Il taglio razzista dello slogan “prima gli italiani” si vede bene pensando a coloro che vengono dopo, cioè gli immigrati, e ai loro titoli morali e civili opposti a quelli dei cittadini nostri. Perché “prima gli italiani” dovrà pur supporre una giustificazione ulteriore e presentabile rispetto a quella di chiamarsi – che so? – Matteo o Giorgia: giusto? E dunque il criterio della graduatoria qual è? Prima che cosa, insomma?
Vediamo un po’. Prima i pensionati baby? Prima gli innumeri imboscati nei ministeri? Prima gli eserciti di forestali? Prima la folla di finti invalidi? Prima i percettori del reddito di cittadinanza che perpetua il diritto al divano? Prima, insomma, l’Italia parassitaria, indebitamente assistita, improduttiva, illegale, che ci tiene ai margini del mondo avanzato?

Hai presente qual è la guarnizione tradizionale di quello slogan, no? Dice: “Chi viene qui da noi deve lavorare, deve rispettare le nostre leggi, deve pagare le tasse”. Già. Lavorare come i cinquanta milioni di italiani che non lavorano essendo mantenuti dal lavoro dei dieci residui. Rispettare le leggi come normalmente sono rispettate in Italia, e cioè al livello di illegalità più elevato dell’Occidente. E pagare le tasse, infine: che notoriamente è un adempimento spontaneo e diffusissimo tra noialtri. In questo bel quadro, si ammetterà, “prima gli italiani” suona maluccio.

Forse non sarebbe indiscutibile nemmeno se il nostro decoro civile fosse specchiato, ma un senso dopotutto l’avrebbe: visto che qui è tutto nel perimetro legge, tutto distribuito secondo il merito di ciascuno, tutto ben regolato nel riconoscimento dei giusti diritti e nella sanzione dei privilegi ingiusti, allora l’immigrato si adegui e rimanga su questa rotaia di perfezione sociale. Altrimenti, ciccia. Il guaio è appunto che le cose stanno ben diversamente, ed è un Paese strutturalmente illegale e furbesco quello che pretende da un diseredato africano il contegno di un milionario svedese. E allora “prima gli italiani” significa soltanto che quegli altri vengono dopo perché sono negri.