TEL AVIV – La campagna elettorale in Israele è entrata nel vivo senza esclusione di colpi. È in atto un delicatissimo scontro istituzionale tra la Corte Suprema e il governo israeliano, che potrebbe avere conseguenze rilevanti sull’equilibrio tra il potere esecutivo e quello giudiziario, anche perché Israele non dispone di una Costituzione scritta che definisca in modo organico i rapporti tra i poteri dello Stato. Il governo israeliano ha respinto una sentenza vincolante dell’Alta Corte di Giustizia che consentirebbe all’organismo che regola le emittenti commerciali israeliane, la “Seconda Autorità per la televisione e la radio“, di continuare a operare nonostante le dimissioni lo abbiano privato del quorum richiesto dalla legge. Si auspica che, anche grazie alla mediazione del presidente Isaac Herzog, si possa giungere a una composizione del conflitto e che le controversie vengano risolte pacificamente attraverso un riavvicinamento tra le parti.

Israele ha inoltre annunciato di non voler rinnovare l’accordo idrico con la Giordania, in vigore dal trattato di pace del 1994, che garantisce la fornitura di acqua israeliana al Regno hashemita. Alla base della decisione vi sarebbe il crescente atteggiamento ostile di Amman nei confronti di Tel Aviv durante la guerra tra Israele e Hamas. Israele ritiene che un sostegno così importante, come quello della fornitura di acqua dolce, debba essere accompagnato da relazioni più cordiali tra i due Paesi. Grande preoccupazione suscita inoltre, in Israele, la possibile fornitura di caccia F-35 alla Turchia da parte dell’Amministrazione Trump. Secondo molti osservatori israeliani, questa eventualità potrebbe alterare gli equilibri strategici regionali e mettere in discussione la superiorità aerea dello Stato ebraico, soprattutto alla luce delle ripetute dichiarazioni ostili ed estremamente minacciose del presidente Recep Tayyip Erdoğan nei confronti di Israele.

Sono questi i tre temi che dominano in questi giorni la stampa e le televisioni israeliane, mentre riceve per ora minore attenzione il prossimo incontro tra Israele e Libano, in programma a Roma il 15 e 16 luglio. Si tratta di un appuntamento significativo, perché rappresenta un nuovo round di colloqui a livello di ambasciatori dopo l’intesa in 14 punti firmata il 26 giugno a Washington, che però Hezbollah continua a non riconoscere. Il presidente libanese Joseph Aoun ha dichiarato di non essere al momento disponibile a incontrare Benjamin Netanyahu finché non cesseranno gli attacchi israeliani. Una presa di posizione che appare soprattutto dettata dall’esigenza di non aggravare ulteriormente i rapporti con Hezbollah e che contrasta con le dichiarazioni di alcuni leader cristiani del Libano meridionale, i quali chiedono di essere protetti dall’Idf e, in alcuni casi, arrivano perfino a ipotizzare un’annessione a Israele. Un’ipotesi che Israele, nonostante le accuse ricorrenti sulla presunta volontà di realizzare la cosiddetta “Grande Israele”, ha sempre respinto. L’obiettivo dichiarato di Tel Aviv resta infatti quello di garantire, con ogni mezzo ritenuto necessario, la sicurezza del nord del Paese e dei suoi abitanti.

Il ministro degli Esteri e vicepremier italiano Antonio Tajani ha accolto con grande favore la scelta di Roma quale sede della prossima tornata di colloqui tra Israele e Libano. Secondo Tajani, questa decisione rappresenta il riconoscimento dell’impegno diplomatico del governo italiano e della credibilità internazionale acquisita dall’Italia. Anche il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha confermato l’appuntamento romano, sottolineando che, dopo lo storico accordo del 26 giugno, il dialogo dovrà proseguire fino al raggiungimento di una pace definitiva tra Israele e Libano, ribadendo che Israele non nutre alcuna ambizione territoriale nei confronti del Paese dei Cedri.