Quanto ne sanno di carcere i magistrati? Quanto conoscono a fondo il mondo in cui finiscono i condannati e molto spesso persino gli indagati, i presunti innocenti, i cittadini in attesa di giudizio? Quanti sono andati oltre la saletta dei colloqui per vedere con i propri occhi come si vive dietro le sbarre, nei luoghi della pena che secondo la Costituzione dovrebbero servire soprattutto a responsabilizzare l’autore di un reato e sostenerlo nel percorso di reinserimento sociale? «Un tirocinio all’interno delle carceri dovrebbe far parte del percorso formativo di ciascun magistrato», spiega Nicola Graziano, magistrato del Tribunale di Napoli e autore di Matricola zero zero uno, un libro con cui ha provato a superare il muro del pregiudizio vivendo 72 ore da detenuto nell’ospedale psichiatrico di Aversa.
L’esperienza da infiltrato l’ha fatta per esigenze di studio e letterarie, ma Graziano è convinto che un tirocinio formativo all’interno degli istituti di pena possa arricchire la formazione di un magistrato. «Credo sia un’esperienza formativa molto utile che può sicuramente dare un valore importante. Soprattutto quando si è all’inizio della carriera, si arriva un po’ troppo giovani a funzioni che sono molto importanti. Il magistrato entra nella vita delle persone – sottolinea Graziano – Per questo un tirocinio formativo penitenziario sarebbe da riprendere e incentivare». In Francia, per esempio, l’Ècole nationale de la magistrature prevede stage penitenziari obbligatori per gli aspiranti magistrati: una settimana vissuta all’interno di una prigione assieme agli agenti della penitenziaria osservando con i propri occhi la realtà dietro le sbarre. Vivere il carcere e non limitarsi a sentirne parlare dall’esterno è esperienza che cambia la vita.
Quando, nell’ottobre 2014, Nicola Graziano ottenne dal Dap il permesso di vivere da infiltrato nella struttura detentiva di Aversa, sapeva di stare per vivere un’esperienza che avrebbe segnato la sua vita. Soltanto il direttore del carcere e il comandante della polizia penitenziaria sapevano chi fosse in realtà, per tutti gli altri Graziano era uno dei detenuti. «Vivere tre giorni nel carcere psichiatrico è stata un’esperienza che mi ha segnato per la vita», racconta. «Mi ha consentito di vedere la realtà anche da un’altra prospettiva e ha rafforzato in me la considerazione che un detenuto, e comunque tutte le parti del processo, non devono mai avere un nome, perché bisogna sempre essere imparziali, ma non devono neanche avere un numero. E mai bisogna dimenticare che dietro un processo ci sono anime, sofferenze, percorsi di vita». «Ricordo per esempio – aggiunge Graziano – il valore dell’attesa che aveva l’udienza con il magistrato della sorveglianza per la verifica, ogni sei mesi, della pericolosità. Quel tempo per chi è detenuto è un’eternità». «È chiaro tuttavia – sottolinea – che questo non deve condizionare l’esercizio della funzione, perché un giudice deve applicare la legge e ne è soggetto. Però – osserva Graziano – se si riuscisse a portare avanti un’idea di maggiore consapevolezza e maggiore conoscenza degli effetti e delle conseguenze di certe decisioni, sarebbe davvero molto interessante il percorso della formazione anche varcando la soglia del carcere».

Attualmente quello penitenziario è un sistema con molte criticità e in cui la pena ha una funzione più afflittiva che rieducativa. E c’è chi vorrebbe ancora più carceri. «Non condivido la proposta di nuove carceri. Penso, piuttosto, che sia importante capire chi davvero in carcere ci deve stare perché davvero merita di stare in cella e chi invece ha la possibilità di scontare la pena con misure alternative». Il carcere, dunque, come extrema ratio. «Qualche anno fa – osserva Graziano – c’è stata una proposta di riforma importante, che poi è stata interrotta, e guardava alle misure alternative e alla possibilità di risocializzazione e reinserimento sociale del condannato. Sono queste le finalità che lo Stato non dovrebbe mai perdere di vista, perché sono un obiettivo fondamentale per la democrazia del nostro Paese».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).