Nel primo pomeriggio del 19 marzo 1935 Lino Rivera, un portoricano nero di 16 anni, tentò di rubare un coltellino a scatto nell’emporio di un negoziante bianco ad Harlem, proprio di fianco al famoso teatro Apollo. Fu scoperto e il proprietario tentò di portarlo in cantina per dargli una manesca lezione. Il ragazzo reagì mordendo la mano dell’uomo a sangue. Arrivò la polizia. Il sedicenne fu portato al distretto di polizia, ma liberato quasi immediatamente. Intanto però si era sparsa la voce che un bambino fosse stato ammazzato di botte per aver rubato delle caramelle. La falsa notizia fu la scintilla destinata a far esplodere la rabbia della popolazione di Harlem, quella più pesantemente colpita dalla Depressione. I neri attaccarono e saccheggiarono per tutta la notte i negozi che non esibivano il cartello “Colored Store”.

Dimostrare che la notizia era falsa fu una faccenda lunga perché Rivera aveva dato un indirizzo falso. Quando la polizia rintracciò il ragazzo e distribuì la foto del portoricano vivo con un ufficiale e poi con lo stesso sindaco, Fiorello La Guardia, i disordini erano proseguiti per ore, tre persone erano morte, i danni ammontavano a due milioni di dollari. Non era il primo tumulto razziale nella storia degli Stati Uniti, ma fino a quel momento si era sempre trattato solo di scontri fra diversi gruppi etnici. La rivolta di Harlem nel 1935 fu la prima in cui venivano presi di mira, bruciati e saccheggiati negozi ed edifici. È passata alla storia come il primo riot moderno. Nell’estate dei grandi conflitti razziali, quella del 1943, i due modelli, quello tradizionale delle battaglie razziali e quello inaugurato otto anni prima ad Harlem, si sommarono e si intrecciarono. L’America era in guerra. Centinaia di migliaia di bianchi poveri e di neri affluivano nei pochi centri industriali del Sud e soprattutto nelle grandi fabbriche del Nord e in particolare di Detroit.

In seguito all’Executive Order 8802 emanato nel marzo 1941 dal presidente Roosevelt, che vietava la discriminazione nelle fabbriche impegnate nella Difesa, per la prima volta bianchi e neri si trovavano fianco a fianco alle catene di montaggio. Al razzismo endemico si sommavano così le tensioni sul lavoro e quelle, fortissime, soprattutto a Detroit, dovute alla scarsità di alloggi per gli immigrati e alla protesta dei quartieri bianchi per la costruzione di case popolari per gli operai immigrati ai confini delle loro zone. In quell’estate scoppiarono decine di incidenti e in sei città sfociarono in veri e propri tumulti razziali. A Detroit centinaia di giovani bianchi attaccarono le case dei neri che si difesero e contrattaccarono. Entrambi i gruppi etnici bruciarono e saccheggiarono i negozi della comunità “nemica”. La polizia quasi sempre scese in campo non per sedare ma a fianco dei bianchi. In due giorni di violenze, tra il 20 e il 22 giugno, furono uccise 34 persone, 25 delle quali nere quasi tutte uccise dalla polizia. Le inchieste successive attribuirono la responsabilità delle violenze agli aggrediti.

Ad accendere la miccia, all’inizio di giugno, non erano state le fabbriche e le case, ma gli abiti. Non si trattava, è vero, di vestiti qualsiasi: gli zoot-suits erano di gran moda nei ghetti di tutte le città, lo stile cool del momento. Abiti spesso sgargianti e sempre realizzati con gran spreco di stoffa, li portava anche il giovane Malcolm X: giacche lunghissime e larghe, spalle imbottite e pantaloni larghissimi. Avevano cominciato a indossarli i neri ma a Los Angeles erano stati subito adottati dalla folta popolazione messicana, i “pachucos”, e un po’ dai filippini e dagli italiani. All’America in guerra, che riteneva il risparmio di materie un obbligo patriottico, sembrava un affronto e forse un po’ lo era davvero. Gli zoot-suiters anticipavano di due decenni le controculture giovanili che avrebbero fatto dello stile un messaggio di rifiuto sociale dell’ordine costituito. Già dal marzo 1942, quando lo sforzo bellico era ancora indirizzato solo a rifornire il Regno Unito senza coinvolgimento diretto americano, la produzione di zoot-suits era stata vietata, ma i sarti continuavano di nascosto a tessere e smerciare gli abiti proibiti. In cinque giorni di violenza e follia, soldati e marinai di stanza a Los Angeles batterono le strade della città, armati di bastoni con incastrate lame di rasoio, attaccando e pestando chiunque indossasse uno zoot-suit. Le lame servivano a distruggere i vestiti. Gli abitanti di LA, animati dall’odio per l’ondata di immigrazione messicana, si aggiunsero a migliaia.

