La domanda sembra semplice e invece è quasi insensata: chi e che cosa è di destra oggi? La questione è quasi identica quando ti chiedi che cosa sia di sinistra, e scopri che questo orientamento – o sentimento, o disposizione naturale – non sa più se mettere le tende sulle questioni sociali o su quelle dei diritti civili. La destra è molto più complicata e così ho tentato socraticamente di usare me stesso – nessun narcisismo semmai masochismo – come cavia. Perché una tale dissennata avventura? Per provare a immaginare in che cosa potrebbe consistere la realizzazione della proposta di Berlusconi, di un raggruppamento di destra alla maniera del partito repubblicano americano. Quel partito creato da Lincoln mi è sempre sembrato come il cappello delle meduse spiaggiate: dentro l’involucro abita un intero ecosistema.

Il Grand Old Party di Abraham Lincoln non è mai stato un vero partito, è un capello di medusa dove convivono idee diverse ma che possono stare insieme. e poi si trasformano in comitati elettorali quando arriva l’ora del voto.
La mia storia è comune: vengo da una sinistra che considerava l’Unione Sovietica, prima e dopo Stalin, come una fonte di orrore. Lo so, questo è il momento in cui tutti devono insorgere gridando come ossessi “come ti permetti, mascalzone, non sai che i sovietici hanno sacrificato venti milioni di vite umane per vincere i nazisti?” Devo rassicurarli: lo so benissimo, ma so anche che ciò accadde per colpa di Stalin che scelse di iniziare la seconda guerra mondiale dalla stessa parte di Hitler invadendo con lui la stessa Polonia nello stesso settembre del 1939, ma ancor più per colpa dei comunisti di tutto il mondo, che nel biennio di quella losca alleanza esaltavano i successi hitleriani contro le corrotte democrazie borghesi e tifavano apertamente per il Terzo Reich a cominciare da Stalin che faceva pubblicare sulla Pravda i suoi sfrenati telegrammi di congratulazioni ad Hitler per le sue sfolgoranti vittorie dalla caduta di Varsavia, all’invasione di Olanda e Belgio fino a quando andò con le mani in tasca al Trocadero per guardare con soddisfatto rancore la svastica sventolare dalla Tour Eiffel.

E non dimentichiamo neppure che Stalin si rifiutò di credere al voltafaccia di Hitler per due lunghe settimane dopo l’inizio dell’invasione nazista impartendo l’ordine di non contrattaccare i tedeschi perché ci dev’essere per forza un equivoco. Il punto è che soltanto dal momento in cui Hitler capovolse i fronti, anche i comunisti capovolsero la lista dei loro nemici e si degnarono di tornare all’alleanza con noi (storicamente parlando) “social-fascisti”, nel senso che i socialisti erano insorti contro la turpitudine del connubio armato fra nazional-socialisti e comunisti durante i primi due anni di guerra. Non sto parlando di faccende militari, ma di carne viva e sanguinante, dal momento che da allora si sono creati dei falsi fronti fra destra e sinistra che ancora producono effetti limacciosi e fuorvianti. Andiamo sul pratico e torniamo all’oggi: perché Giorgia Meloni è una borgatara del fascismo sociale e ha militato con i suoi camerati praticando quel genere di politica che con grande imbarazzo di tutti, era di sinistra e non reazionaria? Oggi Giorgia si muove verso una linea conservatrice ma il suo appeal politico è quello e non ha nulla in comune con la destra classica. E quale sarebbe la destra classica? Proviamo a narrala come una fiaba.

C’era una volta un regno, anzi una umanità nell’Europa che era stata toccata dalla Rivoluzione Francese e poi dalle ingegnerie militar-sociali di Napoleone, in cui era facilissimo farsi il tampone e stabilire se tu fossi, per i parametri allora in uso, di destra o di sinistra. A destra se ne stava grassa e odiosa come nei disegni di George Grosz, la bieca e ricca borghesia capitalista con i grandi latifondisti, E a sinistra, emaciati ed esangui, più morti che vivi, gli sfruttati e i bambini schiavi dell’accumulazione primaria raccontata da Dickens con lo spietato cuore dei Racconti di Natale. Si poteva dire che scremando le due parti politiche dalle loro ali più aggressive quel che restava era un grande partito conservatore che raggruppava gli abbienti che possedevano ma anche producevano la ricchezza; e poi un altro partito che si poteva definire progressista che si batteva per salari e livello di vita degli sfruttati.

Tutto era facile e si poteva anche dire con Disraeli che chi non è progressista a vent’anni è senza cuore e chi non è conservatore a quaranta è senza cervello. Quel che era successo dopo la Rivoluzione francese aveva però assunto tinte fosche e inaspettate perché per la prima volta nella storia erano saltati fuori i nazionalismi e le etnie, le appartenenze e le bandiere, l’urlo di tutti gli indipendentisti pronti a morire per una trascrizione fonetica, lo sdegno del romanticismo specialmente degli abitanti della penisola italiana che parlavano lingue e dialetti di origine romanza fra loro incomprensibili ma che facevano sfracelli con bombe e coltelli per l’anarchia o la nazione, la guerra al papa e lo schianto redentore della dinamite accompagnato dall’impegno sulle barricate per compensare piombo con piombo.

