Il video emozionale con i momenti duri e intensi di questi sedici mesi non è stato diffuso dalla comunicazione di palazzo Chigi. La claque della serie “Presidente siamo con te” non è stata ingaggiata. E non si è formata spontaneamente nella bellissima piazza del Quirinale inondata finalmente di sole quando il premier Giuseppe Conte è uscito dal colloquio con il Capo dello Stato ieri alle 12 e 32 minuti. Era entrato mezz’ora prima. E la brevità del colloquio significa poco visto che i due si sono parlati assai in queste settimane e l’ultima volta martedì scorso dopo il flop della sfida sui numeri al Senato. Non c’era bisogno di altro tempo.

Il presidente dimissionario, e tecnicamente in carica come da nota del Quirinale, conosce già i confini e i paletti dei prossimi scenari: non ci sarà Conte ter «senza una vera maggioranza nei numeri e nei programmi». Con questo messaggio Conte è risalito in auto, ha onorato il consueto giro d’onore, al Senato con la presidente Casellati e alla Camera con il presidente Fico con cui si è intrattenuto quasi due ore e poi tornato a palazzo Chigi. Per sbrigare gli affari correnti ma anche mandare avanti dossier delicatissimi come il decreto Ristori e il provvedimento per dilazionare la spedizione delle cartelle esattoriali. La crisi di governo non deve in alcun modo pesare sul complicato, a volte drammatico, quotidiano degli italiani.

Tutte le forze politiche hanno già assicurato il loro appoggio a questi provvedimenti. Il problema è che a ieri sera, nonostante il tempo “comprato” annunciando dimissioni che sono arrivate 24 ore dopo e nonostante una comunicazione ossessiva via agenzie e social per cui i nuovi gruppi contiani sono nati e rinati una decina di volte in poche ore, il Conte ter non ha ancora i numeri per partire. E le sue quotazioni sono assai instabili. Mancano almeno tre voti al Senato per avere la maggioranza assoluta. E francamente si fa fatica ad intravedere un solido progetto politico nella lista delle adesioni per l’eterogeneità culturale e politica dei protagonisti.

Tornato a palazzo Chigi Conte ha ripreso da dove aveva lasciato in mattinata e nei giorni precedenti: la ricerca dei Responsabili, la costruzione e la nascita del nuovo gruppo parlamentare. La famosa “quarta gamba” che dovrà sostituire o alla peggio rendere “irrilevante” i 47 parlamentari di Italia viva. Ieri sera (ore 20) i gruppi del Centro democratico- Maie/Italia 2023 erano però ancora incerti. Servono venti deputati alla Camera e sono fermi a 13 senza nuovi innesti rispetto ai 321 voti di una settimana fa. Al Senato i costruttori sono arrivati a undici, può nascere quindi il nuovo gruppo. Ci sono i cinque di Maie-Italia 23 (Fantetti, De Bonis, Buccarella, Merlo, Cario) a cui si sono aggiunti De Falco, Lonardo, gli ex di Fi Rossi e Cuasin e i due ex 5 Stelle Ciampolillo e Di Marzio. Tutti più o meno pescati nel gruppo Misto. Il punto è che tutti hanno già votato la fiducia.

E Conte non riesce ad andare oltre i 157-158 voti. «È fatta, i gruppi ci sono» rassicurava ieri sera Bruno Tabacci, il numero uno dei costruttori, fermo nel corridoio sul lato destro dell’aula della Camera e fisso al telefono con altri costruttori tra cui Renata Polverini. Però avevate detto che con le dimissioni di Conte, “il fatto politico” da lei stesso auspicato, i Costruttori sarebbero spuntati numerosi al Senato… «E infatti – ha promesso – usciranno, date tempo al tempo, la trattative sono in corso. Mancano ancora tre, quattro voti al Senato ma arriveranno». Da dove, Tabacci? Il centrodestra ha chiuso compatto, compresi i gruppi più piccoli, Udc, Cambiamo, Idea, Noi per l’Italia. «Io so che arrivano …».

Sì, ma quando? Diversamente Conte deve trattare con Renzi… «Ma noi – è stata la risposta piccata – abbiamo fatto tutto questo per rendere Italia viva irrilevante. Renzi può starci ma non potrà più fare la differenza. Del resto ha provocato lui questa crisi…E poi sapete cosa c’è, se non ci sono i voti andremo a votare». Una minaccia strumentale che ha perso ogni potere intimidatorio. Il breve colloquio con Bruno Tabacci, classe 1946, economista, da quando aveva 18 iscritto nella Dc, è utile per capire come la nuova maggioranza cammini su gambe fragili al di là delle garanzie che saranno date.