La rivolta di Harlem, nei primi due giorni di agosto, fu però sostanzialmente diversa da quelle di LA, Detroit e dalle altre di quell’estate violenta, quasi sempre provocate dalle aggressioni soprattutto di operai bianchi. Cominciò con l’alterco tra un polizotto e una donna nera nell’atrio del Braddock Hotel, un tempo rinomato albergo di Harlem decaduto sino a diventare una sorta di albergo a ore. La donna protestava per il basso livello della camera. Il polizotto la arrestò per disturbo della quiete pubblica, un’altra nera e suo figlio, il soldato Robert Bandy, intervennero per difenderla, il poliziotto sparò e ferì lievemente Bandy. Proprio come 12 anni prima si sparse la voce che il soldato era morto, cominciarono a volare pietre e bottiglie e per 48 ore la gente di Harlem devastò metodicamente le proprietà dei bianchi nel quartiere. Alla fine si contarono sei vittime, centinaia di feriti, 600 arresti.

I riots di Harlem del ‘43 segnarono profondamente un’intera generazione di militanti neri. Non a caso quello spartiacque torna nelle opere di tutti i principali autori dell’epoca da Ralph Ellison a James Baldwin a Langston Hughes. Non è casuale neppure che all’origine dell’esplosione di rabbia ci fosse un soldato. La grande tensione allora, oltre alla coesistenza nelle fabbriche, era il razzismo istituzionale ai danni dei soldati neri. La contraddizione tra i discorsi che incitavano a combattere per la libertà e la pratica della discriminazione nell’esercito era clamorosa e stridente. Ventuno anni dopo, il 16 luglio 1964, partì sempre da Harlem quel ciclo di insurrezioni urbane passato alla storia come “le estati calde”. Gli scoppi di furia e frustrazione della prima metà del Novecento erano stati episodici, provocati dal razzismo quotidiano, dalla disoccupazione che bersagliava i neri più di ogni altro, dall’altissimo costo degli affitti per stamberghe fatiscenti, dalla discriminazione nell’esercito, spesso a innescarli erano le aggressioni dei bianchi, senza un contesto generale e una continuità capaci di renderli incisivi sul lungo periodo, anche se ad Harlem La Guardia cercò di intervenire per alleviare la situazione dei neri. Nel ‘64, invece, il movimento per i diritti civili era attivo e combattivo da anni nel Sud, la predicazione dei Muslims e in particolare del pastore Malcolm X aveva reso molto più coscienti e consapevoli gli abitanti dei ghetti, i neri avevano preso le redini dello Sncc, l’associazione studentesca contro il razzismo, e la stavano trasformando nell’officina culturale del futuro Black Power.

Ad Harlem la miccia fu l’uccisione di un ragazzo nero di 15 anni, James Powell, a opera di un poliziotto fuori servizio, Thomas Gilligan. Era cominciata con un portiere razzista che aveva aperto un idrante contro tre adolescenti troppo rumorosi. Powell lo aveva inseguito fin dentro l’appartamento. Il poliziotto sostenne di essere stato minacciato con un coltello. Se soccorso in tempo Powell avrebbe potuto salvarsi. La rivolta durò sei giorni, con epicentri ad Harlem e a Bedford-Stuyvesant, a Brooklyn e fu seguita nello stesso mese da altri tumulti a Rochester, nello Stato di New York, a Dixmoor, Illinois, a Philadelphia. Non si trattava più di esplosioni momentanee di violenza e di esasperazione ma di un movimento nazionale. La rabbia che covava e aspettava solo l’occasione per esplodere, quasi sempre accesa dalla brutalità della polizia, era uguale ovunque. Nel ghetto di Watts, a Los Angeles, nel ‘65, la scintilla non fu neppure un’uccisione o un ferimento, ma l’arresto per guida in stato di ubriachezza di un nero in libertà sulla parola e poi il rifiuto di restituire l’auto al fratello dell’arrestato. Bastò per portare oltre il livello di guardia la rabbia contro un dipartimento di polizia che brillava da sempre per brutalità e razzismo.

