione epidemiologica sia stata sempre tenuta sotto controllo (da quando è scoppiata l’epidemia si sono verificati quattro contagi tra i detenuti a Santa Maria Capua Vetere più due tra medici e infermieri dello stesso penitenziario, più due casi tra gli agenti della penitenziaria a Secondigliano), l’allarme contagi è sempre in agguato. E proprio per questo i colloqui dei detenuti continueranno a svolgersi con le misure di sicurezza anti-Covid. In più da ieri si è deciso di far partire uno screening sanitario per chi lavora e per chi vive in carcere. «Screening sanitario per il personale di polizia penitenziaria del carcere di Poggioreale, per tutti i detenuti che ne faranno richiesta e per gli stessi operatori sanitari», fa sapere l’Osapp, l’organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria. Si parte con gli agenti che lavorano all’interno della struttura detentiva.

L’iniziativa, come sottolinea Luigi Castaldo, vice segretario nazionale dell’organizzazione sindacale, «è stata fortemente voluta dai sindacati di polizia penitenziaria e in particolar modo dall’Osapp» e realizzata «grazie alla sinergia tra il direttore del carcere di Poggioreale Carlo Berdini e il dirigente medico Vincenzo Irollo, con il supporto dell’area sanitaria penitenziaria del Salvia». «Lo screening ricopre un’elevata importanza sul fronte della prevenzione medica e della sicurezza negli ambienti di lavoro», aggiunge Castaldo evidenziando che l’iniziativa del direttore Berdini e del provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Antonio Fullone, e possibile grazie alla direzione generale dell’Asl Napoli 1, «soprattutto in questo travagliato periodo storico epidemiologico, non ha eguali visto il forte dispendio di risorse al fine di prevenire e scongiurare eventuali focolai».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).