Qualche mese fa sempre Papa Francesco, facendo rivivere l’insegnamento di Aldo Moro e di Cesare Beccaria, si rivolse al personale penitenziario affermando con nettezza che «l’ergastolo è il problema, non la soluzione».
Quando il Parlamento italiano sarà capace di riprendere il disegno di legge per l’abolizione della pena dell’ergastolo approvato dal Senato il 30 aprile 1998 con 107 voti favorevoli, 51 contrari, 8 astenuti? Mi piace ricordare che la Relazione fu illustrata da Salvatore Senese, fondatore di Magistratura Democratica, recentemente scomparso.
La crisi del coronavirus ha colto l’Italia in una crisi politica, economica e sociale assai profonda. Molti sostengono a ragione che quando l’incubo finirà, nulla potrà essere come prima.

È un proposito condivisibile, ma richiederà l’impegno di energie nuove che riprendano il filo del più nobile e intransigente pensiero politico. Non sarà facile perché al dominio dell’individualismo più sfrenato in questi giorni si accompagna la solitudine più terribile che arriva alla cancellazione perfino dei funerali. Anche e soprattutto per il carcere, il cimitero dei vivi come lo definiva Filippo Turati, occorre riprendere la bandiera di una grande riforma, dalla architettura degli spazi della pena ai progetti di reinserimento sociale, perché la vita in carcere non sia un continuo fare senza.

Sappiamo tutto ciò che si deve fare. Obiettivi alti e garanzia della dignità nella quotidianità. Per cominciare si dovrebbero eliminare le misure di sicurezza, emblema della archeologia criminale e affermare il diritto alla affettività e alla sessualità in carcere e cancellare dopo novanta anni il Codice Rocco. Modificare subito l’art. 79 della Costituzione che rende impossibile per il quorum vertiginoso l’approvazione di provvedimenti di amnistia e indulto. Per ricostruire un clima di nonviolenza e di comprensione, di responsabilità e di autonomia nell’universo carcerario bisogna imporre la discussione in questo momento, nel fuoco della crisi, non rimandandola al futuro.

Nell’immediato bisogna immaginare non i pannicelli caldi ma misure serie per rispondere alla possibile se non probabile emergenza e per impedire solo l’ipotesi dell’ecatombe. Sarebbe bello che il presidente Mattarella usasse il suo potere esclusivo e concedesse un numero sensibile di provvedimenti di clemenza. Una grazia umanitaria. Non servono frasi consolatorie ma atti che incidano nella carne e nel cuore.

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