Quelli di Watts non furono “semplici” riots: fu un’insurrezione che proseguì senza soluzione di continuità dall’11 al 16 agosto 1965. Per la prima volta a sparare furono sia la polizia che i dimostranti. Gli edifici distrutti o bruciati furono oltre mille. I danni ammontarono a 40 milioni di dollari. Si contarono 34 morti e migliaia di arresti. La rivolta di Watts cambiò tutto: senza quelle notti rischiarate dagli incendi non ci sarebbe stato il Black Panther Party e il movimento per i diritti civili del sud non avrebbe coinvolto l’intero nord dimostrando che il razzismo non si limitava alle Jim Crow Laws ancora in vigore nel sud. La protesta dei neri non si sarebbe configurata come minaccia di guerra civile, coinvolgendo e influenzando anche gli studenti radicali bianchi. Non finì a Watts. Nell’estate del 1967, la “Long Hot Summer”, le rivolte scoppiarono in 159 città, con epicentri a Newark, nel New Jersey, e a Detroit, città dove la tensione era tanto razziale quanto sociale, in seguito alla chiusura di numerose fabbriche e alla disoccupazione di massa tra i neri.

L’anno dopo, tra aprile e maggio la sollevazione dopo l’assassinio di Martin Luther King il 4 aprile fu anche più vasta, si estese in quasi tutte le città americane ma fu meno costosa in termini di vite umane (40 vittime a fronte delle 82 della lunga estate calda), soprattutto perché alla polizia era stato ordinato di limitare il fuoco per non peggiorare la situazione. Era un segnale dell’allarme che si stava diffondendo nell’establishment, della consapevolezza di dover reprimere le esperienze più avanzate della militanza nera, a partire dal Black Panther Party, ma anche di dover cambiare almeno qualcosa. Le rivolte degli anni 60 pagarono. Almeno negli aspetti più vistosi, espliciti e sfrontati del razzismo e della discriminazione la situazione iniziò davvero a modificarsi. È stata sostituita, nei decenni seguenti, da una discriminazione sociale ed economica più sottile e più nascosta, basata sulla povertà più che sul colore anche se il colore è rimasto uno dei principali elementi a determinare la povertà. Nei ghetti la brutalità della polizia è rimasta la stessa. La rivolta di Los Angeles del 1992, dopo l’assoluzione dei quattro agenti filmati l’anno prima mentre bastonavano selvaggiamente e senza motivo Rodney King, fermato per eccesso di velocità e in libertà sulla parola, sono stato i più violenti della storia americana.

I riots del 1992, improvvisi, violentissimi, segnati anche dagli attacchi dei neri e dei latini contro i negozi coreani, erano la spia di una situazione intollerabile, sulla quale nessuno, in 27 anni, è seriamente intervenuto. Come i tumulti del 1935 e del 1953, l’insurrezione di Southcentral LA, costata 63 morti e oltre 10mila arresti, è stata considerata una specie di parentesi, dimenticata con la ricostruzione degli edifici distrutti tra il 29 aprile e il 4 maggio di quell’anno. La protesta di questi giorni e queste notti seguita all’assassinio per soffocamento di George Floyd è molto diversa da quella di 27 anni fa. Non è uno scoppio improvviso ma l’emersione totale di una rabbia profonda e consapevole, preparata da anni di manifestazioni e da un movimento longevo come Black Lives Matter. Per la prima volta dall’uccisione di Luther King le manifestazioni si sono estese all’intero Paese con la partecipazione di moltissimi bianchi e persino molti poliziotti hanno espresso solidarietà. Parlare di riots è in questo caso riduttivo. Quella in corso è una rivolta.