“Non abbiamo più un figlio, ucciso da un carabiniere, ma passiamo come i carnefici di questa vicenda. Chiediamo verità ma ci attaccano dicendo che siamo camorristi”. A un anno di distanza dalla morte di Ugo Russo, ammazzato a 15 anni da un carabiniere libero dal servizio nel corso di un tentativo di rapina con l’utilizzo di una pistola giocattolo, papà Vincenzo continua a non darsi pace per le lungaggini investigative e per le polemiche sul murales dedicato alla giovane vittima nei Quartieri Spagnoli.

Gli fa eco Giovanni Bifolco, papà di Davide, il 17enne del Rione Traiano ammazzato anni fa da un carabinieri nel corso di un inseguimento. Due vicende diverse ma accomunate dallo stesso drammatico epilogo. “Lo Stato è l’elefante e noi siamo la formica – dice Giovanni – bisogna continuare a lottare per chiedere giustizia. Mio figlio è stato ucciso perché stava su un motorino senza assicurazione, era disarmato. Ugo ha commesso un reato che non va però pagato con la morte”.

LA DUE VICENDE – Davide Bifolco e Ugo Russo sono entrambi figli dei luoghi abbandonati dallo Stato. Il primo ucciso a 16 anni nel Rione Traiano, la notte del 5 settembre 2014, al termine di un inseguimento con una gazzella dei carabinieri. Davide, insieme ad altre due persone, era in sella a uno scooter che non si fermò all’alt dei militari e venne successivamente speronato. Tentò la fuga a piedi e, mentre era a terra, venne raggiunto da un proiettile al petto partito dalla pistola d’ordinanza di un carabiniere, all’epoca poco più che trentenne. Davide non era armato, era su un “mezzo” senza assicurazione e con a bordo, secondo la tesi degli investigatori, un ragazzo (Arturo Equabile) ricercato per reati contro il patrimonio. Il militare che lo ha ucciso nel 2018 è stato condannato in Appello a due anni con pena sospesa per omicidio colposo.

Ugo Russo, nato e cresciuto nei Quartieri Spagnoli (zona ‘periferica’ del centro di Napoli) è stato ucciso a 15 anni il primo marzo 2020. A sparare un carabiniere libero dal servizio nel corso di un tentativo di rapina. Ugo, che impugnava una pistola scenica di ferro e – secondo quanto accertato successivamente da medici e forze dell’ordine – era già in possesso di un orologio d’oro e una catenina, voleva impossessarsi del rolex che il giovane militare di 23 anni (in servizio da pochi mesi a Bologna) aveva al polso. Così si è avvicinato alla Mercedes, ha puntato la pistola contro il carabiniere, che si trovava in auto con la fidanzata, provocando la reazione di quest’ultimo. Tre i proiettili partiti in rapida successione dalla sua arma d’ordinanza. Il primo ha raggiunto Ugo al torace, il secondo alla nuca, il terzo, rivolto contro il complice di 17 anni, non è andato a bersaglio. Il militare, originario dell’area flegrea di Napoli, è al momento indagato per omicidio volontario ma dopo un anno non si sa nulla delle indagini: l’autopsia, gli esami balistici e le eventuali immagini della telecamere di videosorveglianza non sono ancora stati resi pubblici. Dopo la morte di Ugo si sono vissute scene di ordinaria follia: dal pronto soccorso dell’ospedale dei Pellegrini sfasciato da parenti e amici della giovane vittima agli spari all’esterno del Comando provinciale dei carabinieri di Napoli ad opera di due persone a bordo di uno scooter. Tutte successivamente identificate e destinatarie di misure cautelari e nel novembre scorso (2020) sono arrivate le prime condanne al termine del processo di primo grado.

LA VICENDA DEL MURALES – Nelle scorse ore il Tar ha sospeso l’ordinanza di rimozione del murales che chiede “verità e giustizia” per Ugo Russo fino al 17 marzo quando si svolgerà l’udienza di merito. “Ugo è stato ammazzato con tre proiettili di cui uno dietro la nuca. Dopo un anno – racconta il genitore – le indagini sono a un punto fermo, c’è solo un silenzio che ci divora l’anima. Non sappiamo ancora nulla dell’autopsia, sappiamo solo che mio figlio non c’è più: vogliamo chiarezza”.

LE INDAGINI FERME – Se le indagini sul militare, accusato di omicidio volontario, sono ancora top secret, non è stato lo stesso per parenti e amici del 15enne che si resero protagonisti di atti di teppismo e vandalismo subito dopo la sua morte: “L’attacco all’ospedale e gli spari fuori alla caserma sono atti gravissimi, che condanno, però gli autori stanno pagando le loro pene, sono stati condannati in primo grado mentre non sappiamo nulla di quello che è successo a mio figlio”. Vincenzo confessa con rammarico che “nessuno ai vertici dell’Arma ci ha contattato, nessuno. Ci stanno solo infangando da un anno. Noi siamo le vittime perché non abbiamo più un figlio ma ci stanno facendo passare come carnefici. Si parla di tutto, del murales soprattutto, ma non che un ragazzino di 15 anni è stato ammazzato con tre colpi d’arma da fuoco da un carabiniere”.

L’SOS ALLO STATO – “Il nostro quartiere avrebbe bisogno di istituzioni, assistenti sociali e scuole presenti. Ci sono ragazzi che hanno talento ma qui il talento non serve perché non ci sono opportunità per loro. Ci siamo stancati di pensare che i ragazzi di Napoli che vivono in luoghi a rischio debbano essere schiacciati. Stiamo pensando di creare una associazione in nome di Ugo per insegnare ai ragazzi a non commettere gli stessi errori di mio figlio, che è un errore scegliere l’illegalità” aggiunge.

L’INTERROGAZIONE PER DAVIDE –  Giovanni Bifolco spiega che “con la parlamentare Gilda Sportiello c’è stata una interrogazione parlamentare (lo scorso ottobre, ndr) per inquinamento delle prove perché non si sono trovati bossoli a terra, non è stata trovata la maglietta che indossava mio figlio. Ci sono ancora troppe cose da chiarire a tanti anni di distanza. Ma il nostro esposto non è stato né archiviato né valutato. Non sappiamo niente, sappiamo solo che chi commette questi reati tra le forze dell’ordine non li paga”.

IL SUO CALVARIO GIUDIZIARIO – Condannato a 9 mesi per fatti relativi a oltre 10 anni fa, Giovanni finito di scontare la sua pena prima della scorsa estate. “Sono stato tre mesi a Secondigliano, mi sono costituito lì perché il carcere di Poggioreale è un inferno, e i restanti sei ai domiciliari”. Adesso ha vari procedimenti in corso: “Non ho tolto un dito a nessun carabiniere da quando è morto mio figlio però ho in corso diversi procedimenti per minaccia, lesioni e oltraggio a pubblico ufficiale con il pm che ha chiesto due anni e 8 mesi mentre il carabinieri che ha ucciso mio figlio ha avuto due anni con pensa sospesa e già sta lavorando di nuovo”.

IL MURALES DI DAVIDE – Presente da anni di fronte all’abitazione della famiglia, il murales di Davide è stato recentemente aggiornato. “E’ un gesto per ricordarlo, un modo di incontrarsi che non ci darà indietro mi figlio ma che ricorda a tutti i ragazzi del Rione la sua drammatica fine” conclude Giovanni Bifolco.

 

Ciro Cuozzo e Rossella Grasso