«Anche in tempi di pandemia, la democrazia non può essere messa in lockdown, come fosse una regione “rossa”. Democrazia significa confronto, anche aspro ma si spera costruttivo, tra visioni, progetti, programmi alternativi e spetta poi alla politica e ai suoi attori cercare una sintesi. La politica è la sfera delle decisioni che investono un Paese e i suoi cittadini. Esercitare la decisionalità è un dovere prim’ancora che un diritto per chi ambisce a governare. La cosa peggiore, a mio avviso, è l’incertezza, il navigare a vista, il tirare a campare si direbbe in Italia. È rinunciare, per convenienza personale o per incapacità, a scelte strategiche che non sono rinviabili, soprattutto oggi, in una fase in cui il mondo, e in esso l’Europa e dunque anche l’Italia, devono fare i conti con le drammatiche ricadute sociali ed economiche determinate dalla pandemia. La cosa peggiore che l’Italia potrebbe fare oggi è decidere di non decidere».

Quanto poi al “nodo-Conte”: «Non esistono uomini della provvidenza e credo che neanche il vostro presidente del Consiglio si ritenga tale, o almeno me lo auguro. Se riuscirà a costruire una maggioranza politica non artefatta che lo sostenga, allora può andare avanti, perché no. Altrimenti, si passa la mano. Qualcuno direbbe: è la democrazia, bellezza». Ad affermarlo, in questa intervista a Il Riformista è uno dei più autorevoli economisti europei: Jean Paul Fitoussi, Professore emerito all’Institut d`Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma.

È attualmente direttore di ricerca all’Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione. È autore di numerose opere tra cui La misura sbagliata delle nostre vite. Perché il PIL non basta più per valutare benessere e progresso sociale (Etas 2010 e 2013), scritto con Joseph Stiglitz e Amartya Sen; Il teorema del lampione o come mettere fine alla sofferenza sociale (Einaudi 2013) e La neolingua dell’economia. Ovvero come dire a un malato che è in buona salute (Einaudi 2019).

Professor Fitoussi, vista da Parigi, ma da uno come lei che conosce bene l’Italia, che impressione si ha della crisi di Governo a Roma?
L’impressione è che vi sia una instabilità politica non ancora risolta. Che potrebbe essere portata a soluzione, ma c’è una cosa che a me pare non venga valutata con la necessaria attenzione e preoccupazione…

Vale a dire?
Il fattore tempo che in politica conta tantissimo e, in alcuni momenti, diviene cruciale. Soprattutto quando si è investiti, naturalmente il discorso non vale solo per l’Italia, da una crisi epocale qual è quella determinata dalla pandemia. L’impressione è che, al di là delle frasi di circostanza, si continui a non coglierne la portata devastante, non solo dal punto di vista sanitario, ma da quello sociale ed economico. La riprova di questo è il ritardo nella messa a punto di un piano degno di questo nome riguardante l’utilizzo, mi riferisco all’Italia, degli oltre 200 miliardi del Recovery Fund. Di mestiere non faccio il giornalista politico, né amo la “dietrologia”. Leggo che in Italia si scrive molto sulle “vere” ragioni che avrebbero spinto Renzi ad aprire questa crisi di Governo. Non mi permetto né m’interessa questo esercizio di dietrologia, ma c’è una cosa indiscutibile che Renzi ha sollevato e che non può essere derubricata a fatto strumentale…

A cosa si riferisce, professor Fitoussi?
Al ritardo nell’approntare un piano strategico per l’utilizzo di quei 200 miliardi e passa di euro destinati dall’Europa all’Italia. Qualcuno forse pensa che siano soldi a fondo perduto, senza vincoli nel loro utilizzo. Questo qualcuno commette un grave errore a pensarlo e a muoversi di conseguenza. Questi miliardi non sono una regalia. I messaggi che giungono da Bruxelles, intesa come Ue, come da Parigi e Berlino – Macron e la Merkel hanno avuto un ruolo decisivo nel cambio di passo dell’Europa – a Roma sono chiari: dite chiaramente su cosa volete investire quei miliardi, in quali settori strategici, per quale politica di crescita. Mi pare che lo stesso Commissario europeo all’economia, Paolo Gentiloni, abbia rimarcato questi ritardi. Il problema è politico, non contabile. E resta ad oggi un problema irrisolto. L’Italia è ancora dentro una fase di instabilità e d’incertezza, ma questa fase, e qui ritorna il fattore-tempo, dovrebbe durare il meno possibile. Perché ci sono delle decisioni importanti da prendere. D’altro canto va pure detto che queste fasi d’instabilità sono parte di una “fisiologia” democratica. Una democrazia è anche questo. Se emergono divergenze o conflitti politici, democrazia implica dibattere e prendere la migliore decisione possibile o ritenuta tale da una maggioranza politica. In non vedo in questo niente di male…

Anche perché la democrazia è cancellata dalla pandemia. Dibattere non è vietato, e in pandemia c’è anche chi ha votato o si accinge a farlo.
Lei tocca un punto cruciale. Un sistema democratico che mette in contrapposizione o comunque in alternativa, la difesa della salute con la difesa dei principi sostanziali della democrazia, è un sistema malato. La democrazia non è sospesa dalla pandemia.

