Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ieri ha rilasciato questa solenne dichiarazione: «Le atrocità di Bucha che abbiamo visto rivelano la vera natura della guerra di Putin. Ogni uccisione di civili è un crimine di guerra. Non ci sono indicazioni che Putin abbia cambiato idea sull’intenzione di avere il controllo totale dell’Ucraina e riscrivere l’ordine mondiale. Dobbiamo essere preparati per un lungo conflitto. La guerra può durare mesi, anche anni. L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere».

Vogliamo prendere atto di queste parole? Certo, in parte è propaganda, come è logico che sia. In guerra la propaganda è importante quasi come i missili e i cannoni. Però Stoltenberg ci fornisce anche una informazione di straordinaria importanza. La guerra, forse, durerà anni. E in queste circostanze, spesso, le informazioni fornite dalle parti in lotta sono anche o delle minacce o dei progetti. Stoltenberg ci fa capire che la Nato è pronta a sostenere un lunghissimo conflitto nel cuore dell’Europa. Un Vietnam vicino vicino. Con tutte le conseguenze. Quali sono le conseguenze? Sul piano politico le conseguenze sono la messa all’angolo dell’Europa, e, quantomeno, la fine della sua crescita economica e politica. Forse anche la sua scomparsa o la sua scomparsa come potenza. Sul piano umano le conseguenze sono la distruzione dell’Ucraina e la morte di alcune decine di migliaia di persone, tra le quali molti civili ucraini. E tragici rimbalzi in gran parte del mondo, ma soprattutto in Europa e in Africa, con un aumento e un inasprimento delle povertà e anche con l’inizio di tremende carestie. Le carestie, soprattutto nei paesi più poveri dellAfrica, possono portare a milioni di morti. Milioni.

L’aumento delle povertà in Europa provocheranno miseria, anche morti, un nuovo aggravamento del dissesto sociale, e forse fermenti popolari, proteste, rivolte. In ogni caso la guerra in Ucraina avrà queste conseguenze. Anche se dovesse finire tra poche settimane. Se davvero si trasformerà, come dice Stoltenberg, in una specie di nuovo Vietnam, le conseguenze saranno devastanti. E dopo ottant’anni, quasi, di sviluppo, l’Europa inizierà un precipitoso ritorno indietro, su tutti i piani, perderà prestigio e peso politico, lascerà il campo libero ai due colossi che restano sulla scena: l’America da una parte e l’asse russo-cinese dall’altra. Noi non possiamo dire quale sarà l’esito di una lunga guerra in Ucraina. Cioè non sappiamo chi la vincerà. Possiamo dire con certezza chi sarà il principale sconfitto: l’Europa. Del resto i segnali ci sono tutti. Lo spirito europeo in questa vicenda è completamente assente. E intanto assistiamo alla rimonta impetuosa dei populismi. In Ungheria con il trionfo di Orban, in Francia con il ritorno di Marine Le Pen, che rischia addirittura di battere Macron e consegnare l’Eliseo – per la prima volta dopo il ‘45 – all’estrema destra di origine fascista.

Questo ragionamento prescinde, ma solo in parte, dai dissensi che dividono, qui in Italia, l’amplissimo fronte interventista e la piccola minoranza pacifista. Semplicemente pone il problema di come l’Europa, e in particolare l’Italia, possa tentare di recuperare un proprio ruolo. Se, come tutto lascia credere, le idee espresse da Stoltenberg sono espressione dei progetti politici dell’establishment americano, è giusto o no prendere le distanze? È chiaro che gli Stati Uniti possono permettersi una guerra lunga e lontana. Ne hanno fatte tante di guerre in questi decenni. Spesso sono state funzionali sia al sostegno della loro economia sia della loro politica. In genere queste guerre sono costate agli Stati Uniti un certo numero di morti – considerati tuttavia non eccessivi rispetto alle compatibilità del consenso politico – in questo caso persino questo prezzo umano sarebbe escluso. Ma noi? È evidente che in questa vicenda abbiamo interessi opposti a quelli degli Stati Uniti. L’Europa è massimamente interessata al ritorno della pace e a una nuova situazione di stabilità nella quale riprendere anche relazioni economiche e politiche ordinarie con la Russia. Gli Usa no. Come è possibile non rendersene conto? E di conseguenza compiere delle scelte che avvicinino l’armistizio e non la prosecuzione dei combattimenti?

Qui entra in gioco il vecchio schema. L’Italia, e gran parte dell’Europa occidentale, conoscono un solo schema di politica internazionale: la subalternità agli Stati Uniti. E sono consapevoli – giustamente – che questo schema ha pagato. Che l’Europa è cresciuta, fino a diventare forte e robusta, utilizzando il traino degli Stati Uniti. Sia sul piano economico che su quello politico. E oggi non sa staccarsi da questo schema, forse perché non ha statisti in grado di inventarne uno migliore. Così si arriva al paradosso. Un’Europa che capisce che oggi gli Stati Uniti vogliono colpirla e ridimensionarla, perché solo colpendola e ridimensionandola possono ritrovare il proprio ruolo e tornare a quel mondo bipolare del quale hanno bisogno; lo capisce, ma al tempo stesso non ha la capacità né il coraggio per rompere. E si getta a capofitto nella più folle delle guerre. E rilancia le spese militari, che sono un inceppo al proprio sviluppo e al proprio futuro. E accetta di violare persino la propria Costituzione per armare gli ucraini. E caccia inutilmente 30 diplomatici russi con la conseguenza evidente di rendere più difficile un proprio ruolo negoziale. E piega tutto il proprio sistema di informazione alla difesa o addirittura alla esaltazione della guerra, rispolverando vecchi valori, che ormai pensavamo finiti sotto la polvere, come coraggio, eroismo, intraprendenza, forza militare.

C’è la possibilità che questa china suicida si fermi? Francamente non vedo le forze in grado di contrastarla. Ci ha provato il Papa. Avete visto come lo hanno trattato? Come un utopista scapestrato e fuori dalla realtà. Da mettere a tacere. Ci sono dei momenti neri quali la storia cammina così. Come i gamberi. E corre, corre, corre all’indietro. La civiltà si avvita su se stessa, sfiora la morte. È successo tante volte nel secolo scorso. Sta succedendo ancora. Auschwitz e Hiroshima, gli orrori stalinisti, il bombardamento di Dresda. Per noi ex ragazzi del baby boom erano solo orrori del passato. Non c’era neanche bisogno di rendere esplicita la condanna. Pensavamo: mai più son possibili. Errore. Eccoli qui di nuovo davanti a noi. Come spettri, mostri. Spettri che avanzano anche perché sospinti dall’establishment e da un sistema informativo che probabilmente, qui in Italia, già era minato da tempo, e ora è collassato, e annega nella follia.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.