Conte chiede quindi ancora tempo. E il Quirinale potrebbe concederlo allungando il tempo delle consultazioni fino a venerdì pomeriggio. A quel punto i giochi saranno fatti. In tutti i sensi. Per Conte e per la sua nuova maggioranza. L’ipotesi più probabile è un reincarico visto che quattro gruppi su cinque (Italia viva) nel recinto della maggioranza indicheranno il nome di Conte premier. Mentre le opposizioni in blocco fanno muro: il loro no a Conte è categorico e compatto. Ma, attenzione, nel comunicato ufficiale, è scomparsa l’ipotesi del voto anticipato. È la mediazione che Forza Italia e Berlusconi hanno strappato nel vertice per evitare di salire da soli al Quirinale. C’erano tutti ieri pomeriggio al palazzo dei gruppi: Salvini, Meloni, Berlusconi collegato, Tajani, Toti, Lupi, Quagliariello, Romani. Le opposizioni restano unite nel dire No a Conte. «Vediamo che succede al primo giro» sorride Paolo Romani. Perché se ce ne fosse un secondo e dovesse cambiare cavallo, cioè il candidato premier, i giochi cambiano.

Al momento le “gambe” del Conte ter, 4 + 1 cioè IV, salgono al Quirinale con un’idea chiara e mille distinguo. I 5 Stelle confermano Conte ma non sono più così blindati. Di Maio ha il problema che nel nuovo gruppo di Conte ci sono molti ex 5 Stelle che lui ha cacciato fuori per gli scontrini e che certamente non lo amano. Di Battista spara da fuori, «mai più Renzi, meglio il voto». La sintesi sarebbe di «accettare Iv nella maggioranza a patto che Renzi la smetta di insistere su temi per noi di bandiera e divisivi per la maggioranza come no al Mes e la giustizia». Scenario piuttosto improbabile. A taccuini chiusi sono tanti i 5 Stelle che non supportano più Conte: «In queste due settimane ha sbagliato tutte le mosse» spiegava ieri un senatore 5 Stelle.

Anche il Pd indicherà Conte, «non c’è premier al di fuori di lui» se senti i parlamentari ingaggiati per dare la linea in pubblico. Oggi si riunirà la Direzione del partito. Ma anche qui i messaggi dentro e fuori il partito sono chiari: guai a dover scegliere tra Conte e Renzi. Così si spiegano alcune interviste come quella del ministro Guerini e del capogruppo Delrio. «Avanti con Conte ma con una base larga e Italia viva dentro» è la raccomandazione. L’altro capogruppo Marcucci ha fatto un passettino in più: «Reincaricare Conte ma non può essere Conte a tutti i costi». Molti altri parlamentari, ad esempio Fiano, sono convinti di questo e preoccupati di restare in una maggioranza schiacciati a sinistra, sui 5 Stelle e qualche innesto di non chiara provenienza. Lo sembra soprattutto Franceschini. Sono così quattro i via libera al Conte ter (M5s, Pd, Leu, Responsabili) ma tutti con riserva. E sono proprio le riserve di ogni parte politica che non vanno perse di vista in questa fase.

Italia viva terrà la posizione di sempre. Nessuna richiesta di perdono né ammissione di errore. Chiederanno di ripartire dal programma. «E non ci sarà alcun veto sul nome di Conte» spiegava ieri Ivan Scalfarotto passeggiando tra pareti di telecamere in piazza Montecitorio. In serata Matteo Renzi, silente da qualche giorno perché impegnato all’estero in una conferenza, ha recapitato la sua enews settimanale. «La priorità è aiutare i cittadini a uscire da questa fase di stallo e di difficoltà non solo economica. Sprecare i soldi del Recovery, perdere tempo sui vaccini, ritardare il ritorno a scuola, vivere di sussidi sarebbero errori imperdonabili» scrive il leader di Iv.

«Il nostro comportamento è stato cristallino: abbiano scritto a Conte le cose da fare; ci siamo dimessi perché non abbiamo avuto risposte. Ora possiamo finalmente fare ciò che serve al Paese, ai suoi insegnanti, ai suoi lavoratori, ai suoi giovani: un Governo serio, di legislatura, che dia risposte concrete e non evasive alle sfide drammatiche della pandemia e assicuri la ripresa. Un Governo europeista non a parole, ma nei fatti e capace di concretizzare in progetti il gigantesco sforzo del Next Generation Eu». Non c’è un nome nella e-news. C’è invece molta amarezza per gli insulti subiti in queste due settimane. Ma non importa. Renzi promette che salirà al Quirinale «senza pregiudizi».

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.