Ci si poteva organizzare prima della pandemia: a gennaio il governo ha formalizzato l’emergenza sanitaria, ormai certa anche per l’Italia. Alla carenza di mascherine e altri presidi di sicurezza personali si aggiunge quella dei tamponi per verificare eventuali contagi da Coronavirus. Quei lunghi “cotton fioc” da infilare nel naso sono pochi. Anzi, sono esauriti. E se qualche azienda ospedaliera ne ha qualcuno i tempi per conoscere l’eventuale positività sono lunghissimi, si parla di attese di tre, quattro o cinque giorni. A proposito è emblematico il caso della commercialista napoletana che a febbraio, con altri dodici amici, ha partecipato a una cena di ex-alunni del “Pontano”. Tra questi, un otorino contagiato dal Coronavirus è morto, mentre sono ricoverati per malattie infettive la moglie e il fratello. Dopo oltre dieci giorni di febbre a 39, la commercialista è stata sottoposta al tampone.

Il 118 ha inviato nella sua casa di Monte di Dio una squadra di sanitari con tute, guanti e mascherine per verificare – solo a lei – l’eventuale infezione da Coronavirus. La professionista attende ancora risposte. “Che per un disguido il tampone si sia perso?”, si chiedono ora i familiari. Insomma, su questo fronte potevano organizzarsi meglio i direttori delle Asl, la Regione avrebbe potuto sollecitare la Soresa facendo programmare acquisti massici di mascherine, tute, guanti, caschi e tamponi.

Sul problema, pur senza alimentare polemiche, resta vigile l’opposizione in Consiglio regionale: “Non è possibile, in un periodo di crisi sanitaria provocata dalla pandemia, eseguire solo 500 tamponi al giorno. Ne servirebbero 2mila e i tempi di risposta dovrebbero essere più brevi, parliamo di ore e non di giorni. Lavorano su questo accertamento più laboratori di analisi – fanno sapere dal centrodestra – ma le loro risposte sono lente. La Regione dovrebbe chiedere alle strutture convenzionate di accelerare e dare risposte in tempi ragionevoli”.