Il terzo polo? Morto e sepolto. Mai certificato di decesso è stato più unanime, mettendo d’accordo per una volta, protagonisti, avversari ed editorialisti. I più colti tra loro sono ritornati con la memoria alla breve storia unitaria del PSI con il Psdi, piena Prima Repubblica, quando le due formazioni dettero vita al Partito Socialista Unitario, fondendo persino i simboli. Quell’avventura durò meno di un anno, mentre il “partito dei liberali” non ha fatto neanche in tempo a nascere, si divertono a sentenziare i detrattori. E giù con le contumelie e la satira feroce.

“Sesto polo” (copyright Marco Travaglio), “Partitini dello zero virgola”, “Ininfluenti”. E ancora “Nessuno mai uscirà dal Pd e Forza Italia per andare con loro” e altre sentenze funebri sulla creatura mai nata affidate a Twitter. Eppure, ancora prima della celebrazione delle esequie, il cadavere ha ripreso a respirare, come se la morte celebrale non fosse mai avvenuta. Un fatto difficilmente spiegabile sia con le leggi della natura che con quelle ben più flessibili della politica. Tutto era pronto già dal 14 aprile scorso, la rottura certificata tra Azione ed Italia Viva, definitiva, che avrebbe decretato la caduta libera dei due partiti. The end, insomma, o per ricordare l’immenso Massimo Troisi, “Pensavo fosse amore e invece era un calesse”.

Ma le cose non vanno nel verso giusto, e per l’appunto, il “mortosi rimette a camminare, come in un classico della narrativa horror. Azione e Italia Viva non crollano nei sondaggi e persino continuano ad accogliere nuovi iscritti e dirigenti in fuga da altri gruppi. Come se nulla in realtà fosse successo, come se il Terzo Polo non fosse stato ormai definitivamente consegnato agli annali della politica.

La controprova è facile da registrare: basta seguire per una settimana, ad esempio, gli account social di Italia Viva che salutano i nuovi arrivati. L’ultimo è Domenico Brescia, consigliere comunale di Napoli, recordman di preferenze nella sua lista, eletto in Forza Italia e vice coordinatore di quel partito in Campania.
“La mia esperienza personale di giovane imprenditore e di genitore mi ha avvicinato ai valori liberaldemocratici, europeisti, popolari e riformisti di Italia Viva, lontani dai populismo di destra e di sinistra”, spiega Brescia. A maggio, in un altro consiglio comunale, stavolta a Firenze, era stato costituto il gruppo consiliare di Italia Viva, con due consigliere, Mimma Dardano e Barbara Felleca, che avevano deciso di abbandonare il sindaco Dario Nardella.

Si dirà, vabbè è Firenze, lì non c’è storia, è la città di Matteo Renzi. Però che dire allora della prima assemblea nazionale dei Liberali democratici europei, sabato scorso a Bologna? Sala piena di militanti, incoronazione di Andrea Marcucci come presidente ed un unico grido: facciamo una lista insieme alle prossime elezioni europee del 2024 sotto le insegne di Renew Europe, il gruppo parlamentare oggi composto da Nicola Danti (che è vicepresidente) e da Giosi Ferrandino, esponente di Azione.

L’assemblea di Bologna, insomma, ha ignorato il certificato di morte del Terzo Polo. Amnesia collettiva? Rimozione di gruppo? Il fenomeno “sovrannaturale” però non finisce qui. In Transatlantico i cronisti parlamentari più smaliziati danno per certa una possibile adesione del già senatore Carlo Cottarelli, nume tutelare dei liberali di ogni risma, ad una possibile lista unitaria di Renew.

Persino lo stesso gruppo parlamentare europeo sta continuando a lavorare a questa ipotesi: durante la due giorni di Roma un mese fa, questa era l’indicazione che il capogruppo Stéphane Séjourné trasmetteva ai suoi: “Superare le liti e le incomprensioni ed arrivare ad una lista unica”. E d’altra parte i calcoli che fanno gli uomini di Macron non consentono smentite. Se Giorgia Meloni proverà ad estendere la sua leadership a Bruxelles, noi di Renew Europe possiamo essere determinanti per contenerla, per questo abbiamo bisogno in Italia di una lista forte e unitaria e non di tre listarelle al confine con il quorum. Poi appunto c’è lo scenario italiano che si rimette in movimento: la morte di Silvio Berlusconi da una parte, la virata sempre più a sinistra di Elly Schlein dall’altra.
Per dire che è impossibile che il quadro di insieme dei due partiti tenga. In calendario ci sono importanti scadenze nel 2024: le Europee prima di tutto più alcune significative elezioni amministrative (tra le quali Firenze).

“Qualcosa succederà”, scrivono ora gli editorialisti, mettendo nel frullatore dei nomi che potrebbero uscire Licia Ronzulli, Alessandro Cattaneo, Lorenzo Guerini e segnalando in Toscana l’insoddisfazione crescente del presidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo, anche lui del Pd. Oltre alla fantapolitica, ci sono i fatti. Come la decisione di Alessio D’Amato di dimettersi dall’assemblea nazionale dem, dopo le sparate di Moni Ovadia e Beppe Grillo durante la manifestazione organizzata dal M5S con l’apparizione di Elly Schlein. I bene informati dicono che l’ex candidato presidente alle regionali del Lazio potrebbe presto traslocare in Azione. Ed è un fatto che Maria Concetta Chimisso, vice segretaria dem in Molise, sei giorni prima delle elezioni regionali abbia abbandonato il partito in forte dissenso con la linea della segreteria nazionale.

Esistono dei termini per definire i “morti viventi”, gli inglesi li chiamano “undead”, i francesi “revenant”, per lo più però si tratta di personaggi di giochi di ruolo e serie fantasy. In questo caso, invece si parla di un progetto politico, che nonostante la morte annunciata, potrebbe rinascere a nuova vita.

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Vive a Roma ma è cresciuto a Firenze, è un antico frequentatore di corridoi, ha la passione per Philip Roth e per le melanzane alla parmigiana, predilige il paesaggio della Versilia