Quelle mille lingue slave e romanze e tedesche provocarono un casino quando furono scoperchiati gli imperi centrali polverizzati dalla Grande guerra, cui si aggiunse anche quello Ottomano col medio oriente in fiamme. Non era più soltanto lotta di classe e di ricchi contro poveri e sfruttati contro sfruttatori, ma anche di un sacco di altre cose che provocarono dalla fine della grande guerra fino all’inizio della seconda, un’ondata di rivoluzioni egualitarie seguite da repressioni spietate, eserciti fantasma, ricorsi generosi al genocidio e all’annichilimento reciproco che già avevano scandalizzato mezzo secolo prima Carlo Marx che aveva ribattezzato Giuseppe Mazzini col nomignolo sprezzante di Teopompo, un vate del narcisismo sanguinario che nulla aveva a che vedere con la giustizia sociale. Io sono figlio della prima metà dello scorso secolo e quando venne l’adolescenza surfavo quell’onda che correva fra socialismo e rivoluzione, ma con la mano alla pistola che non avevamo, quando entravano in scena gli adorati compagni sovietici.
Quando cadde anche l’Impero sovietico, l’Italia perse i suoi loschi privilegi di “terra di mezzo” fra Occidente e Oriente che le aveva permesso di far pagare dazio ad amici e nemici con quel genere di furbizie e doppi-pesi per cui eravamo guardati con legittimo sospetto dagli uni e dagli altri.

Mi trovai per un caso professionalmente fortunato ad accompagnare un altro visionario eccitato, il presidente Francesco Cossiga che la sapeva lunga e aveva capito tutto in tempo. Risparmio al gentile e già ben informato lettore la storia di Mani Pulite, del giustizialismo e dagli altri derivati, a loro volta figli tardivi della politica berlingueriana che per divincolarsi dagli ultimi spasimi della Rivoluzione d’Ottobre, aveva fatto ricorso all’ideologia di una superiorità etica dei comunisti, santi subito. Quanto agli altri, meglio che andassero sotto processo. Semplifico e ne sono ben consapevole ma fu allora che furono mischiate ancora una volta tutti i tarocchi usati per dividere la destra dalla sinistra secondo i canoni e i cannoni dei tempi della guerra. L’Italia è un Paese conservatore come ripeteva Togliatti, anche se un po’ cinico e un po’ ridanciano, ma comunque efficiente e solido. Di quel conservatorismo era già campione l’imprenditore multimediale Silvio Berlusconi battendo in popolarità l’aristocratico avvocato Agnelli. Quando cadde l’impero sovietico, i socialisti pensarono ingenuamente che fosse arrivata l’ora della rivincita e invece era arrivata l’ora della pentola. L’antico odio fra socialisti e comunisti che si era ricomposto e rilacerato tante volta nel corso di un secolo tornò con tutta la violenza e avvenne questo rimescolamento per cui tutti ( o quasi) noi socialisti e gli altri naufraghi dell’Italia che adesso chiamiamo liberale, trovammo non solo utile ma sacrosanto salire sulla zattera che il borghese Berlusconi aveva costruito con un colpo di scena storico e che fece saltare la previsione di una vittoria l’ex Pci, ribattezzato PDS.

Fu così che ci ritrovammo ancora una volta ad essere “social-fascisti” come ai vecchi tempi. Nell’alleanza creata da Berlusconi erano stati imbarcati i neoromantici identitari di Bossi e i neofascisti di Gianfranco Fini, ai suoi tempi pupillo di Giorgio Almirante, passato all’antifascismo militante. Il seguito è noto: con l’alleanza passata alla storia come “il Predellino”, di fatto Berlusconi assorbì il partito di Fini che a sua volta fu cancellato dalla politica attiva dopo la vicenda della “casa di Montecarlo”. Ma intanto la destra era diventata un’altra destra: sparito il partito neofascista erede del Msi che si rifaceva alla repubblica di Salò. Anche la ventata federalista e romantica della Lega di Umberto Bossi era stata affossata da scandali e rovine, mentre il successore Salvini passava al nazionalismo capace di raccogliere il consenso della paura dell’immigrazione incontrollata.

È stato così che, fra evoluzioni, contorsioni e un drastico dimagrimento di Forza Italia dovuto dall’assenza forzata di Berlusconi, nasce l’idea – proprio di Berlusconi – di una alleanza fra diversi nella quale dovrebbero mantenere ciascuno la propria identità senza finire fagocitati e digeriti dal più forte. Di qui si torna al punto di partenza prima di iniziare il secondo giro della nostra ricognizione: di quale destra stiamo parlando, su che cosa dovrebbe o potrebbe riunirsi e – più che altro – su che cosa competere con la sinistra.

(1/continua)

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.