Vorrei tornare sui 200 miliardi destinati dal Recovery Fund europeo all’Italia. C’è chi sostiene che l’Europa non può né deve “usare” quei miliardi per “commissariare” l’Italia.
Ma c’è davvero chi dice questo? Seriamente? Ma la persona o le persone che lo pensano e lo dicono sanno di cosa stanno parlando? Hanno letto i documenti? O credono ancora a Babbo Natale che con la strenna carica di miliardi parte da Bruxelles per depositarli non so dove in Italia? Il commissariamento non c’entra niente in tutto questo. C’entra, e giustamente, l’interesse dell’Europa a far sì che i miliardi del Recovery Fund, siano utilizzati, da tutti i Paesi beneficiari, per investimenti strategici, nella sanità, nelle infrastrutture, nella ricerca, nell’istruzione, in politiche atte a contrastare le crescenti disuguaglianze sociali. Assistiamo oggi ad una corsa gigantesca in Europa ad andare veloce con i Recovery Plan. È un peccato che l’Italia sia in ritardo in questo. Ma ciò non è certo imputabile alla “tecnocrazia” di Bruxelles o ai cattivissimi “frugali”.

A proposito di ritardi. In una nostra precedente conversazione, lei non si spiegava perché l’Italia non avesse ancora utilizzato i soldi del Mes. E questo è un altro elemento di scontro in questa crisi.
Questi soldi del Mes sono dei prestiti. Se i prestiti sono fatti a un tasso d’interesse basso e senza condizionalità, allora perché non prendere subito quei fondi del Mes? Il sistema sanitario, gli ospedali, ne hanno un bisogno vitale. Non utilizzarli è roba da pazzi. Lei sa, perché ne abbiamo parlato più volte, che io non sono mai stato un amante dello strumento-Mes, e non ho mancato di criticare pubblicamente l’uso che, ad esempio, che l’Europa fece del Mes nel caso della Grecia. Allora sì che furono imposti vincoli “asfissianti”, che hanno finito per strangolare l’economia di quel Paese. Ma ora le cose sono cambiate. E non perché l’Europa, e in particolare la Germania che ne è ancora la locomotiva economica, anche se a una velocità ridotta, abbia riflettuto autocriticamente sulla vicenda greca. No, a cambiare le carte in tavola è stata la pandemia, che ha obbligato l’Europa a una politica più solidale. Lo ribadisco anche in questa occasione: il Recovery Fund ha rappresentato un passo importante verso la mutualizzazione del debito. Un passo, non il traguardo finale…

E quale sarebbe a suo avviso il traguardo a cui tendere?
Gli Eurobonds. Ne sono sempre stato convinto e ancor più oggi, quando l’Europa, come il resto del mondo, è alle prese con una crisi che non ha avuto uguali in tempo di pace nella storia dell’umanità. D’altro canto, se si vuole davvero avere una sovranità europea, bisogna avere tasse europee…

Per tornare al Mes…
Il Mes sanitario è altra cosa dal precedente greco. Perché non c’è condizionalità se non una che è stata accettata fin dall’inizio, e cioè che questo denaro serve per il sistema sanitario. Non ci sono altri vincoli oltre questo; un “vincolo” che in una crisi pandemica tutt’altro che risolta, a me pare più che legittimo. Non si può prendere questo denaro per finanziare la costruzione di infrastrutture o altre, ma per il sistema sanitario sì. E allora perché non approfittarne?

In Italia sembra che tutta la crisi e la sua soluzione ruotino intorno al destino politico dell’avvocato Conte, che partiti dell’ex maggioranza, Italia Viva esclusa, sembrano considerare, almeno al momento in cui parliamo, un punto di equilibrio imprescindibile per superare questa crisi di Governo. Lei come la vede?
Siamo in democrazia. C’è una combinazione che va meglio a tutti, o se non a tutti ad una maggioranza politica, e non solo episodicamente numerica, e allora si vada verso un Conte ter. Altrimenti si può sempre trovare un uomo politico capace per ricoprire quel ruolo. La democrazia non è un Governo tecnico, è un Governo politico. Quello che conta sono le decisioni politiche che vengono prese, non la conoscenza e la scienza. E a prendere decisioni politiche, mi scusi il gioco di parole, deve essere la politica. Altrimenti, che ci sta a fare?

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Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.