Decine di pezzi di artiglieria pesante, obici da 155 millimetri, cannoni, mitragliatrici, lanciamissili spalleggiabili antitank e Stinger terra-aria. La nostra Difesa avrebbe voluto inserire, già in questa lista, una cinquantina di Lince, i blindati superagili su cui possono essere montati gruppi di artiglieria. Solo che non sono ancora pronti. O meglio, devono finire la manutenzione. La Difesa ha qualche migliaio di blindati e carri armati parcheggiati in una caserma del Piemonte in attesa di una manutenzione rinviata per troppo tempo. È in corso una ricognizione – se ne sta occupando il Comando operativo di vertice interforze (Covi) passato da poche settimane sotto la guida del generale Figliuolo – e può darsi che si riesca a recuperare in fretta qualche mezzo per inviarlo a Kiev.

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha fatto il suo dovere ieri pomeriggio davanti ai membri del Copasir leggendo e spiegando il documento allegato e secretato dello Stato maggiore della Difesa contenente la tipologia, il numero e i costi dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari che, si legge nel decreto, “consentano all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione”. Della lista aveva già dato conto Draghi nella telefonata con Zelensky mercoledì pomeriggio. Il presidente ucraino ha ringraziato “per il valido supporto”. Non solo militare ma anche umanitario, giudiziario e diplomatico. L’informativa de ministro Guerini davanti al Copasir ha fatto evaporare come neve al sole la posizione di Conte e dei 5 stelle sul no all’invio di armi all’Ucraina “se al di fuori dell’articolo 51 del Trattato Onu”, la stucchevole e ipocrita polemica su “invio di armi difensive e offensive”. E i vari mal di pancia che s’incrociano anche nel Pd sulla legittimità dell’invio delle armi. Qualche intellettuale, vedi il professor De Masi, è arrivato a dire che “il vertice Nato di Ramstein martedì è l’equivalente di una dichiarazione di guerra del resto del mondo contro la Russia”. Con l’Italia nel ruolo di “cobelligerante”.

Quello che ha spiegato il titolare della Difesa è il secondo decreto interministeriale firmato dai ministri degli Esteri, della Difesa e del Mef. Il primo risale a metà marzo. Conte allora non ha fatto obiezioni. Il secondo, quello su cui Conte vorrebbe fare le barricate parlamentari, è già stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 27 mattina. Spiegava ieri il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè (Fi): “È già legge il decreto interministeriale, che porta la data del 22 aprile, sul nuovo invio di armi all’Ucraina: in calce al decreto che contiene un allegato con l’elenco di armi ed equipaggiamenti militari inviati ci sono le firme dei ministri Guerini, Di Maio e Franco. È quindi evidente che non c’è alcun segreto su questo tema: dovrebbero saperlo per primi gli esponenti del Movimento 5 stelle. Sarebbe sufficiente che il presidente Conte facesse due chiacchiere con il ministro Di Maio per sapere se tra quelle armi ve ne sono di difensive o offensive”.

Il decreto interministeriale fa riferimento al decreto Ucraina approvato dal Cdm il 25 febbraio scorso (convertito il 5 aprile) e vi si legge di “forniture alle forze armate ucraine di materiale e piattaforme concepite per l’uso letale delle forza per contribuire e rafforzare la resilienza delle forze armate ucraine, per difendere l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina”. Più che risolta quindi la questione posta da Conte circa le armi difensive o offensive. Non solo: l’articolo 2-bis dello stesso decreto prevede che “fino al 31 dicembre 2022 è autorizzata la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità di governo dell’Ucraina”. Infondata quindi anche la richiesta di un nuovo passaggio parlamentare. Di più: la risoluzione approvata a larga maggioranza da tutto il Parlamento tranne Sinistra italiana, assicura “la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione”. Carri armati, missili, droni-bomba e altro sono catalogate come armi letali ma anche difensive.

In base alle norme del diritto internazionale le uniche armi offensive sono quelle di distruzione di massa. Le bombe a grappolo, ad esempio. Quelle lanciate dai caccia russi sulle abitazioni civili di Mariupol, Karkhiv, Bucha. Di più: con l’ombrello dell’articolo 51 del Trattato Onu, l’Italia è entrata in guerra in Libano, in Iraq e in Afghanistan. Un altro abbaglio di Conte. In buona compagnia di Matteo Salvini. Quello sull’opportunità e la legittimità dell’invio delle armi è un dibattito “lunare” (cit Mulè) dove Conte “fa finta di non sapere”. La richiesta di portare Guerini e Draghi in aula è quindi “strumentale e pretestuosa”. Mentre Guerini spiegava al Copasir, in sala stampa alla Camera Stefano Ceccanti, deputato Pd e costituzionalista, e il professor Sergio Fabbrini presentavano due letture utilissime di questi tempi. Ne “I Cristiani e la pace” di E. Mounier, di cui Ceccanti ha curato la prefazione, si spiega perché il dibattito attuale armi sì-armi no è “comprensibile ma del tutto infondato”. In “Democrazie sotto stress”, Fabbrini fa piazza pulita di un altro grande abbaglio: la Nato esiste in Europa perché la stessa Europa non è stata capace nel 1952 di dotarsi di un sistema di difesa degno di questo nome. Letture utili.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.