“A ciascun giorno basta la sua pena” recita il Vangelo. Anche il governo Draghi si è rassegnato a dover affrontare ogni giorno una pena. Al momento incassa e tira dritto. Ben sapendo che proprio nella maggioranza ci sono persone, a destra come a sinistra, a cui non dispiace limare giorno dopo giorno il ramo su cui sono seduti. L’ultima pena del governo Draghi si chiama Claudio Durigon, l’ex numero 1 dell’Ugl che nel 2018 diventa uno degli uomini ombra di Matteo Salvini e l’artefice della costruzione della Lega partito nazionale. Secondo un video pubblicato sul sito Fanpage.it, l’attuale sottosegretario al Mef Claudio Durigon rassicura sull’esito delle inchieste giudiziarie sui fondi della Lega perché «tanto quel generale lo abbiamo messo noi». Una mezza frase ancora tutta da chiarire che però ha provocato reazioni durissime nella maggioranza. I 5 Stelle chiedono le dimissioni di Durigon. Così come la Lega le aveva chieste della sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina che in un’intervista aveva suggerito una sorta di doppio ruolo e relativo conflitto di interessi nell’operato della senatrice Bongiorno, legale della ragazza che ha denunciato per stupro il figlio di Grillo.

La tempesta Durigon sembra consumarsi, almeno per ora, in un bicchier d’acqua. Al netto di eventuali sviluppi nel caso la frase “rubata” dovesse assumere un rilievo penale. La Lega fa quadrato, smentisce tutto («il caso per noi non esiste») e annuncia «dieci querele». L’interessato tira dritto: «Preoccupato? Stiamo lavorando sul decreto Sostegni e credo verrà fuori un bel lavoro». I 5 Stelle ci provano. Parlano di mozioni di sfiducia (che però non si possono fare contro un sottosegretario), chiedono al ministro economico Franco di «intervenire» e all’interessato di «avere la decenza di fare un passo indietro» in nome dell’etica che non sempre coincide con il codice penale. È in corso una raccolta di firme tra i parlamentari. Vedremo.

Così è andata ieri. Nei giorni precedenti ci sono stati gli ordini del giorno sul coprifuoco, le tre mozioni di sfiducia contro il ministro Speranza, l’astensione della Lega in Cdm sul decreto aperture, Pd e 5 Stelle che cercano di buttare la Lega fuori dalla maggioranza tenendosi Forza Italia e spaccando il centrodestra. Il centrodestra che annusa la trappola e si compatta. Il duello ormai quotidiano tra Salvini e Meloni. Tutto questo – e qui siamo allo sconfortante paradosso – mentre Draghi e il governo sono alle prese con la sfida più importante che il Paese ha davanti dal secondo dopoguerra: uscire dalla pandemia e ripartire usando i mezzi e gli obiettivi forniti dall’Unione europea attraverso il Recovery fund. «Il ministro Franco non si è occupato del caso anche perché c’erano molte altre cose da fare» hanno tagliato corto fonti di governo. Meno che mai se n’è occupato il premier Draghi totalmente assorbito nell’approvazione finale del Piano nazionale di ripartenza e resilienza licenziato ieri in via definitiva dal Consiglio dei ministri e in partenza in queste ore per Bruxelles. In tempo con la scadenza del 30 aprile.

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera – dopo una riunione con sindaci e presidenti di regione – anche al Fondo complementare da 30 miliardi che servirà a finanziare le opere pubbliche che non sono potute rientrare nei progetti del Pnrr. Più che un escamotage si tratta di una soluzione brillante che ha consentito di risolvere lo stallo in cui rischiava di finire il Pnrr: gli enti locali erano pronti alle barricate per difendere i propri progetti esclusi. Che adesso seguiranno un canale parallelo anche se, e questo è ciò che conta, “con le stesse regole del Pnrr”. Dipenderà insomma dal Parlamento la capacità o meno di realizzare queste opere.

La “pena” del giorno ha dunque solo sorvolato la riunione del governo. Ma Draghi è pragmatico oltre che realista. La maggioranza, al di là delle rassicurazioni di maniera, è sottoposta a troppe tensioni. Che saranno amplificate dall’avvio del semestre bianco (3 agosto) che coincide anche con l’avvio della campagna elettorale per le amministrative di ottobre. È un clima, questo, che favorisce il partito di chi vuole andare a votare a marzo 2022, dopo l’elezione del Capo dello Stato, un anno prima della fine naturale della legislatura. E costringe il premier ad accelerare tutto quello che può. A cominciare dalle riforme su cui Bruxelles ha voluto la sua personale rassicurazione. «Entro il 31 luglio» ha promesso Draghi.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.