Io ai miei figli ho sempre suggerito di seguire questa regola irregolare: se un’idea è maggioritaria, allora molto spesso è un’idea sbagliata. Quando mi hanno domandato perché, gli ho risposto con una domanda e cioè se a loro giudizio la maggioranza è fatta di persone intelligenti e che sanno tante cose, o no. Non serviva spiegare altro, avevano già capito. Non serviva cioè aggiungere: «E dunque, se la maggioranza non è fatta di persone intelligenti e che sanno tante cose, ma perlopiù di stupidi e ignoranti, non credete che facilmente l’idea della maggioranza sia sbagliata?».
Mi piace pensare che ci abbiano pensato in questi giorni virali, ascoltando i discorsi di “quelli che comandano” (loro chiamano così i politici), tutti uniti a spiegare che «bisogna lasciare la parola agli scienziati». A questa scemenza si sono abbandonati veramente tutti, nella solerte unanimità che sempre muove il cosiddetto “senso comune”, questa comoda e riposante dimora delle pubbliche imbecillità.

«La politica faccia un passo indietro», dicono; «Facciamo parlare i tecnici», spiegano. Dovrebbe essere esattamente il contrario. Davanti alle gravi vicende, quando si tratta di decisioni importanti da prendere e comunicare, la politica dovrebbe semmai fare un passo in avanti e i tecnici dovrebbero piuttosto lavorare, ma zitti. Che cosa si fa se c’è una guerra? Il capo dello Stato va in televisione e spiega che «la parola passa ai generali»? Tu, politico, gli scienziati e i tecnici li convochi, li ascolti in contraddittorio, ti fai un’idea, scremi (perché stupidità e stupidaggini abbondano anche nelle parole dei tecnici), e poi decidi prendendoti la responsabilità della tua decisione.

Tra gli scienziati cui la stupidità maggioritaria ha appaltato la linea c’è chi, per esempio, se n’è uscito con la bella trovata di spiegare in mondovisione che chiunque abbia trentasette e mezzo di febbre dovrebbe farsi fare il tampone. Dagli ospedali avvertono che è stato già un macello farne quattro o cinque mila, e quest’altro viene a dirci che bisogna farlo a chiunque presenti una linea di febbre, cioè a circa mezzo milione di cittadini. Che è una pericolosissima, doppia sciocchezza. Primo, perché è impossibile. E secondo (anche peggio) perché genera panico e senso di abbandono in qualcosa come quattrocentonovantacinquemila cittadini che non saranno, perché non potranno essere, sottoposti al tampone. Una classe politica che non si dice buona, ma appena responsabile, dovrebbe semmai essere unita a contenere se non a togliere la parola a simili scienziati, anziché ad attribuirgliela in esclusiva. E invece no: «Siano i tecnici a parlare».

Attenzione, per evitare fraintendimenti. Alla tecnica, alla scienza, bisogna certamente affidarsi, ma non per la gestione della cosa pubblica e tanto meno nei casi di emergenza. Altrimenti, appunto, se c’è una guerra mettiamo un colonnello a capo del governo e se c’è una crisi finanziaria mettiamo un analista al ministero dell’Economia: l’uno e l’altro magari anche bravissimi nel loro lavoro, ma dargli la linea di comando, o anche solo consentirgli di spiegarla, è quanto di peggio si possa fare in un sistema democratico non arretrato. C’è ancora un motivo (e questo ai miei figli ancora non posso spiegarlo) per cui allo scienziato non dovrebbe essere consentito di impancarsi: ed è che la scienza che accede alla politica, che “si fa” politica, assume veste di sacro, e allora naturalmente, inevitabilmente tira a giustificare le proprie scelte e a ordinare i nostri comportamenti in funzione della sacralità del proprio ruolo. Come fa il sacerdote. Come fa il santone. Come fa il tiranno. Con la maggioranza che sta a guardare.