È giusto distinguere tra positivi sintomatici ed asintomatici nella conta dei contagi e dei ricoveri, il bollettino che quotidianamente viene diffuso dal ministero della Salute? È questa la domanda che divide da un lato le Regioni e dall’altro esperti (alcuni) e Istituto superiore di sanità.

Un ‘no’ secco a quanto chiedono i governatori è arrivato ieri dell’ISS: “La definizione dei casi di sorveglianza deve contenere i positivi e non solo i casi con sintomatologia più indicativa”, altrimenti “non controlleremo il virus”.

In una nuova edizione delle domande frequenti diffusa ieri, le Faq, l’Istituto spiega la sua ‘posizione’ sul tema: “La sintomatologia è variegata e in evoluzione per via delle varianti. L’infezione spesso per i vaccinati è asintomatica, ma non sorvegliandola si limiterebbe la nostra capacità di identificare le varianti emergenti, le loro caratteristiche, e non potremmo conoscere lo stato clinico che consegue all’infezione per età, stato vaccinale, comorbidità della popolazione. Inoltre non renderebbe possibile monitorare la circolazione del virus nel tempo e, di conseguenza, prevedere i rischi di un impatto peggiorativo sulla capacità di mantenere adeguati livelli di assistenza anche per patologie diverse“.

Parole ferme di contrarietà a quanto propongono invece le Regioni, che porteranno sul tavolo del governo tre proposte: nessun isolamento per chi è positivo al tampone ma ha la terza dose; quarantena di sette giorni per i positivi asintomatici con terza dose; distinguere nel bollettino i positivi asintomatici e sintomatici, oltre all’occupazione dei posti letto tra pazienti Covid e non. 

Una risposta potrebbe arrivare dalla riunione in programma questa mattina del Comitato tecnico scientifico. La proposta dalla Regioni di ‘riforma’ del bollettino non è ancora tecnicamente pronta, ma gli esperti dell’esecutivo sicuramente inizieranno a dare una prima valutazione di quanto già chiesto dagli Enti locali. 

Riunione che si annuncia tesa e sicuramente non unanime, perché in ballo con le richieste delle Regioni c’è molto, in particolare con la richiesta di togliere i ricoverati positivi ma che non sono in ospedale per le complicazioni derivate dal Coronavirus dal conto totale.

A spiegarlo è La Stampa, che riferisce come con la modifica chiesta dalle Regioni si taglierebbe circa il 30% di “Covid non Covid”, nessuna regione passerebbe più in zona arancione e molte tornerebbero anche in fascia bianca, nonostante i numeri Agenas indichino come il  27,1% dei reparti di medicina sia occupato da pazienti Covid.

Chi si dice fermamente contrario a tale ipotesi è Andrea Crisanti. Il microbiologo spiega al quotidiano di Torino che così facendo “Draghi vuole fare come Boris Johnson senza dirlo. E i presidenti di Regione tentano di non finire vittima dello scaricabarile dei contagi, dei ricoveri e dei morti per evitare di chiudere e non perdere consensi”.

La verità, secondo Crisanti, è che “le Regioni stanno facendo di tutto pur di non diventare rosse dopo che il governo non ha chiuso per tempo ristoranti e locali di ritrovo. A questo punto lasciar correre è una strategia comprensibile, ma lo si ammetta chiaramente. Invece il governo fa finta di nulla. Almeno Johnson ci mette la faccia mentre fa correre il virus con un prezzo da pagare di 15mila morti pur di arrivare all’immunità di gregge. E ce l’ha quasi fatta”.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia