È sempre spiacevole commentare fatti di cronaca che investono giovani vite che si spezzano in realtà urbane sempre più critiche. La morte del 17enne Luigi Caiafa, sorpreso dalla polizia a compiere una rapina insieme con un complice, lascia sgomenti non solo perché è l’ennesima morte di un giovane la cui dinamica rimanda inevitabilmente ad aspetti che attengono le modalità con cui si realizza il controllo del territorio, ma ancor più invoca una riflessione più accurata sugli itinerari di riabilitazione e risocializzazione previsti dal nostro ordinamento minorile.
Luigi aveva già incrociato l’autorità giudiziaria e si era avvalso dell’istituto della messa alla prova, introdotto nel 1988.

Come sanno gli addetti ai lavori, la misura costituisce un superamento della concezione afflittiva della pena ed è stata una grande innovazione introdotta per riformare il processo penale minorile in un’epoca in cui il dibattito culturale e teorico, nonché le prassi operative, oscillavano ancora tra la necessità di un ordinamento giuridico che non derogasse dalla punizione del minore quale responsabile di un reato e l’esigenza di bilanciare la punizione con un approccio impostato al principio riabilitativo, alla tutela del minore e dei suoi fondamentali diritti. La decisione che guida in generale l’autorità giudiziaria pure di fronte a un reato grave (magari un omicidio o uno stupro o una rapina a mano armata) è la rieducazione e risocializzazione del minore nel presupposto, anche se non sempre valido, che l’immaturità presente possa essere corretta ovvero guidata verso uno sviluppo rispettoso dei limiti imposti dalla convivenza civile e dalla contemporanea volontà di restituire alla società una persona responsabile.

Non ho contezza del reato commesso in precedenza da Luigi ma non ha importanza, tant’è che il fatto di essere titolare della misura di messa in prova lascia intendere che il giudice ha ritenuto che vi potessero essere, ad esito del progetto di intervento elaborato dai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia in collaborazione con i servizi socio-assistenziali degli enti locali, forti margini di intervento sulla persona offrendo l’opportunità di collocarlo per un periodo presso una comunità e consentendo altresì l’acquisizione di una significativa esperienza formativa per imparare un mestiere. Luigi, infatti, è stato impegnato per un certo periodo in una pizzeria. Durante il periodo di prova, dunque, il minore può svolgere attività di volontariato, riprendere gli studi, lavorare, svolgere un apprendistato. Insomma, la tendenza è offrire opportunità ed esperienze alternative che spesso sono estranee alla biografia di persone contigue ad ambienti di devianza grave o che l’unico mondo che conoscono ed esperiscono è costituito dalla marginalità sociale e dall’esclusione. Ma nonostante l’investimento di operatori sociali, giudici e dei servizi della giustizia minorile il risultato non è sempre positivo.

L’interrogativo è innanzitutto questo: cosa sappiamo dell’efficacia di tale misura? Quali limiti presenta un quadro normativo pensato per una devianza minorile che nel frattempo è molto cambiata? Come è stato possibile che Luigi da un lato abbia mostrato interesse ad apprendere un mestiere e manifestare desiderio di affrancarsi da relazioni ed esperienze che l’hanno portato comunque davanti a un tribunale penale e, dall’altro, si sia accompagnato a un amico o abbia avuto come sodale un giovane un pò più grande ma il cui legame genitoriale non rimanda certo ad una biografia di santità? Ovviamente, se qualcuno si aspetta di leggere degli esiti valutativi a livello nazionale su misure come la messa alla prova o l’irrilevanza del fatto o il perdono giudiziale, resterà deluso. Infatti, pur a distanza di oltre trent’anni dall’approvazione da parte del legislatore, il Dipartimento della Giustizia minorile (tranne che nel 2003 per un limitato campione) non si è mai posto il problema di capire se i tassi di recidiva o di ricaduta criminale fossero alti o bassi per ognuna delle misure previste dal processo penale e dall’ordinamento di cui sopra.

Abbiamo, adesso anche per Napoli, ricerche limitate ad aree giurisdizionali e purtroppo quella napoletana presenta i più alti tassi di recidiva e ricaduta criminale sia rispetto a quelle poche aree dove gli studi sono stati condotti che rispetto alla media nazionale. Perché? Innanzitutto, perché la qualità della devianza e della devianza grave nel contesto metropolitano risente della forte presenza dei gruppi organizzati e delle storie familiari di camorra. Poi perché a Napoli la “periferia”, la marginalità, è nel cuore della città, non solo ai margini dell’area metropolitana.

In più, i servizi di welfare sono un disastro e se non ci fossero tanti gruppi e associazioni di volontariato che operano con programmi seri sarebbe ancora peggio. In più c’è un problema di formazione sia degli operatori sociali che di quanti operano nelle comunità di accoglienza. Non c’è sinergia tra esse, non si fa aggiornamento e i profili professionali sono spesso deboli e con competenze limitate. Si può andare avanti così? Quanti Luigi conteremo ancora?