Di colpo, alle cinque e venti del pomeriggio, nel rosso pompeiano dell’Aula del Senato, dall’ingresso davanti ai banchi del governo compare l’unico oppositore che Giorgia Meloni sembra davvero temere. Stanco, teso in volto, con la senatrice Licia Ronzulli piazzata lì accanto, Silvio Berlusconi sta in piedi, davanti all’esecutivo di cui fa parte, come un anziano generale davanti a un campo di battaglia. Si guarda intorno serio serio. Sale le scale a fatica. Torna a sedersi sul suo scranno per la prima volta dopo il giovedí tragico dell’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato senza i voti di Forza Italia (tranne il suo e quello della Casellati) e dopo nove anni dalla cacciata imposta dalla legge Severino.

Emergono dai banchi amici e nemici. Si alzano a salutarlo Monti, Piantedosi, Sangiuliano. Anche Salvini. Anche Tajani. Arriva Fitto. Tenta di aprirsi un varco pure la Santanché. Berlusconi ascolta prendendo appunti la replica con cui Giorgia Meloni chiederà la fiducia al Senato. Traccia linee a penna su un testo già pronto. Corregge un discorso già scritto. Brividi lungo la schiena di chi gliel’ha limato per lunghe ore, martedì fino a notte fonda e ancora ieri mattina. Un discorso che hanno letto già tutti nei suoi passaggi fondamentali, quasi uscito sul Corriere della sera, strombazzato già dal mattino come il frutto di una lunga opera di limatura di parole e ammorbidimento di toni portata avanti da una staffetta di fedelissimi o supposti tali.

Eh sì, ma ora, seduto sullo scranno di senatore c’è lui, nessuno può escludere un colpo da maestro, uno dei suoi gran numeri di teatro. E se si alza, sorride, straccia la cartella già pronta e parla a braccio? Tesissime le guardie pretoriane in seta e velluti sparse sui banchi forzisti. La suspance resterà finché Berlusconi non finirà il suo intervento, finché non si rimetterà seduto sorretto con discreta sollecitudine dalla Ronzulli, esausta. Fino all’applauso liberatorio delle destre, fino al grande sospiro di sollievo dai banchi di Fratelli d’Italia, Lega e della Forza Italia tendenza Tajani. Unico vero momento di emozione condivisa a destra. Come a dire: stavolta è andata. Cos’ha detto Berlusconi? Come stabilito a Villa Grande la sera prima, niente di clamoroso. Ha rivendicato a sé la paternità di un centrodestra senza l’esistenza del quale oggi Giorgia Meloni non starebbe a palazzo Chigi. Ha ricordato che in questo governo c’è anche un centro, “liberale e garantista”. Ha detto che vuol riportare la Russia in Europa. E ha tentato di rievocare lo spirito di Pratica di Mare, il suo momento di gloria.

Giorgia Meloni ha ascoltato a braccia incrociate sul petto. Agitandosi sulla sedia, come stesse seduta sui chiodi. Alla promessa di “lealtà” rotolata giù come una testa mozzata dal microfono di Berlusconi, lei s’è bevuta un lungo sorso d’acqua. Stavolta è andata. Ci sono ancora le nomine di sottogoverno da contrattare, Berlusconi vuole dodici posti, la Meloni non vorrebbe dargliene più di otto e lui non è disposto a scendere sotto i dieci. La quadra alla fine si troverà. Ma il campo di battaglia del Senato rimane aperto. Lì la maggioranza di governo può ballare. Lo scarto è ancora più sottile da quando nove senatori sono stati fatti ministri: Salvini, Casellati, Calderoli, Ciriani, Bernini, Santanchè, Musumeci, Urso, Zangrillo. Per la fiducia son venuti a votare, ma non accadrà sempre. Saranno altrove, il governo Meloni rischia di andar sotto al Senato.

Berlusconi stavolta è stato buono buono. Ma la sua capogruppo a palazzo Madama – quella Licia Ronzulli che quando ieri si è alzata a parlare ha gelato l’Aula in attesa, poi una mano fintamente tesa a una Meloni che è stata tutto il tempo a scartabellare foglietti senza nemmeno guardarla, a parte un sorrisetto stentato durato mezzo secondo – ha tutte le carte per poter fermare la presidente del Consiglio sulla battigia, se vorrà. E per adesso la lascia lí, sul trono ma coi piedi a mollo.