Il giorno dopo l’intervista al Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Giuseppe Santalucia non potevamo non raccogliere il parere del Presidente dei penalisti italiani, l’avvocato Gian Domenico Caiazza. I motivi sono diversi: «nell’ultimo anno e mezzo – ci dice il leader dell’Ucpi – il dialogo con l’Anm è stato interrotto unilateralmente». Inoltre su alcune tematiche, come la separazione delle carriere e la responsabilità professionali dei magistrati, occorre chiarirsi meglio.

Avvocato nel complesso cosa pensa dell’intervista che ci ha rilasciato ieri il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia?
Ho apprezzato i toni e anche i segnali di ripresa di un dialogo con i penalisti italiani, dialogo che è stato interrotto unilateralmente dall’Anm nell’ultimo anno e mezzo. Non bisogna mai avere timore del dialogo. Ho accolto altresì favorevolmente la posizione espressa dal dottor Santalucia sul rifiuto di individuare un capro espiatorio nella vicenda Palamara, anche se occorre prendere atto che fino ad ora sia a livello di Anm sia a livello di Csm la questione è stata gestita in termini di capro espiatorio. Ci chiediamo a cosa porterà in proposito questa valutazione del nuovo presidente: se costituisse l’occasione per una apertura di una riflessione più approfondita non possiamo che salutarla positivamente.

Presidente, entrando nel dettaglio dell’intervista del dottor Santalucia, cosa ne pensa della sua risposta in merito al vostro appello al dialogo sulla questione della responsabilità professionale dei magistrati?
La risposta del Presidente mi è parsa un po’ elusiva. Nessuno di noi ha mai pensato di voler vedere sanzionato un magistrato, come lui teme, in base ad un esito assolutorio rispetto alle richieste dell’accusa. Sarebbe addirittura dannoso per i cittadini che affrontano una vicenda giudiziaria credere all’idea che ad ogni smentita dell’accusa debba farsi conseguire una responsabilità: sarebbe una follia, e ci tengo a dirlo. Noi penalisti indichiamo una strada completamente diversa: innanzitutto va sottolineato che noi parliamo di responsabilità professionale, abbiamo deliberatamente limitato il tema a questo profilo.

Quindi nessuno stravolgimento della normale dialettica processuale?
Assolutamente no. Per responsabilità professionale intendiamo un recupero delle valutazioni di merito della carriera di ciascun magistrato, nella quale non può non entrare una analisi complessiva dell’esito di alcune indagini o dei provvedimenti giurisdizionali che le hanno acriticamente assecondate, e che siano connotate da subito da quei profili di accanimento investigativo, totale infondatezza o manifesta illogicità che lo stesso giudice, di merito o di legittimità, abbia ritenuto doveroso evidenziare e stigmatizzare nel giudizio assolutorio, quando non addirittura già nella fase cautelare. Stiamo parlando di gravi errori professionali. E stiamo sostenendo che occorre porre fine a questa eccezione unica al mondo: quella italiana è l’unica magistratura al mondo che non prevede una valutazione professionale reale.

A tal proposito Eugenio Albamonte, ex presidente dell’Anm ed attuale Segretario di Area, nel commentare con l’Adnkronos l’intervista al dottor Santalucia ed in particolare l’appello lanciato dall’Ucpi all’attuale presidente dell’Anm per aprire un dialogo sulla responsabilità professionale dei magistrati ha detto: «Dire che i magistrati non rispondono di quanto fanno è una baggianata pazzesca». Come replica?
È forse una “baggianata pazzesca” che le attuali valutazioni di professionalità dei magistrati sono positive al 99%, dunque non esistono? Vuole indicarci il dott. Albamonte un solo altro Paese al mondo dove viga una assurdità del genere?

Il presidente Santalucia ci ha detto che è un timore ingiustificato quello di pensare che la normativa emergenziale sui processi possa diventare la normalità. Lei è d’accordo?
No, non sono d’accordo. Noi invece abbiamo questo timore: vi sono stati più tentativi di strumentalizzare l’emergenza per burocratizzare il processo penale, per depotenziare il suo principio di oralità nel dibattimento. Quello che ci conforta è che crediamo di aver respinto quasi tutti questi tentativi con il dialogo e la persuasione. Inoltre, i primi a non aver accettato l’idea del processo da remoto sono proprio in larga parte i magistrati. L’esempio più eclatante riguarda l’unica norma che non siamo riusciti ad impedire che entrasse in vigore, ossia quella concernente le Camere di Consiglio da remoto. Possiamo dire con certezza che si tratta di una norma totalmente disapplicata e rispetto alla quale diverse Corti di Appello, come quelle di Roma, Catania, Milano, Messina, etc, hanno assunto posizioni comuni con le Camere penali territoriali rifiutando la possibilità della Camera di consiglio da remoto. L’auspicio che vorrei formulare al Presidente Santalucia e alla sua giunta è di prendere atto che l’idea di continuare, seppur in via eccezionale, con il processo da remoto almeno per l’intera durata dello stato pandemico non è condivisa dalla stragrande maggioranza dei magistrati italiani, nemmeno con il pretesto dell’emergenza.

Sulla questione della separazione delle carriere, mi è parso di capire che il Presidente si sia accodato al coro di critiche sulla funzione del pm a cui più volte avete già risposto.
Il dottor Santalucia si chiede “Una volta che avremo separato il pubblico ministero, che ne faremo? Lo consegneremo al Governo, al potere politico?”. Trascura purtroppo il testo della nostra proposta di riforma costituzionale che garantisce l’indipendenza e l’autonomia della magistratura requirente da ogni potere. Noi vogliamo sancire in Costituzione l’indipendenza del pm: cosa dobbiamo fare di più se non scriverlo nella Carta costituzionale? Perché si continua con questo discorso? Perché si continua ad osteggiare la nostra proposta usando strumentalmente la questione del possibile controllo dell’Esecutivo sul lavoro dei pubblici ministeri, quando la norma costituzionale da noi proposta espressamente lo vieta? Che modo di ragionare è questo?

Il presidente Santalucia è stato sia gip che procuratore. Conoscendo i meccanismi da ambo le parti, secondo Lei potrebbe essere un valido alleato della vostra battaglia di conoscenza relativa alle misure cautelari richieste dal pubblico ministero rispetto a quelle effettivamente disposte dal gip?
Me lo auguro, a prescindere dal suo prestigioso curriculum. Il fatto che oggi a presiedere l’Anm ci sia un giudice e non un pm è sicuramente un fattore positivo. Spero che la sua esperienza faccia sì che l’Anm si affianchi a questa nostra idea che i dati statistici giudiziari non sono di proprietà della magistratura, ma devono essere a disposizione di tutti i cittadini: tra questi, i dati più tenuti all’oscuro, che nessuno raccoglie, riguardano proprio le misure di richieste cautelari e la percentuale di accoglimento.