Il giorno dopo la notizia dell’inchiesta su Luca Morisi, l’ex capo della comunicazione della Lega, abbiamo letto tantissimi articoli di chi si fingeva garantista, ma che mascherandolo solo un po’ non nascondeva il suo godimento. Era ed è la logica dell’occhio per occhio, dente per dente. Siccome Morisi usava la Bestia e scatenava i social contro i nemici, senza curarsi della loro reputazione o del rispetto, allora in molti si sono sentiti in dovere di linciarlo, oppure di dire: sì, siamo garantisti ma… e qui i ma portavano tutti dalla stessa parte: giudicare, sostituirsi ai tribunali, decidere la pena. Altro che garantismo. Quei commenti e quei post tutto erano fuorché una risposta che teneva conto non solo e non tanto dei principi dello Stato di diritto, in particolare della presunzione di innocenza, quanto dell’idea di una cultura non fondata sulla vendetta, di una società che invece di applicare la legge del taglione applica soprattutto con chi si è comportato in maniera opposta la legge del rispetto, della tutela della privacy. Sì, stiamo freschi.

Quella reazione, per quanto violenta e non giustificabile, era in ogni caso comprensibile. Era l’idea: ecco, siccome tu linciavi, adesso tocca a te. Ma oggi che senso ha continuare a infierire su Morisi? Indagato dalla Procura di Verona – anche se appare sempre più chiaramente che non ha commesso alcun reato – non è più a capo della comunicazione della Lega e da giorni il suo nome è stato dato in pasto all’opinione pubblica. Ma per il Corriere della sera evidentemente non basta. E ieri ha pubblicato un articolo che racconta per filo e per segno lo scambio di messaggi tra Morisi e i due ragazzi che nella notte del 14 agosto si sono recati nella sua casa a Belfiore. L’articolo, con l’artificio di voler dimostrare l’innocenza dell’indagato, in realtà spiattella le sue abitudini sessuali, dà in pasto al lettore la sua intimità. Che cosa c’entra tutto questo con l’inchiesta? Che cosa c’entra con l’informazione? Nulla, nulla, nulla. Anzi è proprio l’opposto di una buona informazione, di un servizio a favore dei cittadini e delle cittadine. Conoscere le abitudini sessuali di Morisi ha solo un effetto, se proprio ne deve avere uno: incancrenire ulteriormente il moralismo già dilagante in questo Paese.

Si legge nell’articolo: «Attraverso quei messaggi – finiti nella mani di alcuni amici di Alexander (uno dei due ragazzi coinvolti nella vicenda, ndr) – si possono ricostruire alcuni passaggi fondamentali che la Procura di Verona sta cercando di accertare». Affermazioni che fanno scaturire una serie di domande: chi ha dato queste intercettazioni al Corriere: gli amici? La Procura? O chi altri? E in una inchiesta ancora in corso non si tratta di violazione di segreto istruttorio? Ma anche se fosse lecito, la pubblicazione dello scambio di messaggi privati tra persone adulte e consenzienti ha solo lo scopo di “spolpare” la persona presa di mira. Il linciaggio non era sufficiente, non bastava. Ci voleva qualche cosa di più, perché effettivamente nella legge del taglione la pena deve essere superiore a quello che si reputa un reato. La punizione deve essere eclatante, deve servire da esempio. Peccato che questo accadeva prima: prima dello stato di diritto, prima della civiltà, prima della Costituzione, prima, troppo prima per non scandalizzarci davanti a questo modo di intendere il giornalismo. Un modo di fare che la deontologia professionale vieta rigorosamente ma che senza un serio “mea culpa” del mondo dell’informazione continuerà a imperversare.

Dicevamo che con sempre maggiore forza appare evidente – lo si evince anche dall’articolo del Corriere della sera – che Morisi non ha commesso alcun reato. La cosiddetta droga dello stupro non sarebbe stato lui a darla al giovane uomo che lo ha accusato. Lo stigma però resterà lo stesso. Sarà difficile per Morisi venire assolto dal tribunale del popolo. È sempre la vecchia, stantia idea che i nemici politici si battano con le accuse e non con una politica e con una comunicazione differenti. Più è forte l’avversario, più si dovrebbe avere a cuore di sconfiggerlo con i programmi, con le proposte, con le buone pratiche e non sperando in qualche procura. Più una persona utilizza i social come una clava, più dovremmo non usarli allo stesso modo. È questo lo strumento più potente che abbiamo: non essere specchio di ciò che critichiamo. Ad iniziare da noi giornalisti, che però il vizio di guardare dal buco della serratura non riusciamo proprio a levarcelo. Con il bel risultato che non solo infanghiamo chi è coinvolto, ma facciamo male, molto male al nostro mestiere.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica