L’identità dei 5Stelle (che all’epoca si chiamavano ancora “grillini”) si fondava su alcuni punti fermi. A parte la lotta contro la casta, che era la bandiera più importante, e quella, ideologica, per l’aumento delle pene, dei detenuti, della repressione, c’erano alcuni punti di programma. La battaglia contro la casta si è risolta sostanzialmente con l’ingresso nella casta e nel bel mondo del potere. Recentemente culminata nella conquista della Presidenza dell’Eni da parte di un esponente del Fatto Quotidiano. La battaglia per l’aumento della repressione è l’unica che ha effettivamente dato dei frutti. E ha comportato una discreta riduzione dello stato di diritto. Poi c’erano i punti del programma. Proviamo a citare i sei più importanti: No alla Tav. No al ponte sullo Stretto di Messina. No alla riduzione dei controlli sugli appalti. Mai con Berlusconi. Mai con Renzi. Lotta al Piddimenoelle (veniva chiamato così il partito democratico che era considerato una brutta copia di Forza Italia).

Dopo aver ascoltato, ieri sera, la conferenza stampa del premier Giuseppe Conte, cioè del premier scelto dai 5Stelle, viene da riflettere su cosa possa essere, in epoca moderna, il trasformismo. Ieri Conte si è pronunciato per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina e per provvedimenti di sburocratizzazione che rendano più semplici gli appalti e diminuiscano drasticamente i controlli. Smantellando così il punto due e il punto tre del programma. Il punto uno (no alla Tav) era stato già smantellato ai tempi del governo con la Lega. Il punto cinque e il punto sei (mai con Renzi, mai con il piddimenoelle) a loro volta erano stati cancellati lo scorso autunno con la formazione del governo 5Stelle-Pd-Renzi, e tutte le voci di corridoio dicono che si sta preparando la fine anche del punto quattro, il più simbolico di tutti gli altri, e cioè l’antiberlusconismo. Già in diverse occasioni sono stati accettati i voti di Forza Italia e non sembra improbabile una trattativa che possa tra non molti mesi riportare anche il partito di Berlusconi nella compagine di governo.

Ecco, il trasformismo moderno è questo (e non riguarda solo Conte ma tutto il partito dei 5 Stelle): fissare un programma, attorno a questo programma aggregare una formazione politica, poi mantenere la formazione politica e mettere in vendita il programma. È una cosa diversa dalla disponibilità al compromesso, che è una dote per chiunque voglia fare politica. Qui il compromesso non c’entra nulla, c’entra invece l’idea di fondo secondo la quale il programma è del tutto marginale nella battaglia politica, che consiste invece semplicemente nel mantenimento del potere. Molto diverso dal trasformismo ottocentesco di De Pretis, che cambiava, sì, gli alleati, ma manteneva fermo il suo programma politico.